Giancarlo Consonni: il lirismo senza io
Da qualunque punto la si guardi, la poesia di Giancarlo Consonni sembra avere sempre un doppio passo. Dialetto e italiano, rime frenetiche e assenza di rime, poesie simil-haiku e testi lunghi narrativi, natura e società, poesie di campagna e di città (come era divisa la raccolta Vûs) e così via… Potremmo aggiungere rime serie e rime giocose, se calcoliamo anche il libro firmato con lo pseudonimo di Jean-Charles d’Avec Sommeils, il divertentissimo Oblò. E penso che vada calcolato assolutamente, anche se non tutti i giochi di parole sono dello stesso livello della poesia che dà il titolo al libro:
Obliato
oblio
da un oblò.
Oblesse
oblige.
D’altronde, anche a considerare l’opera pittorica di Consonni, quantitativamente più ampia di quella poetica, si possono individuare due stili diversi fra loro: un paesaggismo ispirato a Cezanne, che tende all’astratto ma in cui il punto di partenza è ancora riconoscibile, e una serie di composizioni (spesso collage materici) totalmente astratte, in cui forme e colori si assestano in una continua variazione di equilibri.
Però, nonostante queste duplicità, la sua poesia, la sua pittura, ma anche la sua saggistica letteraria e urbanistica, hanno un’intima coerenza, un segno personale ben identificabile. È come se Consonni, marxista mai pentito, avesse bisogno di una dialettica interna che sfociasse in una sintesi. E la sintesi è quell’idea, ma forse sarebbe più appropriato dire quel sentimento, di armonia fra uomo e natura, fra il singolo e gli spazi sociali, fra la vita e la morte, che emerge con evidenza in tutta la sua opera.
Ammirazione per il mondo vegetale e animale (soprattutto uccelli, e soprattutto le rondini), curiosità e compassione per il mondo degli umani, pudore quasi assoluto nella pronuncia dell’io. Quello di Consonni è un lirismo quasi senza io. Chi prende la parola lo fa a nome di una fraterna comunità di piante, animali, uomini, vivi e morti. La prima persona singolare è rara e quelle poche volte che compare può appartenere a un personaggio non autobiografico, come in L’annegata (Pinoli): «Il vestito strapazzato / nell’Adda l’ho lavato / ma non tornerà com’era. / Vi lascio la mia ombra / come la biscia la sua pelle».

Nel libro più recente, Il conforto dell’ombra, dove c’è una parte cospicua di ricordi d’infanzia, i flash memoriali sono piuttosto declinati a un tu impersonale, come in questa scena di raccolta del granoturco: «Affondi le mani nei chicchi / e trovi / il tepore ospitale / dei tramonti di settembre». O anche nella difficile scelta di come spendere le venticinque lire di paghetta settimanale: «Un gelato da cinque al carretto di Siro, / una gazzosa, / una partita di calciobalilla, / un pacchetto di figurine / da giocare contro il muro. // Oppure / un gelato da cinque, / una stringa di liquirizia, / una partita al calciobalilla, / un pacchetto di figurine / da giocare contro il muro. // Da come la domenica / spendevi le venticinque lire / dipendeva il sapore della settimana». E altri casi di questo tipo, anche se percentualmente i ricordi vengono rievocati in una terza persona che focalizza gli oggetti del ricordo: muschio, pannocchie, carri di fieno, il ferro rovente del maniscalco che, viene detto, lascerà un indelebile ricordo olfattivo (ma a chi non si dice esplicitamente).
Si potrebbe pensare che questa riluttanza a pronunciare la parola io sia un semplice tratto di eleganza, un rifiuto di ogni protagonismo narcisistico (quello che Consonni rimproverava sia a tanti letterati alla moda che alle archistar). Ma forse è un più profondo bisogno di coralità, di radicare la propria esperienza a una comunità, come si diceva. Trovare il punto sintattico in cui il personale e l’impersonale coincidano è un’operazione tecnica che ha evidentemente a che fare con una posizione morale.
Questa tensione etica si sente molto forte in tutti i libri di Consonni, poetici e non, e nell’osservare i comportamenti umani può prendere le forme dell’ironia, più raramente del sarcasmo. Nella parte cittadina di Vûs, c’è una serie di ritratti come quello di un uomo indaffarato che per risparmiare tempo dice le preghiere in macchina, intanto che il motore diesel si scalda. O quando in metrò ci sono tante facce di immigrati da paesi lontani, «E in mèss nögn / facc de fiö de lader d’ubelìsch» (E in mezzo noi / facce di figli di ladri d’obelischi).
A proposito di metropolitana, i mezzi pubblici sono una fonte d’ispirazione primaria di Consonni, fin dai primi libri. In Viridarium: «Sö la curiéra di do e mésa / a stà dedré / te vègn ul balurdón. / Per quèst se mètem töcc davònti. // A Grèch / salta sö ’n turnista, / là in fûndt / al tègn cinq pòst» (Sulla corriera delle due e mezza / a stare dietro / ti gira la testa. / Per questo ci mettiamo tutti davanti. // A Greco / sale un turnista, / là in fondo / tiene cinque posti). Quasi vent’anni dopo, nel libro forse più bello di Consonni, che si intitola per l'appunto Filovia, una scena sull’analogo tema dei posti a sedere: «Slittano tutti / di un posto, / è salita una nonna col nipotino. // In silenzio ognuno / si prende / il caldo del vicino». I mezzi pubblici sono amati perché sono un luogo sociale, formano delle comunità, per quanto variabili a ogni fermata. Così come l’urbanista Consonni valorizzava le piazze come luoghi di incontro e aveva polemizzato con un famosissimo architetto che aveva ridisegnato il piano urbanistico di Sesto San Giovanni senza averne previsto nemmeno una…

Ma, come si diceva, la comunità che è valore così centrale per Consonni non è solo quella degli uomini. La sua “macchina da presa” si muove orizzontalmente, mette il teleobiettivo per il primo piano di un bambino sul tram o di una primula che sboccia al finire dell’inverno o di un bombo che si posa su un fiore, ma si muove anche verticalmente: in cima a una gru, nel cielo dove volano gli uccelli. E gli uccelli sono forse figure angeliche fra gli uomini e qualcosa che è ancora più in là di loro. In tutti i movimenti di questa macchina da presa poetica si avverte l’attraversamento del sacro e la ricerca del silenzio, quasi Consonni fosse un Kieslowski in versi.
Il riferimento al silenzio è in tutte le raccolte poetiche di Consonni, e sempre in posizione di rilievo. Per esempio nella poesia liminare del Conforto dell’ombra, che è una sequenza anaforica su quel che può essere la parola: «C’è la parola colloquiale / e la parola solitaria / c’è la parola affabile / e la parola appartata…» che si conclude dopo ventidue versi con «e c’è la parola che abita il silenzio», punto d’arrivo della poesia, l’ineffabile del Paradiso dantesco, chiave della spiritualità laica di Consonni.
Ora che il silenzio ha siglato anche il punto d’arrivo del poeta, viene bene salutarlo con questa sua poesia, da Viridarium.
Ghè di sógn che te passen adòss
’mè ’na furmighina söl pòn pòss.
Fòn i pröf de quòndt sarèmm de sass
e pudaròn fòmm i carèss
e nögn vardàj sènsa svegliàss.
(Ci sono sogni che ti passano addosso / come una formichina sul pane raffermo. / Fanno le prove di quando saremo sasso / e potranno accarezzarci / e noi guardarli senza svegliarci).
Le poesie sono citate dalle seguenti raccolte: Oblò (LietoColle 2009), Pinoli (Einaudi 2021), Il conforto dell’ombra (Einaudi 2025), Vûs (Einaudi 1997), Viridarium (Scheiwiller 1987), Filovia (Einaudi 2016).
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