Come abbiamo perso l’Europa

Possiamo riprendercela?

Tra i tanti ribaltamenti ai quali assistiamo, spiazzati da tutto quanto di questi tempi è “senza precedenti”, c’è il senso comune dell’Europa. In poche settimane passato dal cilicio alla cornucopia; dai sacrifici alla manna dal cielo; da “ce lo chiede l’Europa” a “ce lo dà l’Europa”. Lasciamo stare il fatto che non era del tutto vera la vecchia solfa, e forse non sarà del tutto reale la nuova narrazione. Sta di fatto che questo ribaltamento, avvenuto nelle poche settimane nelle quali l’Unione europea, e in particolare l’area dell’euro, hanno smantellato pezzo a pezzo la loro costituzione materiale per rispondere all’emergenza Covid 19, non è cosa da poco. Per la nostra cultura politica prima ancora che per la nostra economia: spiazzando non solo una certa idea dell’Europa, ma anche gli schieramenti che attorno ad essa si erano costruiti. Da un lato, i difensori dell’ortodossia fondata a Maastricht sul rigore di bilancio e fiducia nei meccanismi automatici di aggiustamento di mercati ben funzionanti; dall’altro, gli euroscettici e i no-euro, a dominanza sovranista, convinti che tutti i nostri mali interni siano derivati dagli errori di quella costruzione imposta dall’esterno. In mezzo, il solito vaso di coccio dei riformisti, a prendere colpi da tutti e due i lati nel loro solitario cammino verso il miraggio di un’Europa come destino e progetto comune. “Confortare il riformista e farlo sentire meno solo” è l’obiettivo dichiarato del libro di Francesco Saraceno, ottimisticamente intitolato La riconquista, con un sottotitolo altrettanto chiaro: perché abbiamo perso l’Europa e come possiamo riprendercela.

 

Poiché la parola “riformista” è stata a sua volta ben rivoltata e sbatacchiata negli ultimi decenni, è bene qui precisare in che senso viene usata, in un libro sul futuro dell’Europa. Nel senso definito da Keynes, quando si scagliava contro gli “opposti conservatorismi” di rivoluzionari e reazionari: i primi, “i quali pensano che le cose vadano tanto male che nulla possa salvarci se non il rovesciamento violento”; e i secondi, “i quali ritengono che l’equilibrio della nostra vita economica e sociale sia troppo precario per permetterci di rischiare nuovi esperimenti” (Le prospettive economiche per i nostri nipoti, 1930). Testo ripreso e portato negli anni Ottanta italiani da Federico Caffè, con un articolo a cui si deve il famoso titolo “la solitudine del riformista”, fortunato nel titolo – peraltro affidato a un giornale come il manifesto, più affezionato al campo rivoluzionario – ma assai pessimista nelle previsioni sulla capacità del riformista “di coccio” di restare indenne nello scontro tra rivoluzionari e reazionari di ferro. E ancora, aggiornato al dibattito europeo degli ultimi anni in questo libro, nel quale “chi pensava che fosse possibile cambiare politiche economiche e istituzioni, pur rimanendo nell’ambito della moneta unica, è rimasto sostanzialmente schiacciato tra eurocrati e sovranisti (...). Qualunque proposta di riforma istituzionale che non sia incentrata sulla supremazia degli aggiustamenti di mercato è stata bollata da una parte come vetero interventismo keynesiano e, dall’altra, come velleitaria al cospetto di poteri forti che impongono il giogo liberista”.

 

 

Per capire se gli avvenimenti degli ultimi mesi possono davvero “confortare” il riformista europeo in questo senso inteso, è necessario però uscire dalle dichiarazioni di buona (o cattiva) volontà politica ed entrare nei meccanismi economici e istituzionali: sia quelli, per dirla con Saraceno, che ci hanno fatto perdere l’Europa; sia quelli che possono aiutarci a riconquistarla. Il libro è prima di tutto una utilissima visita guidata in questi meccanismi, indagati sia dal punto di vista della ispirazione (e coerenza) teorica che da quello della loro realizzazione pratica. È una visita non riservata agli addetti ai lavori; che si sofferma in particolare sulla disfatta dell’élite europea di fronte alla sfida della grande recessione iniziata nel 2008; ed è una visita interessata: si tratta di capire se l’Europa sfrutterà l’occasione della crisi del Covid 19 dopo aver mancato l’occasione della precedente crisi per ripensare se stessa, rivedere meccanismi introdotti per ossequio a un predominio dottrinario e per convergenza di interessi politici nazionali di breve periodo. Ci fu all’inizio, scrive Saraceno, una “alleanza innaturale” tra i fautori di un’Europa minima, basata solo su una unione monetaria con capitali e merci liberi al suo interno, e i sognatori di un’Europa federale, che scommisero sull’euro come primo passo. Per i primi, l’aggiustamento degli inevitabili squilibri che si aprivano in una zona monetaria non ottimale era affidato ai meccanismi dei mercati, in primis quello del lavoro; per i secondi, a tappe successive di unificazione politica che via via si sarebbero aggiunte. Quell’alleanza innaturale è saltata, sulle ceneri del decennio della grande crisi; rimpiazzata poi da un’altra alleanza innaturale, tra i sostenitori dello status quo e coloro che volevano far saltare l’euro (o almeno uscirne unilateralmente): uniti nella certezza dell’irriformabilità dell’eurozona. 

 

Ma l’eurozona è riformabile? Perché la crisi degli anni Venti dovrebbe sortire un effetto opposto a quella degli anni Dieci? La crisi da Covid, scrive l’autore nell’introduzione al libro e ancor più chiaramente in questo articolo, non è paragonabile alle precedenti. Non è originata nel funzionamento del sistema economico, ma si deve a una sorta di “coma indotto” nell’economia per contribuire ad arrestare la pandemia. Sfugge alle categorie analitiche tradizionali della macroeconomia, non solo per la sua scala – mondiale – ma soprattutto per le sue caratteristiche: colpisce allo stesso tempo la domanda e l’offerta, disarticola le catene del valore internazionali, congela le aspettative. Una controprova del suo carattere senza precedenti è nella stessa reazione dell’Unione europea e dell’eurozona, che dopo un iniziale tentennamento hanno messo mano a considerevoli novità economiche, politiche e istituzionali. Qui la “visita guidata” nel passato ci aiuta a capire la reale portata delle novità del presente e anche i loro limiti. Il punto fondamentale è che, per la prima volta, si fa un passo avanti verso una parziale condivisione del rischio tra i diversi Paesi. Non è il federalismo europeo, ma un embrione di “ministro delle finanze” dell’euro, che può emettere debito e anche imporre tributi. Saraceno lo chiama “federalismo surrogato”, che si basa su una aumentata capacità di bilancio dell’eurozona e allo stesso tempo su un recupero del ruolo delle politiche di bilancio nazionali. Dunque sì, la risposta alla domanda è: l’eurozona è riformabile, e per la sua via lo è l’Unione europea. Ma non è detto che questo accadrà.

 

Non sono gli interessi nazionali a fare da ostacolo – anzi, la svolta tedesca della primavera dimostra che possono essere proprio gli interessi nazionali a spingere verso un nuovo modello – ma una loro interpretazione di brevissimo termine, una certa comodità nel calcare le impronte del passato (vedi il trito dibattito tra frugali e spendaccioni, nord contro sud, quasi un euro-cinepanettone), e l’inerzia dello status quo, ancora forte persino nell’emergenza mondiale. Quel che l’autore consiglia (e si auspica), rispetto a questi ostacoli e queste resistenze, è di non guardare solo dalle parti dei riluttanti del Nord, ma anche alla responsabilità dei beneficiati del Sud, nel proporsi come protagonisti attivi della nuova stagione: “Il Fondo per la ripresa potrebbe essere il treno che ci porterà fuori dal tunnel; ai Paesi della periferia, soprattutto all’Italia, spetta l’onere di sedere nella cabina di guida. È meglio cercare di non farlo deragliare. Non è sicuro che ne passeranno altri”. 

 

Francesco Saraceno, La riconquista. Perché abbiamo perso l’Europa e come possiamo riprendercela, Luiss University Press, 2020

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