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Carlo Greppi, Uomini in grigio

24 ottobre 1945: la Corte straordinaria d’assise di Torino condanna a dieci anni di detenzione il quasi cinquantenne Antonio M., originario di Paternò. Una sentenza che, come molte altre, è annullata un anno dopo dagli effetti dell’amnistia Togliatti. Prima della Liberazione Antonio M. è stato un brigadiere dell’Upi, l’Ufficio politico investigativo della Guardia nazionale repubblicana, autista e – forse – addetto alla persona del maggiore Gastone Serloreti, anima nera della caserma di via Asti, sinistro simbolo della violenza del fascismo repubblicano a Torino. Dopo l’8 settembre 1943, Antonio M., appartenente alla Milizia, ha disertato, si è dato malato ma, arrestato, al principio del 1944 ha accettato di servire la Repubblica sociale nella Gnr. Durante il dibattimento gli specifici capi d’accusa a suo carico – avere arrestato due partigiani, Carlo Pizzorno, poi fucilato, e Pierino Cerrato, deportato a Dachau e sopravvissuto – si rivelano fragili. Per contro si accerta che, senza volere compensi, ha dato aiuto ad alcuni suoi coinquilini perseguitati, in un caso addirittura nascondendo uno di essi, ebreo, in casa propria. Eppure, Antonio M. ha continuato fino alla fine a prestare la propria opera all’Upi, al fascismo repubblicano nelle sue ultime e brutali convulsioni.

 

«Perché Antonio M. aveva avuto un atteggiamento così ambivalente? Aveva salvaguardato le sue “piccole patrie”, il suo condominio di corso Moncalieri e la caserma di via Asti, e nel resto della città si era limitato a fare il suo lavoro di cacciatore di uomini?» (p. 220). Se lo domanda Carlo Greppi che, ricostruendo la vicenda giudiziaria, e le stranianti contraddizioni, di questo “pesce piccolo” della Rsi, lo ha assunto come protagonista del suo ultimo lavoro: Uomini in grigio. Storie di gente comune nell’Italia della guerra civile (Feltrinelli 2016). Quella di Antonio M. è però soltanto una delle molte tonalità del grigio raccontate in queste pagine.

Come è chiaro fin dal titolo, all’origine del libro c’è la celebre riflessione di Primo Levi sulla zona grigia, il suo invito disincantato e penetrante a rifuggire da una «retorica schematica» che immagina vuota l’area che separa i persecutori dai perseguitati. E c’è il confronto con il dibattito storiografico che ha esteso la categoria della zona grigia – come auspicato dallo stesso Levi – anche al di fuori dell’universo concentrazionario, impiegandola per descrivere l’atteggiamento di chi nella contrapposizione tra fascismo e nazismo da un lato e Resistenza, armata e civile, dall’altro sceglie di non scegliere, di non schierarsi, di provare a filtrare tra le maglie della grande Storia senza esserne travolto.

 

Perché immergere lo sguardo e le mani in questo magma sfuggente, dai contorni poco definiti e altrettanto poco tranquillizzanti? Non solo perché – ancora seguendo le parole di Primo Levi – affrontare le «figure turpi o patetiche» (o le due cose a un tempo) che popolano quello spazio serve per «conoscere la specie umana», ma perché quel territorio è vasto e gremito.

Individuata la Torino del 1943-1945 come caso di studio, è lo stesso Greppi a spiegarlo con chiarezza: «Tra vittime e carnefici (se definiamo, con approssimazione, tutti i nazisti “carnefici” e tutti i deportati e i civili assassinati “vittime”), dovendo partire da un dato numerico netto, inquadriamo meno dell’uno per cento della “popolazione” […]. Se includiamo tutti i fascisti, arriviamo a stento a due. Settecentomila persone – tutti gli altri – sono una massa eterogenea e complessa, un groviglio di sottoboschi difficile da fotografare» (p. 14).

 

Il contesto, come richiamato esplicitamente dal sottotitolo, è quello della guerra civile. Ma non è tanto sullo scontro tra Resistenza e fascismo di Salò che a Greppi interessa concentrarsi; è, questo, un orizzonte dato per assodato, che costituisce lo sfondo delle vicende affrontate, come sullo sfondo resta la presenza degli occupanti tedeschi. Sulla scorta dei suoi studi precedenti (L’ultimo treno, Donzelli 2012 e La nostra Shoah, Feltrinelli 2015), ciò che l’autore vuole esplorare parlando di guerra civile è principalmente la dimensione delle «cacce all’uomo», del rischio diffuso dell’arresto e della deportazione, di una paura pervasiva che spinge ciascuno a diffidare degli altri. È questa impronta analitica a definire gli estremi dello spazio entro cui si allargano i grigi presi in esame, uno spazio che si estende, appunto, tra i “persecutori” e i “perseguitati”, tra i “carnefici” e le “vittime”; i partigiani – gli “eroi”, volendo mantenere un riferimento a figure archetipiche – quando entrano in scena (come Cerrato e Pizzorno, o come Aurelio Peccei, Massimo Ottolenghi, Bruno Segre) sono già caduti, o rischiano di cadere, diventando vittime, nella rete dei fascisti. 

 

 

 

Risiede in questa specifica declinazione del concetto di guerra civile, credo, l’origine delle perplessità espresse da Corrado Stajano, che ha ricordato all’autore l’esistenza di scelte e contrapposizioni nette, la presenza di una Resistenza salda nelle sue decisioni a fronte di un fascismo repubblicano «più nero che grigio»   (“Corriere della sera”, 4 maggio 2016). Ma se la Resistenza non è assunta come fuoco del ragionamento, che nelle file della Rsi ci sia stato un nero “integrale” mi pare emerga senza equivoci da questo studio, a partire da figure «tridimensionali nella loro spietatezza» (p. 184), come Serloreti o il federale Giuseppe Solaro o, ancora, don Edmondo De Amicis, cappellano della Gnr nella caserma La Marmora che non disdegna di partecipare alle torture sui detenuti, o Giovanni Cabras e Gaetano Spallone, con Serloreti ai vertici di via Asti.

 

Sono le figure “nere” chiamate a far risaltare uno spettro di grigi che – prima di arrivare alla tonalità pallida delle vittime – si affolla di spie, infiltrati nell’uno o nell’altro schieramento, doppiogiochisti, maneggioni, approfittatori, ricattatori, volenterosi, ottusi o sprovveduti esecutori di compiti abietti… Una massa dai contorni incerti, a tratti inquietante, che l’autore affronta con attenzione e onestà, «senza indulgenze, ma anche senza furori vendicativi» (De Luna, “La Stampa”, 13 aprile 2016), a partire da una consapevolezza non scontata e sicuramente scomoda. L’«uomo nel tempo è in divenire, cambia passo» (p. 10), nota Greppi, e aggiunge: «pure loro, le vittime e i carnefici, anche solo per un giorno furono altro, e va sempre tenuto a mente: non esistono gli atteggiamenti assoluti, ma gli atteggiamenti rinnovati» (p. 16). Dunque, un invito a considerare l’esistenza di sfumature e movimenti complessi non solo in quella vasta zona grigia ma all’interno di ciascuno dei suoi abitanti, una prospettiva che lo porta a impiegare in modo problematico le stesse categorie analitiche di partenza, mutuate da Raul Hilberg, di “carnefice”, “vittima” e “spettatore”, in quanto statiche e destinate a cristallizzare in un ruolo preciso atteggiamenti e posizioni che possono variare nel tempo e coesistere negli stessi individui.

 

C’è una forte congruenza tra le ipotesi interpretative di Uomini in grigio e il suo impianto narrativo: per restituire l’affastellarsi di scelte (o non scelte) e posizioni dalle più varie sfaccettature in quei cruciali venti mesi tra il 1943 e il 1945, Greppi ha ricostruito e intrecciato fittamente più storie che chiamano in causa un brulicare di personaggi (protagonisti, comparse, semplici meteore) e – appunto – di atteggiamenti. E lo ha fatto affidandosi a una ponderosa mole di fonti di natura diversa, la cui ricchezza è stata sottolineata sia da Stajano sia, più di recente, da Raffaele Liucci (“Il Sole 24 ore. Domenica”, 29 maggio), concordi peraltro nel rilevare il rischio che il lettore smarrisca il filo di un “montaggio” eccessivamente aggrovigliato.

Un ruolo primario hanno le carte processuali e le sentenze prodotte dalla Csa di Torino (non solo il procedimento contro Antonio M., ma anche il processo contro i vertici di via Asti, quello contro la spia, abile e subdola, Antonio Franzolini alias “Kappa nove”, o il dibattimento che porta all’assoluzione di Giuseppe Caratozzolo, maresciallo della caserma del Nizza Cavalleria che per non insospettire i tedeschi mantiene un comportamento da volenteroso carceriere, ma in accordo con la Resistenza riesce a far fuggire più detenuti destinati alla deportazione). Ci sono inoltre memoriali e carteggi coevi (quelli inediti – intensi e commoventi – di Italo Momigliano, che dalla Francia occupata rientra in Italia sperando di trovare in patria la salvezza ma incrocia sul suo cammino “Kappa nove” e non sopravvive alla deportazione) o immediatamente successivi al 1945, come Quelli di via Asti di Bruno Segre, coevo però al processo contro i responsabili dell’Upi.

 

 

 

Segre, che di Momigliano è cugino e come lui incrocia l’insidioso “Kappa nove”, si salva perché paga i servigi di Mario Dal Fiume, avvocato di fiducia della Fiat che entra ed esce da via Asti, «porta girevole» (p. 139) ed equivoca tra due mondi: anche la sua memoria edita nel 1947 (Il mio processo) è una fonte rilevante, così come il diario inedito, e rimaneggiato fino agli anni Ottanta, di Fulvio Borghetti, altro personaggio che si muove con disinvolta e non chiara familiarità tra Alleati e vertici della Rsi. Ampliano ulteriormente il quadro alcune interviste a testimoni ancora bambini nel corso della guerra civile (da una lato la figlia di Serloreti, Fiorella, videointervistata dall’Istituto piemontese per la storia della Resistenza nel 2005 e dall’altro Gino Saragaglia, intervistato da Greppi stesso). 

 

L’oggettiva complessità del montaggio narrativo appare come una scelta deliberata, che discende non soltanto dalla proposta interpretativa dell’autore ma, ancor più direttamente, dalla selezione e dall’uso che ha fatto delle fonti, dalle domande che ha rivolto loro. Sono fonti interrogate come sguardi incrociati, puntati da angolazioni differenti su uno stesso spazio, uno stesso momento, con un procedere che può richiamare un modello di tipo cinematografico, in cui la stessa scena, nella quale si intersecano più o meno strettamente le vicende di diversi personaggi, viene rivissuta e ripercorsa ripetutamente, a spirale.

 

Una scelta che, come notato da Liucci, forse fa di Uomini in grigio un ibrido tra «il saggio storiografico in senso stretto» e «un libro pienamente narrativo», ma a mio avviso un ibrido convincente sia nel suo proposito di comprendere e restituire la complessità di quei venti mesi (e più in generale dell’animo umano in un simile contesto), «restando granitici, al contempo, nel nostro personale […] giudizio morale» (p. 20), sia nella scommessa di poter raggiungere anche un pubblico di lettori non “addetti ai lavori” senza per questo rinunciare a un approccio scientifico. 

 

Storie di gente comune nell’Italia della guerra civile, Milano, Feltrinelli 2016.

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