Alfabeto Pasolini

Il giorno dell'oblio

Il Giorno del Ricordo è stato celebrato per la prima volta il 10 febbraio 2005, grazie alla legge n. 92 approvata a larga maggioranza il 30 marzo 2004. In quell'occasione il parlamento italiano ha stabilito di commemorare “le vittime delle foibe, dell'esodo (...) e della più complessa vicenda del confine orientale”. In questo modo i rappresentati politici dello stato italiano avevano deciso di evidenziare uno dei tanti fenomeni di violenza contro individui inermi che hanno caratterizzato la Seconda guerra mondiale. Molte di quelle vicende erano rimaste in ombra per tutto il dopoguerra, e alcune non hanno acquisito rilevanza nell'immaginario pubblico nemmeno oggi, nonostante la loro importanza storica e numerica. Penso ad esempio ai 600.000 Internati militari in Germania (IMI), alle decine di migliaia di innocenti vittime dei bombardamenti alleati, ai caduti italiani nella Resistenza in Jugoslavia: circa 10.000, il doppio delle vittime delle foibe. Perché dunque il parlamento italiano ha scelto, con una legge dello Stato, di commemorare proprio questa vicenda (con la stessa rilevanza data alla deportazione nazista, celebrata il 27 gennaio, Giorno della Memoria) fra tante altre più significative storicamente e più rilevanti numericamente?

 

La legge del 2004 è il frutto della convergenza di interessi politici specifici e contingenti, in particolare della volontà dei partiti eredi di modelli ideologici contrapposti (fascismo e comunismo), che erano stati esclusi dai governi del dopoguerra, di legittimarsi reciprocamente. Per i primi (all'epoca raccolti in Alleanza Nazionale e già da tempo nell'apparato di governo di Silvio Berlusconi) si trattava di vedere accolta una narrazione nazionalista e vittimista da loro stessi coltivata per decenni. I secondi (rappresentati allora dai DS) speravano di legittimarsi come partito di governo autenticamente nazionale prendendo le distanze da un crimine comunista, quello appunto delle foibe al confine orientale. Vale la pena notare che mentre i primi vedevano riconosciuta una propria narrazione propagandistica senza modifiche sostanziali e senza condannare il proprio passato ideologico fascista, i secondi invece condannavano l'ideologia alla base di quel singolo episodio di cui però non erano direttamente responsabili: i comunisti che avevano commesso quel crimine, infatti, erano jugoslavi, non italiani, e tra l'altro rappresentavano il principale antagonista ideologico nel fronte comunista dal 1948 fino alla scomparsa della Jugoslavia nel 1991. 

 

L'istituzione del Giorno del Ricordo era anche il frutto di una stagione storico-politica ben precisa, caratterizzata dalla fine della Guerra fredda e dalla sconfitta del modello ideologico comunista. Per tutto il dopoguerra aveva dominato in Europa il cosiddetto “paradigma antifascista”, ovvero un modello analitico che interpretava la Seconda guerra mondiale come una colossale contrapposizione fra fascismi da una parte e un vasto e composito fronte antifascista che includeva anche i comunisti, dall'altra. Un modello, questo, perfettamente adattabile al contesto globale (Asse vs. Alleati) e ai movimenti di resistenza occidentali, ma meno efficace nel descrivere la realtà dell'Est Europa. Nei vent'anni successivi alla caduta del muro di Berlino veniva alla ribalta un nuovo paradigma interpretativo, quello “anti-totalitario”, secondo il quale la storia del Novecento in generale veniva letta come uno scontro epocale fra democrazie di stampo occidentale da una parte e, dall'altra, totalitarismi ugualmente condannabili, tra cui i fascismi, ma anche i comunismi. Con una serie di risoluzioni l'Unione Europea sembra oggi aver accolto di fatto questo modello di analisi, nonostante le evidenti differenze valoriali fra i due modelli ideologici e la scarsa aderenza con l'esperienza storica delle società occidentali che non hanno vissuto i regimi comunisti, tra cui ovviamente l'Italia. Nonostante la sua problematicità, questo modello anti-totalitario sembra essere dunque alla base anche dell'idea celebrativa del Giorno del Ricordo. 

 

Nelle intenzioni virtuose dei sui promotori democratici, quella data commemorativa avrebbe dovuto rappresentare l'occasione per costituire una memoria condivisa o perlomeno “pacificata” tra gli ex nemici della guerra civile che si era combattuta in Italia nell'ambito dell'occupazione nazista, fra il 1943 e il 1945. Fascisti e antifascisti, comunisti e anticomunisti, ma soprattutto gli “italiani” come massa informe e indistinta, si potevano riconoscere come vittime della guerra, delle ideologie contrapposte, dei totalitarismi. Si trattava di uno schema vittimista che faceva leva su due stereotipi ampiamente sedimentati nella società: quello del fascismo come regime mite e sostenuto da un grande consenso, e quello degli “italiani brava gente”: un popolo (e un esercito) di bonaccioni, qualunquisti più che violenti, resilienti più che resistenti, in ogni caso sempre vittime e mai colpevoli. È questo in definitiva anche lo schema narrativo della fiction Rai dedicata alla vicenda delle foibe, andata in onda per la prima volta nel 2005: Il cuore nel pozzo. In quella pellicola gli italiani sono rappresentati come vittime di una violenza incontrollata, quasi il frutto di eventi naturali: globalmente innocenti e uccisi (in un luogo e in un tempo indistinti) “solo perché italiani”, secondo una interpretazione destinata a lunga vita.

 

Presentato come occasione di riconciliazione nazionale, il Giorno del Ricordo è diventato però quasi subito un terreno di scontro memoriale. A contrastare le commemorazioni sarebbero frange estremiste di fascisti e comunisti “non pentiti” che rifiutano la narrazione pacificata e neutrale proposta dalle istituzioni democratiche: “negazionisti” delle foibe da una parte e “neofascisti” che strumentalizzano la sofferenza dall'altra. Eppure la giornata memoriale è stata contestata, fin dall'inizio, soprattutto da intellettuali, studiosi, antifascisti di varia provenienza, tra cui l'Associazione nazionale dei Partigiani d'Italia (ANPI), che nel 2015 è arrivata a chiederne la sospensione. E in questo grande schieramento si contano moltissimi studiosi seri e preparati che per decenni hanno studiato le violenze avvenute in quei territori durante e dopo la guerra. Possibile che tutti gli storici, chi più chi meno, siano diventati improvvisamente “negazionisti delle foibe”?

 

A mio modo di vedere, in questa “guerra della memoria” in corso da quasi vent'anni si stanno in effetti confrontando tre soggetti (con un diverso peso istituzionale, ma tutti e tre fortemente radicati nel paese), portatori di visioni differenti, non solo su questa specifica vicenda, ma sulla Seconda guerra mondiale in generale.

Il primo soggetto è quello più prettamente istituzionale, rappresentato dalle principali associazioni degli esuli (ad esempio qui), dal film prodotto dalla TV di Stato nel 2005 (Il cuore nel pozzo, già citato) e dai discorsi commemorativi tenuti negli anni da diversi presidenti della Repubblica. Questi soggetti propongono una rappresentazione nazionalista e antistorica degli eventi, che attribuisce ogni colpa agli altri (mischiando confusamente il comunismo, la Resistenza jugoslava multinazionale e il nazionalismo sloveno e croato) ignorando al contempo le nostre responsabilità, dalle violenze antislave nei vent'anni precedenti, ai crimini commessi dell'esercito fascista dal 1941 al 1943, all'alleanza con i nazisti fino al 1945. Incentrata sul paradigma anti-totalitario, questa interpretazione condanna però solo un totalitarismo (quello comunista) attribuendogli caratteri nazionalisti (un presunto intento di “pulizia etnica”) e non ideologici per evitare di contestualizzare la vicenda e di criminalizzare anche l'altra ideologia totalitaria coinvolta, quella fascista, che risulta del tutto innocente. 

 

Il secondo soggetto politico impegnato in questa battaglia memoriale è rappresentato dagli eredi politici del fascismo a cui non è stato mai chiesto di rinnegare le proprie radici, e da chi, pur provenendo da una storia politica diversa, ha scelto come modello ideologico di riferimento il nazionalismo radicale, lo stesso sistema di valori da cui è scaturito il regime mussoliniano. Si tratta anche in questo caso di soggetti istituzionali, perché governano molte regioni d'Italia, promuovono la ridenominazione di vie e piazze (attraverso una vera e propria offensiva toponomastica) e caldeggiano la consegna di medaglie (previste dalla legge istitutiva) a familiari degli infoibati, molti dei quali ex militi della RSI caduti sul confine orientale.

 

 

Anche questa interpretazione (esemplificata dal film Rosso Istria, uscito nel 2018) criminalizza un'unica ideologia totalitaria (il comunismo jugoslavo) e nega ogni responsabilità italiana e fascista. Questo modello narrativo sottolinea però con maggiore forza gli aspetti ideologici della vicenda, identificando quindi le vittime come fasciste, e i fascisti come vittime. Si attribuisce in questo modo a tutte le vittime (e anche agli esuli) un'identificazione col fascismo già voluta dallo stesso regime, ma inaccettabile storicamente e moralmente. Non solo, ma in questa versione estremista i fascisti sarebbero gli unici soggetti realmente (ed eroicamente) patriottici, mentre i loro avversari avrebbero avuto addirittura intenti genocidiari: equiparando le foibe e la Shoah si nega così anche il valore di eccezionalità delle violenze razziali naziste, con chiari intenti riduzionisti nei confronti del regime hitleriano. 

 

Il terzo soggetto in competizione con gli altri due è rappresentato da un fronte composito fatto di storici più o meno accademici, attivisti antifascisti (ad esempio legati all'Anpi) o enti di ricerca come quelli riuniti nella rete Parri. Si tratta certamente del soggetto meno strutturato, che non gode di alcun appoggio istituzionale né del sostegno diretto di nessun partito politico. Tuttavia esso ha una presenza capillare sul territorio e rappresenta una fetta significativa della società italiana che ancora si riconosce negli ideali antifascisti e nel valore della ricerca storica. Da questa parte proviene infatti una visione più complessa e meno propagandistica, basata sui fatti accertati dalla ricerca storica, all'interno di un quadro che condanna sia le violenze comuniste che quelle (precedenti) nazifasciste, e che propone netti distinguo tra le due ideologie, nella logica del paradigma antifascista alla base della nostra Costituzione.

 

Chi sta prevalendo in questo scontro fra diverse visioni della Seconda guerra mondiale e del dramma delle foibe in particolare? È facile constatare come la visione storica e antifascista degli eventi abbia pochissima visibilità: cosa sono migliaia di copie di un libro a fronte dei milioni di spettatori di un film come Rosso Istria? Inoltre i suoi esponenti più in vista sono costantemente sottoposti a vere e proprie campagne di discredito, minacce e diffamazione da parte di partiti politici, istituzioni da essi amministrate e mass media compiacenti.

Al contempo la narrazione vittimista “originaria”, quella che potremmo definire per semplicità “nazionalista moderata”, appare sempre più in crisi. Innanzitutto evidenzia i suoi molti limiti fattuali: l'assenza del contesto e delle responsabilità italiane e fasciste precedenti, oltre alla confusione insanabile fra motivazioni ideologiche e nazionaliste. Questo tipo di narrazione revanscista ha inoltre contribuito nei primi anni (2004-2007) a creare una vera e propria crisi diplomatica con i paesi confinanti eredi della Jugoslavia. Negli ultimi tre lustri ci sono stati lodevoli tentativi di ricucire i rapporti con Slovenia e Croazia, ma sempre sulla base dell'ostinazione a non riconoscere i crimini commessi dal fascismo e dall'esercito italiano, elemento che pare essere un tabù anche per presidenti della Repubblica inequivocabilmente democratici. 

 

Nel frattempo sembra prendere il sopravvento l'interpretazione più estremista, frutto dell'elaborazione teorica di chi non ha mai preso le distanze dal modello ideologico fascista e che riutilizza gli stessi artifici retorici della propaganda di guerra. Questa visione sta diventando preponderante nelle celebrazioni del Giorno del Ricordo, grazie a un predominio mediatico (pubblicazioni su riviste e giornali, programmi televisivi, oltre al film Rosso Istria), all'attivismo di associazioni apparentemente neutrali (come il Comitato 10 febbraio o l'Unione degli Istriani), al controllo di molti enti locali, alla marginalizzazione degli avversari mediante campagne diffamatorie e minacce. 

 

Altro che memoria pacificata dunque! Quella che si sta verificando è una netta frattura nel paese fra le memorie divise dalla guerra, esattamente quello che si voleva evitare con questa giornata commemorativa. Si sta accentuando, e rendendo insanabile, una distanza già esistente fra due parti del paese e due visioni del mondo: fascista e nazionalista da una parte, democratica e progressista dall'altra. Questo scontro è stato apparentemente risolto dalle istituzioni repubblicane attraverso una sorta di lottizzazione delle memorie: ai fascisti il 10 febbraio (quando si criminalizza la Resistenza), agli antifascisti il 25 aprile (quando invece la si glorifica). In questo modo però fascismo e antifascismo vengono di fatto equiparati, in contraddizione con altre leggi dello Stato (quelle contro la ricostituzione del partito fascista ad esempio) e con la Costituzione stessa. 

 

Se le istituzioni nazionali e i partiti democratici vogliono impedire questa pericolosa deriva non resta altro da fare che accogliere la versione “storica” dei fatti: la complessità etno-nazionale del territorio, le colpe del nazionalismo italiano e del fascismo nell'innescare il circolo della violenza, i crimini nazisti, gli eccessi attribuibili all'ideologia comunista nella resa dei conti, devono tutti entrare a pieno titolo nelle celebrazioni ufficiali del Giorno del Ricordo. È possibile farlo mantenendo un approccio anti-totalitario, attraverso la condanna inequivocabile del comunismo stalinista, ma anche del fascismo (l'unico regime totalitario che il nostro paese abbia sperimentato direttamente) e dei suoi crimini prima e durante la guerra. Questo consentirebbe di sanare la frattura esistente fra una memoria storica fascista e una antifascista sulla base del riconoscimento umano delle vittime di ogni schieramento, ma dell'impossibile equiparazione fra valori da condannare (autoritari e dittatoriali) e quelli sui quali è stata scritta la nostra Costituzione (antifascisti e democratici). Inoltre l'assunzione di colpa per i crimini italiani e fascisti commessi nei territori di confine aiuterebbe a sanare anche la frattura esistente con i paesi vicini: riconoscere le rispettive responsabilità e le rispettive sofferenze patite è l'unico modo di riconciliare le memorie divise. 

 

Per farlo però è necessario che le principali istituzioni nazionali delegate alla commemorazione del Giorno del Ricordo (presidenza della Repubblica, associazioni degli esuli, amministratori del monumento nazionale di Basovizza, la Tv di Stato, ecc.) adottino concordemente questo nuovo criterio. Sarebbe innanzitutto necessario offrire visibilità agli storici e al loro lavoro, sponsorizzando libri e opere mediatiche ispirate alla realtà dei fatti e non alla mistificazione ideologica, oltre a incentivare la modifica della manualistica scolastica, con la correzione delle molte imprecisioni presenti e l'introduzione di pagine dedicate ai crimini fascisti in Jugoslavia e altrove. Alcune iniziative simboliche e concrete potrebbero essere d'aiuto. Ad esempio una visita congiunta dei presidenti dei tre paesi coinvolti in questa vicenda storica (Italia, Slovenia, Croazia) a Basovizza e al campo di concentramento fascista di Arbe/Rab (dove trovarono la morte 1500 civili sloveni e croati), come chiesto recentemente da circa 135 storici. Infine, dato più importante di tutti, sarebbe essenziale non offrire visibilità, spazi pubblici, finanziamenti a commemorazioni, pubblicazioni o prodotti mediatici che non includano nel racconto i crimini fascisti commessi in precedenza o addirittura rappresentino il fascismo in termini agiografici. In questo senso sarebbe auspicabile la completa cancellazione di Rosso Istria dal palinsesto Rai e da tutti i suoi canali. 

 

Lo so, possono sembrare proposte utopiche, dato il contesto storico-politico in cui ci troviamo. Ma è l'unica strada possibile per fermare l'imposizione ideologica fascista sulle politiche della memoria del nostro paese. È necessario farlo ora, unendo le forze di tutti coloro che si considerano democratici e che rifiutano una visione filofascista della storia. In fondo non mi pare di chiedere troppo: cosa direbbero le istituzioni europee se in Germania la storia della Seconda guerra mondiale fosse divulgata da chi considera quale suo modello politico Joseph Goebbels o addirittura Adolf Hitler? Sarebbe accettabile raccontare l'esodo dalla Polonia di milioni di tedeschi nel 1945 senza parlare dell'invasione del 1939, dei crimini commessi contro il popolo polacco, della Shoah? Allora cosa ci autorizza a narrare la fine della nostra guerra contro la Jugoslavia senza nominare i crimini fascisti e nazisti commessi durante quella brutale occupazione? Come è possibile che siano proprio gli eredi di chi ha scatenato quelle violenze a raccontarne la storia ufficiale?

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