Giuliano Scabia, Una signora impressionante

Per sentiero e per foresta. Percorsi di analisi sul ciclo di Nane Oca di Giuliano Scabia: domani una giornata di studio dedicata al ciclo di Nane Oca all'Università Milano Bicocca, Aula Martini.

 

Si è sempre grati per libri come quest’ultimo di Giuliano Scabia, fresco di stampa per le Edizioni Casagrande di Bellinzona (Una signora impressionante, settembre 2019, 18 €). Grati perché ci consegnano una raccolta di scritti che appaiono all’impronta eterogenei, ma che consentono un sopralluogo in presenza dell’autore sugli sfondi e sugli incontri che hanno agito, come il lievito nel pane, nel suo fare teatral-letterario, cioè poetico. Insomma, un backstage della quadrilogia di Nane Oca, dei canti e delle letture camminanti, delle azioni boschive e, prima ancora, delle operine di Marco Cavallo. La voce dell’autore ci porta più all’indietro, al primo sodalizio con Luigi Nono, poi alle esperienze con i molti altri musicisti incrociati lungo la strada; e ci svela  il dialogo fervido con scrittori del nostro panorama letterario, passati e presenti (Dante, Manzoni, Pasolini, Calvino, Pagliarani). Con questo libro Scabia accoglie amichevolmente in casa il lettore, gli apre qualche faldone del suo sterminato archivio, gli permette di dare una sbirciata al magazzino dei trucchi e dei congegni della sua opera fantastica. 

L’indice comprende 36 interventi, 20 già apparsi in varie sedi non sempre di facile reperimento, distribuiti in nove sezioni diseguali nel numero, tutte con titoli che bene li rappresentano.

 

Si va da frammenti brevi, lampi, appunti, semi che hanno poi germogliato e sono fioriti altrove, a testi più organici e orchestrati. Troviamo scritti d’occasione, dove Scabia si congeda da amici scomparsi, amici dai nomi noti (Pino Spagnulo, Donato Sartori) o poco noti, benché non meno importanti nella sua formazione (Sveno e Domenico Notari, i poeti di Marmoreto); o dichiara i propri debiti, elenca i propri «ho imparato» dai Maggerini e dai Ruzzantini che hanno tesaurizzato la poesia e il teatro popolare; oppure fa «domande in parole» (come Nane Oca al professor Pandòlo) intorno a verità e finzione agli storici convenuti al consesso sul monte Gemola, cuore dei Colli Euganei, dove si rivela la vicenda del giudice Chimelli e dei briganti giustiziati e poi risorti nella saga del Pavano antico. Possiamo anche seguire Scabia in appuntamenti che ci siamo persi: a Roncisvalle con il paladino Orlando, alias Mimmo Cuticchio per la festa del suo settantesimo compleanno; nella chiesa di Bertipaglia per rievocare il retroscena biografico del Magico Mondo di Nane Oca; su per il Resegone alle spalle di Lecco, e nei luoghi manzoniani, luoghi – appunto – che «spesso sono la materia prima dei racconti». 

Così Scabia, camuffante «ingannino» delle fonti artistico-letterarie cui si abbevera, qui si mostra benevolente, aggiunge al paesaggio disegnato e già noto qualche tratto a carboncino, colora qualche tessera qui è là, indica di sguincio al lettore nuove prospettive. 

 

 

Come spesso accade con quest’autore, folletto coltissimo, difficile è definire lo status, la natura di queste scritture: prosa? poesia? l’una e l’altra, e altro. Improprio, dunque, ridurre questi testi a puri scritti di servizio, benché di ottimo servizio si tratti, reso a una poesia che si vuole umile, terra terra. Testimoniano un procedere per interrogativi, in cerca: in cerca della voce propria, delle proprie chiavi di volta. E, se non tutte, qui se ne trovano scolpite molte di quelle al centro dell’arco sperimentale scabiano: lingua, voce, corpo, gioco, teatro, poesia, pedagogia... Pedagogia del corpo, lingua, voce che è nella poesia del suo teatro-gioco. E poi, visione, poesia come visione. Concezione, questa, cruciale anche in Anna Maria Ortese che pure con Corpo Celeste ha offerto ai suoi lettori un libro rivelatore quanto questo di Scabia. Potremmo definirli libri-sostrato: termine che ben si addice alle propensioni filosofiche e linguistiche di Scabia, e persino a una certa sua vocazione geologica, poetico-geologica. Mettono infatti in contatto con ciò che sta sotto, ciò che giace in nuce negli scritti più propriamente creativi, con i fondamenti, la sostanza del fare poetico.

 

Visione, veggenza, sono motivi-guida insufflati in molte pagine della Signora impressionante. Una visionarietà sciamanica, mai separata dal corpo, dalla sua forza percettiva che ci fa trasferire in mondi altri. Ma chi è questa “Signora impressionante”? si chiede Scabia sulla soglia del volume. La poesia è una signora che impressiona, imprime, lascia un’impronta, con il piede-ritmo, sta nel corpo – scrive Scabia – come «il gatto che cammina. Come la lepre che fugge. E l’acqua che scivola». Una concezione creaturale di una poesia intesa come insorgenza del «magma vivente» e, in questa insorgenza, come fare, azione, creazione. Da qui il sogno, la speranza (e il senso) del fare teatro di Scabia: provare a rifare in terra il Paradiso terrestre, a spargere semi di Paradiso terrestre, a «costruire luoghi d’incontro e conoscenza – luoghi d’amore. Come il Paradiso terrestre, appunto». 

 

Nel 2006 l’editore ticinese ci aveva già messo a disposizione un altro libro necessario per meglio incamminarsi e orientarsi nella caleidoscopica opera di Scabia: Il tremito. Che cos’è la poesia?. Ora, di nuovo, Scabia ripete il gesto eponimico del testo-chiave a battezzare l’intera raccolta, e rilancia il motivo solfeggiato nel Tremito. E, se il primo scritto dà la nota d’avvio, questa, rimodulata, torna a farsi sentire in altre pagine decisive. 

Il bambino d’oro è un altro scritto di volta su cui poggia l’intero libro, oltre che la seconda ampia campata dal titolo Solo il teatro salverà il mondo?. Il bambino quale vero maestro, il solo che ci può portare al «baussète» originario, al gioco dell’apparizione-sparizione che evoca il primigenio gesto teatrale, quello di Dioniso, e quello del neo-nato, il veniente che rinnova «l’entrata in scena primaria»: 

 

Viene fuori per respirare.

E per venire a vedere.

Viene a teatro.

Senza quel nascente che attraversa la soglia non 

si può fare niente.

Nessun gioco, nessun teatro, nessun amore, 

nessuna civiltà.

 

Non per nulla una delle più affascinanti azioni di Scabia, Il Diavolo e il suo angelo, è una messa in scena del baussète. Qui, come in tutto il suo lavoro, Scabia si prova a riattivare la meraviglia, l’«accorgersi di non avere visto» che è l’inizio di ogni racconto.

Giocare con il bambino è «ri-oltrepassare la soglia», far cominciare tutto di nuovo, rimettersi in disponibilità di fronte a  «quell’apparire, unico, fondante, necessario, assoluto, luminoso – /di fronte a cui il resto è ghirigoro, orpello, commento». Diamo, dunque, retta a Giuliano Scabia che suggerisce un portentoso rimedio al disagio: «Quando perdo la tramontana e la mente mi si riempie di mosche mi dico: Cerca un bambino, gioca con lui».

Perciò, e per il molto altro che questo libro ci regala, oltre che all’autore e all’editore, siamo grati anche a Silvana Tamiozzo Goldmann che l’ha auspicato e sollecitato. 

 

Giuliano Scabia, Una signora impressionante, Edizioni Casagrande, settembre 2019, (18,00 €).

 

Domani all'Università degli Studi Milano Bicocca una giornata di studio dedicata al ciclo di Nane Oca: Per sentiero e per foresta. Percorsi di analisi sul ciclo di Nane Oca di Giuliano Scabia. Aula Martini – Edificio U6-04 Dalle 9:00 alle 13:30.

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