Pace

28 Febbraio 2026

Fair-play, inclusione, comprensione, determinazione, uguaglianza, rispetto, pace, fratellanza, coraggio, ispirazione, solidarietà: ogni sabato il testo di uno degli undici podcast sui valori olimpici e paraolimpici realizzati da Doppiozero per BAM, con la collaborazione di Malagola, ascoltabili su Spotify.

La morte del maresciallo Tito è una partita di calcio.

Aleggiava nell’aria da mesi. L’assenza di notizie certe alimentava leggende. Il corpo del capo, prima ancora di essere trasportato – la bara forse riempita con sabbia, si vociferava – da Lubjana a Belgrado con il treno azzurro salutato da milioni di cittadini in lacrime e giovani pionieri che deponevano mazzolini di margherite sui binari, prima ancora che fosse arrivata la fine, il corpo di Tito era oggetto di attaccamento e mitologia. Fino all’ultimo lo tennero aggrappato alla vita, sapendo che bisognava essere pronti per quello che sarebbe successo dopo: la fine di un’epoca. E naturalmente non si è mai pronti per una cosa del genere.

Che per l’intera nazione sarebbe stata la fine della pace non lo sospettavano ancora.

Quel 4 maggio del 1980 si giocava la partita tra l’Hajduk Spalato e la Stella Rossa di Belgrado, le due squadre più rappresentative di Croazia e Serbia ma entrambe con giocatori provenienti da tutte le repubbliche. All’improvviso un’interruzione del gioco e l’annuncio: “È morto il compagno Tito”. Sugli spalti calò improvviso il silenzio, poi le lacrime, i canti, l’isteria e la commozione di un popolo. I giocatori piangevano. I tifosi pure. Forse alcuni intuivano che quel giorno finiva il sogno di un Paese: la pacifica convivenza, le squadre miste, i matrimoni misti, i brindisi misti.

13 maggio 1990. Dieci anni dopo. In campo la Stella Rossa di Belgrado contro la Dinamo Zagabria. L’incontro non è decisivo per il campionato, ma il dispiegamento di polizia è consistente: tra i Bad Blue Boys, tifosi della Dinamo, e i Delije della Stella Rossa non corre infatti buon sangue. La partita non è nemmeno iniziata che sugli spalti volano sassi, sedie divelte, blocchi di metallo. Si invade il campo. Tifosi e polizia, dopo pochi minuti entrano le squadre. Un putiferio. Zeljko Raznatovic, capo degli ultrà belgradesi, più tardi conosciuto come comandante Arkan a capo delle sue Tigri, dichiarerà anni dopo: “Avevo previsto la guerra proprio dopo quella partita”. Zvonimir Boban, capitano della Dinamo, si unirà agli scontri in campo avventandosi su un poliziotto e rompendogli la mascella con una ginocchiata: quel poliziotto era un ragazzo bosniaco musulmano.

La partita del 1980 allo stadio Poljdu di Spalato divenne il simbolo della fine dell’epoca della fratellanza e l’unità dei popoli. Con quella del 1990 allo stadio Maksmir di Zagabria finì la pace. Successivamente davanti a quello stesso stadio, che nel nome contiene la radice “mir”, pace, comparve una targa: “Ai sostenitori della squadra che su questo terreno iniziarono la guerra contro la Serbia”.

Quella fu una delle ultime partite del campionato jugoslavo. I giocatori di lì a pochi mesi finirono nelle file degli eserciti nazionali o nelle milizie. Passarono altri dieci anni prima che le partite riprendessero e a quel punto la Jugoslavia non esisteva più. Non esistevano più nemmeno le squadre miste. Ogni città apparteneva a una repubblica etnicamente definita, e le partite da quel momento in poi non sarebbero più state momenti dello stesso campionato, ma scontri tra squadre di nazioni ostili, tra popoli in guerra e in odio. Da quel momento una pace fragile aleggia sui campi da calcio che furono della Jugoslavia, e il fair play deve sottostare alle regole del sangue e del territorio, della corruzione anche.

È una calda giornata di giugno del 2025, il campionato è finito. A Srebrenica il sole fa brillare il verde dei prati e dei boschi, in lontananza si sentono sgommare le moto di un raduno.

«Se atterri a Sarajevo è più breve, ma puoi scegliere di venire anche da Belgrado» mi aveva detto Emir, per niente stupito dall’annuncio del mio arrivo. «Vieni per l’anniversario?»

«Non proprio.»

Non mi ha chiesto cosa ci andavo a fare allora a Srebrenica.

«Potevi sceglierti un periodo migliore, inizierà già a esserci un casino da queste parti.»

«Non so se andrò al Memoriale»

Il Memoriale delle vittime del genocidio è a Potočari, meno di dieci km da Srebrenica, nella sede della base Onu dove accorsero i civili in cerca di protezione dalle truppe serbe entrate in città, civili che non potevano difendersi perché avevano dovuto consegnare le armi essendo la città “safe zone” sotto protezione internazionale: uomini e donne e bambini che furono fatti uscire dalla base e consegnati ai loro carnefici dai caschi blu olandesi.

«Ci vediamo in città allora, chiamami quando arrivi.»

Sono arrivata da Sarajevo, alla fine. Attraversando i confini ridisegnati secondo gli accordi di Dayton, seguendo le regole delle etnie e dell’omogeneità territoriale. La Bosnia Erzegovina è divisa in due: la Federazione di Bosnia Erzegovina, croato-musulmana, e la Repubblica Srpska, a maggioranza serba. Srebrenica, la città del genocidio dei bosgnacchi, ora è in territorio serbo.

Arrivando da Sarajevo ci si accorge di aver attraversato il confine invisibile perché scompaiono i minareti e spuntano croci altissime di recente costruzione, le scritte in cirillico. Dal finestrino scorre una distesa assolata di prati, un pacifico altopiano punteggiato di fienili e piccoli paesi con il panificio e il benzinaio, qualche trattore lungo la strada.

«Ci hai fatto caso?» mi chiede Emir dopo qualche minuto che passeggiamo per la strada principale di Srebrenica.

«A cosa?»

«Al silenzio.»

Nemmeno un filo di vento.

«Siamo nel deserto» dice.

«È estate, magari le persone se ne sono andate in vacanza.»

«Hai notato che i negozi hanno tutti le serrande abbassate?»

Davanti alla sala con le slot machine una ragazza controlla il cellulare, le porte automatiche del market sulla piazza si aprono quando ci passa davanti un bambino con un triciclo. Per il resto è tutto chiuso, anche il bar.

«Nessuno abita più qui, i pochi che ci nascono non vedono l’ora di andarsene.»

Non gli chiedo se è per via dei fantasmi della guerra o perché l’aria resta tesa tra i bosniaci e i cittadini della Republika Srpska. La maggioranza delle case ha le imposte serrate. Sono soprattutto i vecchi a essere tornati, per attaccamento e perché sono cresciuti in un’epoca diversa, in cui non contavano le distinzioni del sangue; i figli, i nipoti, i sopravvissuti e i nuovi nati stanno altrove, a Sarajevo, a Tuzla, a Amsterdam o a Oslo.

«E invece tu sei tornato.»

«Ho la casa di mio zio qui.»

«Non dirmi che rimani per quelle vecchie mura.»

Ride: «La vuoi sapere la verità? Resto per il calcio.»

«Tu giochi a calcio?»

Emir ha il fisico di tutti i maschi con cui sono cresciuta, che hanno una familiarità genetica con l’alcol e scarsa predisposizione alla fatica sportiva.

«Non ci penso nemmeno. Solo a fare avanti e indietro tra le porte rimarrei immobilizzato per un mese.»

«E quindi?»

«Vieni a vedere.»

Camminiamo verso nord, verso Potočari, lasciandoci la città fantasma alle spalle.

Non che si capisca subito che si tratta di un campo da calcio, pare più uno spazio recintato a ridosso del bosco fitto, una specie di terreno abbandonato circondato da un muro bianco e azzurro, non fosse che sul lato più corto, sopra il cancello di ferro blu, cappeggia la scritta, in latino e in cirillico, FK GUBER.

Emir spinge il cancello che si spalanca senza sforzo e mi fa strada. Sul campo tre ragazzini palleggiano con disinvoltura, uno di loro alza un braccio di saluto nella nostra direzione, Emir ricambia. Andiamo a sederci su una panchina arrugginita e per un po’ li guardiamo giocare.

«È una squadra mitica il vecchio Guber, sai? Ha cent’anni. E sai com’è rinato? Non è stato facile. Quando la gente ha iniziato a tornare, nel 2002, c’era ancora un clima orrendo, non che ora sia ottimo, ma allora era peggio. I profughi serbi, pure loro cacciati dalle proprie case, si erano prese le case di qui, ma a guerra finita e dopo che c’erano state le risoluzioni dei tribunali, gli avevano detto che dovevano abbandonarle quelle case, perché i proprietari tornavano, alcuni perlomeno. I primi tempi è stato un inferno. La gente si pigliava a sassate, volavano insulti, la polizia doveva fare la scorta alle madri che andavano al cimitero. Pure i ragazzini erano incattiviti, com’è ovvio. Tutti qui hanno morti ammazzati in famiglia, a volte quelli tornati sono gli unici sopravvissuti. Per un sacco di tempo nessuno ha messo piede in questo campo, per via di tutto quello che ci avevano fatto nel ’95. Poi i ragazzini hanno preso a venirci con un pallone, ma giocavano separati. Si dividevano il campo senza bisogno di spiegarsi. Bosgnacchi con bosgnacchi, serbi con serbi. Naturalmente ogni cinque minuti gli scappava la palla dall’altra parte, e quelli se la rimandavano indietro a insulti. Gli stessi degli adulti, ne avevano piene le orecchie. A un certo punto si sono stufati di palleggiare tra loro, gli è venuta voglia di fare una partita e così hanno iniziato, serbi contro bosgnacchi. Poi da una parte avevano due portieri ma gli mancava un attaccante, così hanno iniziato a mescolarsi. Eccolo qua, il nuovo Guber. L’unica squadra mista di quel che resta dei gloriosi Balcani.»

«Da bambino tu ci venivi a giocare qui?»

«Qualche volta, sì. Ci sono venuto fino a prima di andarmene. Qualche mese dopo ho saputo che i serbi avevano lanciato granate contro gli studenti che giocavano, sono morti in tanti. Alcuni li conoscevo bene. Mi è venuto lo schifo del calcio, per anni.»

«Ora c’è una squadra vera?»

«Sì, gioca nel secondo girone. L’hanno messa insieme Yusuf Maladzić, che era stato un portiere leggendario del vecchio Guber e un suo ex compagno di squadra, poi in tanti sono accorsi a dare una mano: bosgnacchi e serbi. Hanno pure chiesto i soldi al governo olandese per iniziare, e quelli pur di lavarsi la coscienza li hanno aiutati. Nel 2005 ce l’hanno fatta e sono tornati in campionato. Anche se non è stato facile, sai. L’hanno scritto sul loro statuto che non ci sarà mai nessuna divisione etnica nel Guber. Ma quando andavano in giro a fare le partite nei villaggi era tutto un insulto: “turchi di merda”, oppure “traditori”, alle volte li accoglieva un coro di “Mladić, Mladić, Mladić”. Immaginati come si sentivano quelli in campo. Quelli che hanno i familiari che guardano e riguardano i telegiornali dei tempi con Mladić che accarezza la testa dei bambini prima di ammazzarli tutti.»

«Dio mio.»

«Altro che Dio, sì. Qui sono morti tutti gli dei del mondo, su questo campo qui. Eppure sai che da un po’ di tempo la squadra di Sarajevo si becca le multe dall’Uefa perché espone gli striscioni che dicono “Non dimentichiamo il genocidio di Srebrenica. Non perdoniamo”. Naturalmente anche i serbi hanno i loro striscioni. Gli ultrà del Partizan di Belgrado alle volte attaccano con i cori “Noz, zica, Srebrenica”, coltello, filo spinato, Srebrenica.»

«Come fanno a giocare in questo clima?»

«Un po’ hanno imparato a non ascoltare, un po’ si prendono le loro soddisfazioni. Ancora mi ricordo che una volta, saranno stati dieci anni fa, sono andato a vedere una partita del Sarajevo contro quelli del Levski Sofia. Era pieno di polizia già nelle strade prima di arrivare allo stadio e quando sono entrato ho capito perché. Gli ultrà bulgari avevano uno striscione che inneggiava a Arkan e altri criminali. Si sentivano forti, avevano vinto la partita di andata. Ma il Sarajevo gli ha fatto tre gol e sai che uno l’ha segnato Asmir Suljić, uno di qua, che era nato nel 1991 proprio qui a Srebrenica. Pensa che soddisfazione!»

«E tutto questo cosa c’entra con te?» che nemmeno giochi a calcio, che non hai più parenti vivi in questa città. Ma queste cose non le dico.

«Il Guber mi mette in pace con i morti. Con i miei che hanno voluto rimanere qui fino all’ultimo. Con quelli che li hanno ammazzati e buttati chissà dove. Vedi, guardo questi ragazzini che sono nati nel tempo dell’odio, che non hanno conosciuto la Jugoslavia né il magnifico sogno socialista, che hanno i cellulari pieni zeppi di proclami del cazzo. Che a casa hanno le foto dei morti e degli scomparsi e ogni tanto gli si ammala un parente perché è sopravvissuto ma non ce la fa a vivere. Ed ecco loro vengono qua e finché sono qua non conta nient’altro. Solo il calcio. Zero passato, zero rancori, politica, colpe. Niente. Diventano amici. Ecco, questa cosa mi fare stare bene. È la ragione per cui sto qui.»

Smettiamo di parlare e rimaniamo a goderci i ragazzini che palleggiano con l’ossessiva dedizione dei giochi che strappano dalla realtà e dal flusso normale del tempo. Uno di loro ci fa cenno, vogliamo fare due tiri? Scuotiamo la testa, sorridiamo, Emir si accende una sigaretta e io vorrei leggergli nel pensiero, chiedergli quanto durerà questa pace provvisoria nei Balcani, ma c’è un bel sole di giugno e la luce della sera scende dorata e il prato da calcio del FK Guber di Srebrenica non è mai stato così verde.

Leggi anche:
Luca Vettori | Fair Play
Gustavo Pietropolli Charmet | Inclusione
Edoardo Camurri | Determinazione
Annalisa Ambrosio | Uguaglianza
Marco Belpoliti | Comprensione
Gino Cervi | Rispetto 

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).