Fratellanza

7 Marzo 2026

Fair-play, inclusione, comprensione, determinazione, uguaglianza, rispetto, pace, fratellanza, coraggio, ispirazione, solidarietà: ogni sabato il testo di uno degli undici podcast sui valori olimpici e paraolimpici realizzati da Doppiozero per BAM, con la collaborazione di Malagola, ascoltabili su Spotify.

Quella dov’era arrivata non era la sua spiaggia.

Niente aveva in comune con la spiaggia di casa, dove stabilmente viveva insieme al padre da quando la madre era andata via. La spiaggia, la chiamavano, senza appellativi: le altre, sabbiose o scogliose, erano solo un’idea, nomi estranei su altre mappe, luoghi che non la riguardavano.

Scoprì oltrepassando il confine del bar dell’albergo, mentre la madre dormiva su nella stanza, che invece la parola spiaggia si poteva declinare al plurale. Così aveva scoperto di avere una madre, più di un nome non detto, una incarnazione di sangue e ossa. Una madre che al pomeriggio si addormentava, pranzava con poco e si faceva portare la crostata assieme al caffè mentre le faceva domande sulla scuola e sui suoi amici, e in definitiva parlava troppo, con una voce roca e assillante che risvegliava a ogni domanda un dolore piccolo, ma incontenibile.

In viaggio con la madre, la figlia aveva scoperto che i fantasmi delle parole non si consumano, restano intatti mentre la vita scorre. Dietro “madre”, la parola mai detta, esisteva una donna in carne e ossa, dal naso dritto e lungo e dagli occhi verdi. Una donna che prendeva la forma di un viso uguale a quello della figlia ma più netto e spudorato.

La madre era andata via in un tempo che la bambina ricordava sfocato, anche se i motivi li sapeva bene, erano tanti che non si poteva scegliere, cambiavano di bisbiglio in bisbiglio.

Non sono mai andati d’accordo / Non era fatta per diventare madre / Ha resistito anche troppo / Lui non era alla sua altezza / Con quell’offerta di lavoro, come faceva a rifiutare? / Se la sarebbe pure portata, la bambina, ma lui le avrebbe fatto la guerra / Se la sarebbe portata, ma poi chi le avrebbe badato?

La parola madre nascondeva la verità, oppure era così forte da contenerne più d’una. Nella distanza, si irrobustiva e troneggiava.

Poi, un giorno, la madre aveva espresso il desiderio di rivedere la bambina. Un giorno, sì, ma quanto tempo era trascorso? Come si poteva calcolare quel tempo? Quando se n’era andata, la figlia non andava ancora a scuola. Quando se n’era andata, il padre si era spaccato in due, era diventato madre e padre insieme e lei era semplicemente sparita in quella monade.

Quante estati avevano passato padre e figlia a inseguire una risata nella spiaggia vicino casa? Qualche volta l’avevano pure trovata. La loro, e anche la risata della madre. Intanto le tracce materiali di quando erano in tre sembravano sparite, come gli oggetti della madre dalla casa. In spiaggia, padre e figlia si erano allenati a cercarne di nuovi: conchiglie viola, sassetti color ruggine. Inaspettati, ogni tanto li intralciavano i detriti delle maree.

Poi un giorno la madre era tornata.

Si era profilato un altro mare, un oscuro risveglio dell’amore.

Tua madre vuole partire con te, aveva detto il padre una mattina di giugno. Come se con la figlia si fossero date la buonanotte due giorni prima.

La bambina aveva messo in valigia un costume mai indossato, non quello dei pomeriggi davanti casa, perché per dimenticare, per essere un’altra persona, non puoi tenerti addosso le solite stoffe. Aveva nascosto un sacchetto di conchiglie nel fondo della valigia, perché il mare di casa pesasse più di quello di arrivo. Aveva cercato vestiti nuovi, ma non li aveva trovati: allora aveva messo quelli vecchi in valigia, giurando che non li avrebbe indossati.

Poi era salita in macchina con sua madre, due sconosciute legate dalla genetica e dallo stesso silenzio nell’abitacolo.

La spiaggia non la riconosceva, e nemmeno i vestiti abbandonati sulla sdraio.

Un cappello con la visiera, una maglietta blu. Si muovevano leggeri scossi dal vento in seconda fila, sullo schienale di una sdraio, sopra la seduta sporca di sabbia. Qualcuno se li era tolti, aveva richiuso l’ombrellone sopra di loro e se n’era andato senza possibilità di ritorno, lasciando solo una speranza, si lascia sempre qualcosa dove si è stati felici. Il sole delle due può ammazzarti, i camerieri raccattano le stoviglie, i pranzi finiscono, l’ombra si ritira, la spiaggia si svuota.

La bambina fissava il campo di calcio, pure vuoto. In mezzo ai due pali della porta, nessuno. Mi sono sempre piaciuti i portieri, pensò – persone che rimangono con la stessa divisa, anche quando sudano.

Sette passi per appoggiare la mano sui vestiti di un altro. Le solleticò le narici l’odore di stoffa usata, una stoffa che sotto le dita provocava un lieve senso di colpa. Non si indossano i vestiti degli sconosciuti. Non desiderare la roba d’altri.

La maglietta scivolò larga e morbida, le braccia le caddero enormi dentro i polsi sottili.

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Fotografia di Lopez Robin.

Ora la spiaggia era sua.

Un bambino con gli occhiali dalla montatura tonda e rossa se ne stava seduto vicino al campo da calcio, le gambe tirate a sé. Indossava un costume blu, colore ormai familiare.

Sette passi, poi sette, poi altri sette.

  • Li ho trovati di là. Per caso sono tuoi?

Gli chiese indicandosi i vestiti.

Il bambino alzò lo sguardo facendosi ombra con la mano. E rispose no con la testa.

Lei si aggiustò la maglietta. Aveva cominciato a sudare, il suo odore si mischiava a quell’altro.

  • Se troviamo un pallone giochiamo?
  • Non gioco con le femmine.

La bambina si rabbuiò. La risposta era prevedibile, ma non aveva intenzione di lasciarla cadere.

  • Non ci vede nessuno.

Per un attimo, la figlia credette di trovarsi dentro un sogno della madre. Quegli occhi verdi, più grandi e più stanchi dei suoi, producevano mondi - anche da chiusi. Mondi in cui era dolce e strano abitare; era dolce, strano e doloroso; era il sottofondo di dolore che viene dalle cose che ci sono mancate mentre facevamo finta di no.

Il bambino dagli occhiali rossi tornò verso di lei con una palla.

  • Comunque mi chiamo Elisabetta!

Chissà poi perché aveva sentito il bisogno di battezzarsi prima di correre in campo.

  • Alessandro!

Urlò lui di rimando.

E i nomi invasero la spiaggia, come nel sogno di una madre addormentata.

Cos’è un portiere se non uno che si è messo i panni di un altro?

Elisabetta e Alessandro si allenarono e caddero e risero e si gridarono a vicenda frasi terribili e competitive, e rabbiose e entusiaste, e sfrenate e sudate. Nella violenza con cui volevano vincere c’era una tenerezza che sfuggiva a entrambi.

Quando la madre si svegliò, la partita era finita.

Le parole della bambina erano ancora nell’aria. Vado in spiaggia, aveva detto prima di scivolare fuori dalla stanza. Lo aveva detto senza chiedere permesso, non aveva aggiunto: ci vediamo lì. Né: non ti preoccupare.

Sua figlia scivolava via ogni giorno, ogni ora, in quella vita con il padre che lei poteva solo immaginare nella distanza. La bambina non era riottosa. Non sembrava avercela con lei. Era solo ombrosa, malinconica. Dove aveva messo la rabbia per la sua assenza?

Non mi basterà una vita per saperlo, si disse la madre uscendo in balcone con un velo di angoscia.

I bambini erano seduti al bar, con due gelati diversi.

  • Sul conto di mia madre.

Aveva detto Elisabetta con una inspiegabile, nuova contentezza, era elettrizzata perché una madre c’era, e anche se per la maggior parte del tempo dormiva o faceva domande stupide, il conto al bar della spiaggia su cui segnare i gelati era la prova tangibile del suo ritorno, della sua esistenza. Era il risarcimento per tutte le volte che alla parola “madre” era stata costretta a voltarsi da un’altra parte, a scuola, alle feste, al parco. Tutte le volte in cui quella parola non l’aveva fatta sentire al sicuro.

La spiaggia si andava riempiendo. Le quattro, il risveglio, la fine della controra, gli stiracchiamenti sui balconi, piccoli passi sulla sabbia a ogni minuto un poco meno bollente.

I bambini avevano i costumi bagnati e i capelli quasi asciutti.

  • Si è svegliata.

Lo sguardo di sua madre la chiamava dal balcone dell’albergo, a voce più alta di un richiamo.

Forse è una tendenza posticcia, quella che ci spinge a individuare una svolta, un bivio, anche dove non c’è stato. L’interruzione di un’abitudine o di una continuità, un fatto che tira da una parte i ricordi e li spinge verso l’imbuto del destino. L’essere umano ha bisogno di snodi, più che di storie.

Ora Elisabetta ha l’età che aveva sua madre quando, dopo essere stata lontana per qualche anno, era tornata da lei con una richiesta bislacca e irritante: porto la bambina a mare. Suo padre non si era irritato. L’aveva guardata negli occhi e le aveva chiesto di prepararsi la valigia, perché era tempo di ricucire l’ingiustizia. Mentre sceglieva un costume nuovo, con l’etichetta ancora addosso, Elisabetta e il padre avevano sentito la stessa fitta e non avevano aggiunto altro.

L’albergo dal quale sua madre si era affacciata il pomeriggio che Elisabetta era scivolata fuori dalla stanza per improvvisare una partita a pallone con un bambino solitario e strambo, quell’albergo non esiste più. Al suo posto una schiera di case basse con piccoli giardini si staglia perfetta per famiglie che non possono allontanarsi dalla città ma hanno bisogno di sole e di un tempo di mezza vacanza.

Elisabetta non ha figli. Non ancora, almeno. Forse non li avrà mai, pensa con un piccolo dolore.

Pensa al bambino con gli occhiali rossi, a quello che si sono detti in quel giorno di giugno. Poco, in realtà. Ma per qualche ora lui l’ha trattata alla pari, ignorando che fosse femmina, non si è vergognato. Certo, lei indossava una visiera e una maglietta da maschio, ricorda, e ricorda come quegli abiti l’avevano fatta sentire forte e spavalda come la bambina che non era.

Sorride.

Non ricorda come si chiamava. Si chiede se abbia mai avuto contezza di come riempiendole quel pomeriggio di giugno le abbia dato certezza di esistere, fuori dalla bolla triste della separazione dei genitori, fuori dalla paura per una spiaggia estranea e dagli spigoli di una madre complicata.

Il giorno dopo, la madre non aveva riposato al pomeriggio. Erano scese insieme a mangiare un gelato, dopo che Elisabetta aveva rinunciato alla solita crostata con il caffè. Avevano comprato un pallone e giocato in porta, in mezzo agli stessi pali dove il giorno prima si era allenata con il bambino sconosciuto. Che non si era più fatto vedere. Dissolto nel nulla, come il suo pallone

Alessandro, ecco come si chiamava – pensa Elisabetta, e ringrazia quell’epifania.

Adesso ci sono una madre e una figlia che trent’anni dopo si stanno ancora parlando. Stanno ancora cucendo quello strappo.

Elisabetta non ha mai buttato via quella maglietta di chissà chi, quel berretto blu.

Guarda la spiaggia, vuota di conchiglie e di fantasmi, e non è più altro che una spiaggia.

In copertina, Fotografia di Bence Balla-Schottner.

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