Bartolomé de Las Casas. La conquista senza fondamento

Fino alla pubblicazione della Historia de la fundacion y discurso de la provincia de Santiago de Mexico de la Orden de Predicadores (Madrid, 1586) di Agustin Davila Padilla, intorno a Bartolomé de Las Casas (1484-1566) non si era ancora creato il mito che lo ha accompagnato fino ad oggi. Il domenicano era ormai morto da vent'anni: prima, mentre le sue posizioni erano ancora legate a una polemica diretta sulla legittimità dei modi della occupazione spagnola dell'America, erano stati sollevati dubbi su di lui come giurista e come teologo, per le sue interpretazioni estreme di San Tommaso, del diritto canonico, del codice di Giustiniano e del Digesto e sulla sua difesa dell'autodeterminazione degli indios. 

 

Bartolomé de Las Casas era nato a Siviglia nel 1484 e già nel 1502, appena diciottenne, era arrivato a Hispaniola (Haiti). Partecipa o, comunque, è testimone, della feroce repressione delle popolazioni locali e della costituzione delle prime encomiendas con il repartimiento degli indios, obbligati a un durissimo lavoro servile. E diviene un encomendero. Tornato in Spagna, dove studia e diviene presbitero, va di nuovo all'Hispaniola nel 1509. L'anno dopo giungono ad Haiti i frati dell'Ordine dei predicatori, che avanzano i primi dubbi sulla ferocia con cui vengono trattati gli indigeni. Tuttavia sia il re Ferdinando sia il padre provinciale dei domenicani sia il francescano Alonso del Espinal impongono di obbedire all'autorità politica che sostiene i coloni e le loro pratiche. Las Casas partecipa dunque alla campagna di pacificazione dell'isola nel corso di 3 anni, tuttavia proponendosi in qualche modo come mediatore fra gli spagnoli e gli indigeni che resistevano.

 

Ma di fronte alle denunce dei domenicani che affermavano la capacità degli indios, come uomini razionali, di governarsi, e sostenevano il loro diritto alla libertà e la possibilità di convertirli, Ferdinando convoca a Burgos una junta che emette delle Ordinanze per la buona gestione e trattamento degli indios, per metter ordine nella questione e tuttavia legittimando l’istituzione delle encomiendas e del reparimiento, e dunque il lavoro coatto e il trasferimento di popolazione con la distruzione dei villaggi. Gli indios sono giuridicamente liberi ma di fatto servi, in nome dei principi con cui il Papa aveva concesso, alla Spagna come al Portogallo, il possesso delle terre americane in funzione della cristianizzazione di quelle popolazioni. Nel 1514 Las Casas ha la sua prima 'epifania' o 'conversione', dopo che gli è stata rifiutata l'assoluzione da un frate domenicano come in qualche modo complice dei comportamenti colpevoli dei coloni. Per questo decide di rinunciare all'encomienda e inizia a predicare a favore della restituzione dei beni di cui gli spagnoli si sono impossessati, proponendo invece l'emigrazione in America di agricoltori spagnoli e si reca in Spagna per convincere re Ferdinando a mutare politica. Ma entra in conflitto con il vescovo di Burgos, Juan Rodriguez de Fonseca che fin dal 1493 era incaricato degli affari indiani. È solo dopo la morte di Ferdinando che inizia la sua complessa relazione con i funzionari di Carlo V, con Adriano di Utrecht (poi papa Adriano VI) e con il cardinale Francisco Jimenez de Cisneros, che vedono con favore le sue proposte che pure contengono ancora lo spostamento forzato degli indios per facilitarne la conversione e la 'rieducazione' ma che sembrano accettare la restituzione, l'abolizione delle encomiendas e l’immigrazione di agricoltori spagnoli che favoriscano l’evangelizzazione.

 

Tuttavia non è né ai domenicani né ai francescani, che sono su posizioni opposte, che viene affidata la riforma del governo delle Indie ma ai gerolamini dell'Ordine di san Girolamo; Las Casas ha l'incarico di consigliarli ma si scontra con le loro resistenze. Torna dunque nuovamente in Spagna dove trova Cisneros in agonia mentre Fonseca ha ripreso il controllo della politica indiana.

A questo punto, con l'appoggio dei funzionari fiamminghi di Carlo V e durante tutto il regno dell'imperatore inizia un trentennio di relativi successi per Las Casas: i suoi nemici sono isolati, sia Fonseca, che muore nel 1524, sia Juan Ginés de Sepulveda, sconfitto nel dibattito del 1551-52 in cui riaffermava la tesi aristotelica degli indios come servi per natura. In questi anni prevale ormai la tesi degli indios come uomini naturalmente liberi e razionali, capaci dunque di divenir cristiani. Di fronte al disastro demografico che aveva distrutto e continuava a distruggere la popolazione originaria dell'America, il problema di una paternalistica ma tuttavia più umana politica aveva prevalso, tuttavia fra molte resistenze specialmente da parte degli encomenderos peruviani. I tentativi di Las Casas di realizzare il suo progetto, accolto dall'imperatore, di liberare una fascia costiera di 260 leghe per accogliere agricoltori spagnoli come protagonisti con i missionari dell'evangelizzazione fallisce di fronte alla reazione sia degli indigeni sia dei coloni.

 


Ma intanto Carlo V bandisce le Leyes nuevas (1542), riconoscendo una certa autonomia politica ai poteri locali degli indigeni e nomina Las Casas vescovo del Chiapas (vi rimarrà solo fino al 1547). Tuttavia le resistenze sono fortissime fino a minacciare la sovranità spagnola sulla colonia e le Leyes nuevas sono praticamente sospese: gli encomenderos nel 1554 chiedono che le encomiendas diventino ereditarie e abbiano piena giurisdizione civile e criminale, che di fatto era anche un diritto di proprietà sugli indios; in cambio offrivano 5 milioni di ducati d'oro a titolo di vassallaggio. Vi era uno scontro anche fra i maggiori teologi spagnoli che avevano deciso di proporre al re di chiedere l'autorizzazione al Papa di vendere gli indios encomendados ai padroni delle encomiendas rese perpetue e il Consiglio delle Indie contrarissimo alla concessione della perpetuità. Ma la crisi economica era grave e la successione al trono vedeva Filippo II molto più favorevole a un compromesso: encomiendas perpetue ma senza la piena giurisdizione civile e criminale. Intanto anche i cachiques indios si erano riuniti a Cuzco per protestare e avevano offerto di pagare quanto offerto dagli encomenderos a patto che non si potessero rendere definitive le encomiendas.

 

Nel 1562 il dibattito ristagnava, ma si era ben lontani dai progetti di Las Casas che ormai, di fronte alla politica di Filippo II, aveva portato all'estremo le sue posizioni: non solo abolizione delle encomiendas, ma anche restituzione della terra agli indios e addirittura rinuncia della Spagna alla sovranità sulle colonie americane lasciate a una popolazione di uomini liberi, razionali, capaci di governarsi e di cristianizzarsi ma legittimi proprietari e liberi anche se non fossero stati disposti a convertirsi. Secondo Las Casas la concessione che il Papa aveva fatto alla Spagna era solo per una diffusione non violenta del cristianesimo, non per uno sfruttamento violento ed espropriatorio della popolazione e delle ricchezze del continente.

 

Questi sono per sommi capi gli elementi della biografia di Bartolomé Las Casas. Non mi soffermo sulla sua lenta e incerta presa di coscienza dell'orrore della schiavitù degli africani e la sua attività in Messico e in Nicaragua. Voglio soffermarmi piuttosto su come Baccelli ha costruito il suo libro. Per interpretare Las Casas si potrebbero scegliere due vie: una è quella di isolarlo per fare una storia della progressiva evoluzione delle sue idee. L'altra, a mio avviso più interessante e anche storicamente più significativa, è quella di immergerlo nel contesto complesso del dibattito teologico e politico che ha lacerato la Spagna fra 1500 e 1580 a proposito della condizione degli indios americani e della stessa legittimità della conquista. La prima via rischia di fare di Las Casas un personaggio isolato ed estremo, unico ed eroico, che non spiega i successi delle sue idee presso Carlo V e le sue difficoltà con Filippo II. I titoli e le cariche che gli sono stati riconosciuti e la fitta rete di relazioni con una gran parte dei domenicani, i contrasti con francescani e gerolamini, la protezione di alti personaggi della corte richiedono, per essere compresi, che il suo pensiero, lungi da essere una posizione marginale ed estrema, venga inserito nel complesso dibattito cattolico sullo Stato, sul suo ruolo, sul dovere di rispettare i governi che gli uomini si erano dati e che potevano essere modificati solo con il consenso di chi accettava una nuova forma di governo che garantisse il bene comune.

 

La seconda alternativa potrebbe contribuire a capire più a fondo l'immagine di Stato che stava consolidandosi nell'impero con i suoi caratteri specifici in forte legame con l'evoluzione del discorso teologico, politico e giuridico che domenicani prima e gesuiti successivamente contribuirono a costruire e che si consolidò definitivamente all'inizio del XVII secolo nelle figure di Bellarmino e di Francisco Suarez e nei risultati teorici della scuola di Salamanca come dottrina della Chiesa cattolica. Insomma, Las Casas si muoveva in un contesto in parte coerente con le sue idee e frutto di molti anni di quel dibattito teorico che a partire da san Tommaso avevano definito un concetto di Stato che si contrapporrà alle concezioni prevalenti negli Stati riformati, uno stato in cui i poteri dei governanti saranno da un lato subordinati alle scelte originarie delle comunità politiche e al loro consenso e dall'altro lato saranno soggette al Papato come rappresentante in terra di Dio.

 

Baccelli dunque ricostruisce l'evoluzione dell'atteggiamento di Las Casas mostrando una sua progressiva presa di coscienza, ma come se fosse una riflessione personale e non il frutto di un dibattito vasto e di posizioni che negli stessi anni si stavano scontrando: giunto in America come colono e divenuto sacerdote collabora alla pacificazione di Cuba, cercando di moderare la violenza dei conquistatori. Ma con la prima 'conversione' si rende conto della rapida e drammatica distruzione della popolazione india come conseguenza dell'encomienda e del ripartimiento. Tornato in Spagna inizia dunque a elaborare piani di pacifica colonizzazione pur considerando legittima la conquista come strumento necessario per l'evangelizzazione, secondo quanto prescritto dal Papa che ha affidato agli spagnoli quelle terre con questo scopo. Durante la prima fase di governo di Carlo V non mette in discussione la legittimità della presenza spagnola ma si fa promotore delle Leyes nuevas. Nell'ultima fase del regno di Carlo V accentua le sue posizioni sostenendo che gli indiani fanno una guerra giusta combattendo gli spagnoli che, al contrario, esercitano una violenza illegittima. Infatti non è legittimo imporre senza consenso una forma nuova di governo a popoli che già si sono dati un governo, indipendentemente dal fatto che siano evangelizzati o no. Fin qui certamente Las Casas ha un notevole ascolto nelle autorità politiche.

 

Ma dopo l'avvento al trono di Filippo II, nell'ultima parte della sua vita, le posizioni di Las Casas si estremizzano di fronte alla nuova politica dell'Impero, stretto fra le necessità economiche e i rischi di una secessione dei potentati spagnoli consolidatisi in Perù. Mentre si sviluppa il conflitto per la concessione perpetua delle encomiendas, la posizione di Las Casas si fa più inconciliabile e provocatoria, fino a mettere in dubbio la legittimità della presenza spagnola, se non sotto forma di agricoltori autonomi e di missionari che diffondano il cristianesimo, ma senza violare la libertà naturale dei popoli e senza fare atti e attivare istituzioni che non abbiano ottenuto prima il loro consenso. Questo implicava dunque anche la restituzione dei beni occupati dai conquistatori. Pare quasi che avesse ormai rinunciato a proporre qualcosa di effettivamente realizzabile.

 

Il libro di Baccelli, come del resto quello recente di Lawrence A. Clayton, Bartolomé de las Casas. A Biography (2012) con cui Baccelli ha molti debiti, sceglie la via di una biografia troppo isolata dal suo contesto, facendo così di questo personaggio un eroe relativamente solitario, come del resto si era in qualche modo ritratto egli stesso seguendo la traccia classica delle vite dei santi: da una giovinezza inconsapevole e peccaminosa che attraverso la conversione (in questo caso si tratta di una conversione in due fasi), giunge a un’eroica lotta contro il peccato dei coloni spagnoli e degli stessi governanti e per certi aspetti del Papa stesso. In realtà Baccelli è consapevole del fatto che 'gran parte dei volumi dedicati a Las Casas appartiene al genere letterario della biografia intellettuale' e si propone di seguire 'una scelta diversa cercando di enucleare gli snodi teorici dei suoi scritti, che sono tutti ricollegabili all'attività pratica in difesa degli “indiani”' (p.18). Quello che lo accosta alla tradizione biografica precedente è la debolezza dell'esame del contesto non tanto fattuale quanto culturale che chiarirebbe in modo più evidente le scelte del nostro personaggio, i suoi alti e bassi polemici, ma anche le sue apparenti contraddizioni, dettate più dalle occasioni e dalle vicende politiche esterne che da una incertezza teorica.

 

E spiegherebbero anche la difficoltà dei poteri politici e religiosi di rifiutare ed emarginare nettamente le idee che Las Casas sosteneva in un clima culturale in elaborazione, dominato da interpretazioni teologiche che la Chiesa della Controriforma andava coagulando. I riferimenti a Francisco da Vitoria, ad Aristotele e a San Tommaso sono scontati ma del tutto insufficienti, mentre non basta un riferimento generico (per es. 'ripreso nelle massime dei giuristi' (p.67) o 'con il sostegno di pii teologi e raffinati umanisti, giuristi innovatori e filosofi liberali' (p.122) o rimandare 'alla sua teoria dell'origine popolare del potere sovrano' (pp.66-7) (perché sua se era al centro della teoria cattolica dello Stato?). E mi pare improprio darne l'immagine anacronistica di un precursore: 'La narrazione di Las Casas anticipa di oltre tre secoli le parti storiche del Capitale di Marx e la sua analisi dell'estraneazione del lavoro' (p.179) con l'uso frequente del termine 'accumulazione primitiva'; o ancora, a proposito del matrimonio monogamico e non consanguineo: 'Las Casas sembra anticipare alcuni aspetti della metodologia che sarà adottata dall'etnografia moderna' (p.135) o 'Las Casas inaugura un approccio multiculturale e relativistico alla diversità degli infedeli che non ha precedenti nella cultura occidentale' (p.151).

 

Così la lettura di un personaggio decontestualizzato finisce di parlare di libertà e di libero arbitrio individuale mentre Las Casas pensava a un patto comunitario di obbedienza al principe in cambio di ordine, stabilità e attenzione al bene comune (p.230) o a farne un precursore di un'ideologia anticoloniale e degli studi postcoloniali, seguendo il libro un po' semplicista di Robert J.C.Young che fa di Las Casas il precursore dell'humanitarian objection al colonialismo.

Il libro dunque, che ha certamente il merito di basarsi su una lettura totale dei 14 volumi di opere del domenicano pubblicate dall'Istituto Bartolomé Las Casas dei domenicani andalusi dimentica le fonti pubblicate nella collezione del Corpus Hispanorum de Pace del Consejo Superior de Investigaciones Cientificas di Madrid sulle Fuentes Constitucionales, sugli Informes y Testimonios, sulla Escuela Espaňola de la Paz di prima e seconda generazione che avrebbero calato Las Casas dal cielo alla terra, dal mito solitario alla realtà collettiva. 

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO