Fare chiarezza nel tempo dei miti

Dopo aver corrisposto con lui per circa un anno, finalmente nel maggio del 1965 Furio Jesi incontra a Torino Károly Kerényi, che egli considera il proprio maestro, “la persona da cui ho imparato di più in materia di mitologia” come scriverà in uno dei saggi dedicati allo studioso ungherese. I due percorrono le sale della Pinacoteca Sabauda. Kerényi si ferma davanti a un quadro di Francesco Albani che raffigura il ratto di Proserpina, estrae un taccuino e prende appunti. Di fronte a quella scena mitologica Jesi chiede a Kerényi cosa pensi della tonalità estremamente serena con cui è rappresentata l’irruzione demoniaca della divinità infernale. Con uguale serenità, il maestro risponde: “Ade non era un dèmone, ma un dio”. Questa risposta ebbe su Jesi l’effetto di una rivelazione e segnò l’inizio di quella che egli chiama – con un termine tipicamente kerényiano – la propria “guarigione”. In cosa consiste questa rivelazione dagli esiti terapeutici? È Jesi stesso a raccontarlo in una lettera inviata a Kerényi poco dopo il loro incontro: “Le Sue parole dinnanzi a quei dipinti (…) mi hanno rivelato ciò che già dentro di me si stava preparando, e cioè che il mito – il mito genuino – non è l’essenza del bene e del male affrontati e congiunti, ma ‘un punto più in alto’, ove il dèmone non può esistere, giacché il dèmone può essere solo dentro di noi, come un tragico ‘errore di vista’ o come una forza da vincere, giacente nel nostro sguardo: non sull’orizzonte della realtà” (lettera del 30 maggio 1965, in K. Kerényi – F. Jesi, Demone e mito. Carteggio 1964-1968, a c. di M. Kerényi e A. Cavalletti, Quodlibet, Macerata 1999, p. 61).

 

L’incontro con Kerényi ha quindi “guarito” Jesi da una visione gnostico-manichea (“l’essenza del bene e del male affrontati e congiunti”) e dalla convinzione che gli uomini possono essere afferrati e agiti da forze oscure, extra-umane, che ne trascendono le responsabilità. Questa posizione era ancora presente nella dichiarazione programmatica per un libro in fieri sulla sopravvivenza del mito nella cultura tedesca del ‘900 inviata al maestro per avere un suo parere. E si ritrova pure nella successiva “confessione” in cui Jesi precisava e difendeva le ragioni del suo progetto di fronte alle perplessità di Kerényi: “Mio scopo è porre in evidenza come forze oscure – ciò che in Demian [il romanzo di Hesse ] è Abraxas – abbiano agito nella vicenda della Germania moderna servendosi di uomini i quali ormai appaiono ai nostri occhi solo più come veicoli di orrore. Ciò mi consente di spiegare come taluni influssi di quelle forze – che sono insieme orride e meravigliose, e pacificanti – abbiano condotto altri uomini – non per questo “meritori” come non “colpevoli” mi appaiono in profondità i nazisti – ad opere di bellezza” (Demone e mito, pp. 51-52). 

 

 

Anche se l’incontro con Kerényi muterà radicalmente la posizione di Jesi circa la natura extra-umana delle forze oscure e le responsabilità dei nazisti, in queste poche righe possiamo riconoscere il nucleo problematico essenziale di Germania segreta: come spiegare il fatto che le stesse forze oscure – che si cristallizzano nei simboli e nei miti – si presentino ora con aspetto orrido e demoniaco, ora con aspetto sereno e pacificante? Come è possibile che le stesse forze oscure conducano alcuni uomini a compiere crimini orrendi e altri a realizzare opere di straordinaria bellezza e profondità spirituale? È proprio con questo interrogativo che si apre Germania segreta. Miti nella Germania del ‘900, che Nottetempo ripropone ora in una nuova edizione curata da Andrea Cavalletti al cui meritorio lavoro si deve la pubblicazione nel corso degli ultimi venti anni dei libri editi e inediti di Jesi. 

 

Germania segreta segna un passaggio importante nell’itinerario intellettuale di Jesi. Nei primi dieci anni della sua precocissima attività, cominciata quando era ancora un puer con un libro sulle leggende di Roma antica pubblicato insieme alla madre, Jesi si occupò soprattutto di archeologia, di storia delle religioni antiche e di etnologia, subendo l’influenza degli autori che aveva letto nella celebre “Collana viola” di Einaudi: Jung, Frobenius, Pettazzoni, Propp, lo stesso Kerényi (i contributi storico-religiosi di Jesi sono stati raccolti da Giulio Schiavoni in La “Ceramica egiziana” e altri scritti sull’Egitto e la Grecia (1956-1973), Aragno, Torino 2009). A partire dalla metà degli anni ’60 i suoi interessi si orientarono sempre più verso le sopravvivenze del mito nella cultura moderna, in particolare in quella del mondo mitteleuropeo. Il primo risultato di queste ricerche fu proprio Germania segreta il più kerényiano dei suoi libri anche nella scelta dei miti analizzati: la fanciulla divina, kore, la città, la morte. Il libro uscì nel 1967 per i tipi dell’editore Silva all’interno di una collana progettata e diretta dallo stesso Jesi che doveva riunire testi e studi attorno al tema del mito e del simbolo nella Germania moderna. Il programma di questa collana redatto da Jesi è riportato nell’utile Appendice al volume che raccoglie anche abbozzi, alcuni destinati a confluire, talvolta profondamente rimaneggiati, nel libro, altri esclusi e riutilizzati dall’autore in lavori successivi. 

 

La monografia di Jesi fu il primo e l’unico volume della collana ad essere pubblicato. Poi Germania segreta si inabissa per un trentennio. Finché non viene ristampato da Feltrinelli nel 1995 con un saggio di David Bidussa, altro meritorio “riscopritore” di Jesi. “Germania segreta – scriveva allora Bidussa – è un testo che scompare rapidamente nel mercato italiano, è un testo che ‘non rimane’, che si inabissa e che, col tempo, s’insegretisce. Se oggi viene riproposto non è per gusto da bibliofili, ma perché a quel testo verbale presiede una precisa macchina testuale. Quella macchina testuale è necessario, ed entro certi limiti anche essenziale, riesumarla, riaccenderne i motori e rimetterla in circolazione”. A distanza di tutti questi anni si può certamente dire che la macchina testuale di Jesi ha ripreso a circolare e a far sentire il rombo potente del suo pensiero a orecchie e sensibilità diverse. 

 

Torniamo al problema centrale di Germania segreta, ossia “se nel fondo del mito – del mito genuino – esistano componenti di orrore, o se l’orrore sia soltanto nella maniera in cui taluni uomini accolgono il mito entro il proprio essere”. Formulata in questi termini, la questione presenta sorprendenti affinità con le riflessioni di Aby Warburg sulla polarità dei simboli che sarebbero dotati di una carica di energia latente, in grado di essere liberata in modo positivo o negativo. Sono gli uomini a determinare di volta in volta la carica positiva o negativa del simbolo. “Essere travolti dai simboli del passato con tutte le loro associazioni oscure e sinistre è un segno di debolezza. Solo una personalità forte può sopportare lo shock e trasformare positivamente l’energia che egli trae da strati primitivi al servizio della chiarezza e dell’umanizzazione” (E. Gombrich, Aby Warburg. Una biografia intellettuale, Abscondita, Milano, 2018, pp. 244-245).

 

In Germania segreta Jesi non parla di Warburg che sperimentò su di sé le possibilità della guarigione dalle forze oscure della malattia mentale. Il libro è popolato da altre “personalità forti”, prime tra tutte quella di Thomas Mann. Al Doktor Faustus, romanzo in cui il problema delle componenti demoniache del mito è affrontato con particolare urgenza, sono consacrate le pagine forse più penetranti di Germania segreta. Adrian Leverkühn, il musicista faustiano protagonista del romanzo, rappresenta il modo malato di accostarsi – per poi soccombere – al mito, il modo tipico di chi riflette nel mito le proprie colpe legittimandole attraverso il richiamo a un passato falsamente originario ma in realtà deformato. E si sa che sotto il ritratto di Leverkühn c’è quello di un altro grande “malato” della cultura tedesca: Nietzsche. L’io narrante del romanzo, Serenus Zeitblom, l’amico e biografo di Adrian, è invece il simbolo della tradizione umanistico-borghese di rapportarsi al mito, quella che consiste nell’esorcizzare i suoi aspetti orridi, “inserendo i mostri della notte nel culto degli dèi”, ossia divinizzando il dèmone e facendone l’altra faccia del Dio oscuro. Anche se Thomas Mann sembra essersi ispirato proprio a Kerényi per il personaggio di Serenus, la soluzione del mitologo ungherese, che Jesi farà sua, non coincide con quella gnostica di Zeitblom – che è anche quella che Hesse propone in Demian.

 

Al vecchio umanesimo di Zeitblom reso inattuale dalla crisi della civiltà borghese, Jesi propone di sostituire un nuovo umanesimo, in cui – come nella mitologia greca – non c’è spazio per mostri e dèmoni. Si tratta di un umanesimo empirico che “consiste nella salvaguardia degli elementi che garantiscono oggi all’uomo sopravvivenza, amore e libertà”. È una soluzione che vede nel mito genuino – altra nozione ripresa da Kerényi – la sua componente umana e umanizzante, e si sforza di trovare un equilibrio tra inconscio e coscienza. La coscienza secondo Jesi tende “ad identificarsi con l’inconscio – e l’inconscio con la coscienza –, quando siano oggetto di quell’elaborazione cosciente oggetti o ‘contenuti’ pregni di ‘valori umanistici’. Tali ‘valori umanistici’ sono per noi quelle realtà mitiche che la volontà dell’uomo si abbandona ad accettare come arricchimenti dell’uomo: quei miti, cioè, che sgorgano genuini dalle profondità della psiche, e la cui genuinità è determinata dalla loro usufruibilità umana. Come tale usufruibilità sia criterio di assoluta validità etica, resta per noi – come già dicemmo – mistero”. Gli esempi di rapporto autentico e rigeneratore con le epifanie mitiche indicati da Jesi non vengono dagli studiosi della scienza del mito, ma dagli artisti: Mann, Brecht, il Rilke della X elegia di Duino, Max Klinger e Kandinskij nelle arti figurate e, in ambito musicale, Mahler e Mozart. 

 

Questa è la posizione di Jesi all’altezza di Germania segreta o, se si preferisce, il suo autoritratto nell’anno 1967. Malgrado la rottura con Kerényi nel 1968 e il superamento di certe posizioni del maestro negli anni successivi, Jesi non rinnegherà mai il magistero che Kerényi esercitò su di lui. In un’autointervista che risale a poco prima della morte intitolata “Quando Kerényi mi distrasse da Jung” (ora in Il tempo della festa, Nottetempo 2013), Jesi rivendica “l’arbitrio esistenziale” che è alla base del suo approccio ai materiali mitologici e delle sue riflessioni sul mito. Questa espressione sembra riecheggiare le parole che Kerényi gli rivolse dopo aver letto Germania segreta: “Ho seguito con grande partecipazione il Suo lavoro intorno al problema del mito genuino, poiché sebbene Lei abbia scelto come esempio “miti tedeschi”, quella fatica tocca (…) il Suo proprio problema. Collegare in questo modo il proprio problema con il problema generale non è illegittimo e trova fondamento nell’oggetto stesso: proprio perché il mito è sempre mito dell’uomo” (Demone e mito, p. 111). L’arbitrio esistenziale, nel caso di Germania segreta, consisteva appunto nell’aver scritto sulle sopravvivenze del mito nella cultura e nella letteratura tedesche moderne per “trovare qualche chiarezza” in quella parte di sé che Jesi sentiva “più affine o meno difesa nei confronti delle forze oscure agenti nella tragedia tedesca” (Demone e mito, p. 50). Facendo luce, in questa “opera catartica”, sulla propria fascinazione per il mito, Jesi ci offre con Germania segreta uno strumento affilatissimo per fare chiarezza in noi stessi e nel nostro tempo sempre assetato di miti. 

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