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I guardiani della notte

Nel 1995 arriva nei cinema Dead Man, sorta di acid western visionario, rarefatto sogno ad occhi aperti che Jim Jarmusch cattura chissà come e mette in pellicola. Fan di Jarmusch e adepto della chitarra di Neil Young, che della colonna sonora del film è autore, corro a vedere questa delirante e scheletrica rivisitazione del mito della frontiera. Quando esco dal cinema ho un terzo idolo da pedinare: William Blake. 

I versi del poeta inglese, scopro nel buio della sala, attraversano Dead Man in lungo e in largo, si incidono nella trama e di colpo deflagrano con la vitalità eversiva e fuorilegge di una poesia scritta con il sangue. Non che fino a quel momento non conoscessi Blake, lo si studia a scuola e «Tyger! Tyger! Burning bright...» si manda a memoria piuttosto facilmente, ma non avevo mai percepito davvero l’intensità dei suoi versi. In particolare, nei giorni che seguono, non mi escono più dalle orecchie le strofe degli Auguries of Innocence che l’indiano Nessuno, ispiratissimo, recita per un attonito Johnny Depp: «Ogni notte e ogni mattina nascono alcuni alla rovina. Ogni mattina ed ogni notte nascono alcuni al soave diletto. Nascono alcuni al soave diletto. Nascono alcuni ad infinita notte». 

 

In questi anni di curatela del festival Torino Spiritualità mi è accaduto spesso che l’argomento cardine di un’edizione nascesse da risonanze fortuite incontrate sulla pagina di un libro o da frasi impigliate nella memoria: per un po’ le maneggi come cose preziose e a un certo punto, persa ogni opacità, ti rivelano non solo il tema su cui imperniare la manifestazione, ma anche il suo possibile titolo. Quest’anno, però, non c’è stato bisogno di aspettare che una formula prendesse corpo. Quando ho realizzato che mi sarebbe piaciuto sviluppare un’indagine su ciò che sta tra la luce che cala e la luce che torna, il titolo era già lì: «Ad infinita notte». 

E nel titolo era già compresa un’indicazione di sguardo: esplorare, della notte, il fascino inesauribile che esercita su di noi, da sempre. Dalla notte dei tempi, verrebbe da dire. Un fascino ambivalente, in verità, perché la notte la attraversiamo in molti modi, a volte diametralmente opposti: c’è chi ne teme le ombre sinistre e chi ama lasciarsi incantare dalla sua tenda di stelle, chi ne sfugge la densità e chi la cerca, perché solo in lei trova il riposo, la tregua e la riflessione che il ritmo del giorno quasi mai concede. Forse sta proprio qui l’infinità della notte di cui scrive Blake: nella capacità di accogliere e mettere in risonanza ogni inclinazione dell’animo umano, che si tratti di note gioiose o di toni calanti, di spiriti nati «alla rovina» o di spiriti nati «al soave diletto». Uno scrigno di capienza infinita, ma infinito anche nel tempo, poiché appena passata, già la notte ci attende di nuovo. È alle nostre spalle, e sempre ci sta davanti. Come una presenza sognata, che della logica ferrea degli orologi se ne infischia. 

 

Opera di Christiane Spangsberg.


Ma c’è un’altra scala ancora su cui la notte manifesta la propria infinitezza: quella che va dallo smisuratamente grande all’intimamente minuto. Il primo di questi due estremi lo suggerisce Victor Hugo in alcune righe tratte da una sua relazione di viaggio: «Pourtant, je n’ai jamais réfléchi sans un certain serrement de cœur que l’état normal du ciel, c’est la nuit. Ce que nous appelons le jour n’existe pour nous que parce que nous sommes près d’une étoile». È la notte, scrive Hugo, lo stato “normale” del cielo, e se a lei possiamo opporre il giorno è solo perché abbiamo la ventura di orbitare intorno a una stella. Se, insomma, siamo soliti ricorrere alla parola “giorno” per riferirci sia alle ore illuminate dal sole che all’insieme del tempo diurno e notturno, sulla scorta dell’osservazione di Hugo verrebbe voglia di rivedere la nostra convenzione linguistica, per dare la meritata quota di riconoscimento alla vastità cosmica della notte. 

 

Infinitamente grande, dunque, ma anche infinitamente piccola, poiché minuscole porzioni del nero della notte le portiamo sempre con noi, aggrappate sotto alle palpebre. A ogni battito, un velo di buio si frappone tra me e il mondo. Frazioni di secondo minimali, ma ripetute migliaia di volte al giorno, fino a macchiettare il reale di intervalli oscuri. Lo dice meravigliosamente il grande scrittore e rabbino Chaim Potok in una pagina de Il dono di Asher Lev: «A proposito del versetto della Genesi: “Ed Egli vide tutto ciò che aveva fatto e vide che era buono”, mio padre una volta mi disse che il vedere di Dio non è il vedere dell’uomo. L’uomo vede solo tra i battiti delle palpebre. Non sa come è il mondo durante i battiti. Vede il mondo a pezzi, a frammenti. Ma il Padrone dell’Universo vede il mondo intero, integro. Quel mondo è buono». E conclude, Potok, con questa domanda: «Possiamo riuscire a vedere come Dio?». 

La risposta, ovviamente, è no. Un occhio capace di cogliere tutto con slancio zenitale e indiviso sarebbe per noi non solo impossibile, ma insostenibile: la notte è inscritta nel nostro sguardo, è necessità del nostro corpo, è paratia contro l’eccesso di visione che una pupilla sempre aperta sul mondo patirebbe con la violenza di un supplizio. Quello che uno dei nostri ospiti di quest’anno, il regista Dario Argento, ha messo in scena in Opera: spilli appicciati sotto alle palpebre, per impedire agli occhi di chiudersi e proteggersi dietro all’oblio di una piccola notte.

 

Protettiva, ubiqua, eterna, accogliente, terrificante, silenziosa, lancinante, seduttiva, onirica... è evidente che le nostre giornate di festival non basteranno a dire la vertigine maestosa della notte, ma varrà la pena scrutarne almeno qualche spanna, per rivalutarla contro una tradizione “diurna” assai diffusa, che accorda privilegio solo alla luce che batte con forza meridiana, al pensiero che sovraespone il reale; e pazienza se così facendo cancella la vita che abita i margini. L’occhio notturno, invece, non potendo contare sulla visione netta del giorno, si affida a tutti i sensi, convoca al loro fianco l’immaginazione e si sforza di intuire quel che non vede: un’esperienza di incertezza preziosa, perché chi è impegnato a capire è un po’ meno impegnato a giudicare. E se trova un punto in cui le tenebre si disfano in penombra, è anche più propenso a spartire il chiarore con gli altri. Magari stringendosi insieme intorno a un fuoco, come i viaggiatori antichi e misteriosi che compaiono nell’opera di copertina di quest’anno, realizzata per Torino Spiritualità dall’illustratore Alessandro Sanna. 

E può perfino accadere che, affinati dall’oscurità, ci si scopra a cogliere scie luminose che in pieno sole non avremmo distinto: rivelazioni, forse. È la Bibbia stessa, d’altronde, a insegnare che la notte non è solo tenebra vinta dalla luce, ma è lo spazio in cui manifestazione del divino e risposta dell’essere umano si incontrano. Basti pensare ai profeti, visitati nelle ore scure, quando il silenzio del mondo favorisce l’ascolto di una voce sottile, o a Giacobbe, che lotta con l’angelo del Signore tutta la notte e al mattino, ferito ma vincitore, può capovolgere un sacro divieto affermando: «davvero ho visto Dio faccia a faccia». 

 

Ad infinita notte. A lei dedichiamo Torino Spiritualità, tenendo i versi indimenticati di William Blake stretti ad altre parole, meravigliose e conclusive, scritte oltre un secolo dopo da un altro poeta della tenebra, Paul Celan: «Getta via i cunei di luce: la fluttuante parola la possiede il buio».

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Opera di Christiane Spangsberg.