L'universo di Julio Cortázar

Conversazione con Julio Cortázar

Pubblichiamo un estratto dall'intervista di Joaquín Soler Serrano a Julio Cortázar pubblicata in L'altro lato delle cose (Mimesis) a cura di Tommaso Menegazzi

 

 

J. S. S.: Tu ci hai svelato un universo – l’universo di Cortázar – nel quale senza dubbio sei riuscito a cogliere e mostrarci cose che noi non saremmo stati capaci di vedere.


J. C.: Se, tra le cose che ho scritto, qualcuna è servita per mostrare l’altro lato delle cose ai miei lettori e ai miei amici, è facile intuire che ciò costituirebbe la più grande ricompensa cui possa ambire. Personalmente continuo ad avvertire la presenza di qualcosa che si trova dall’altra parte delle cose, per questo non smetterò mai di cercare.


J. S. S.: Allo stesso tempo le tue idee, che hai esposto già molte volte (per esempio circa il realismo, il surrealismo e il fantastico) sono enormemente lucide. Perché non ci spieghi brevemente questa tua teoria su ciò che è reale, sul realismo? Credo che sarebbe magnifico poter ascoltare la tua spiegazione.


J. C.: Mi mette un po’ in difficoltà che tu dica che le mie idee sono lucide, perché, se mancano di qualcosa, ebbene è proprio di lucidità. In realtà sai bene che io non ho molte idee, non sono un grande pensatore. Credo di avere piuttosto delle intuizioni: vedo alcune cose, per così dire, dopodiché accade una sorta di processo intellettuale che prova a tenerle unite, contenerle, concettualiz­zarle, provocando grandi perdite. Mi ha sempre meravigliato, per esempio, il funzionamento di un’intelligenza pura. A volte discu­to con dei veri e propri intellettuali, nel senso esatto della parola «intellettuale», e noto come l’intelligenza associa idee e crea conti­nuamente sillogismi interni, deduce conseguenze e da queste crea poi un nuovo sillogismo, al quale segue un’altra conseguenza... Ebbene, io sono assolutamente incapace di tutto ciò: non so di­scutere, chiunque ha la meglio su di me in una discussione, non so difendere un punto di vista. Il mio è, per così dire, un cammino composto da visioni poco lucide, da finestre che si aprono appe­na, mostrandomi qualcosa che intravedo e che cerco di esprimere. Pertanto, ho l’impressione che il mio contatto con i lettori avven­ga per mezzo di questo cammino, e non per quello delle idee. Per questo motivo, nelle circostanze attuali, le lotte in cui siamo impe­gnati da un punto di vista geopolitico, assieme alla speranza che si ha circa il destino dell’umanità, sono ormai indissociabili dalla letteratura. Lo sappiamo tutti: io lo so e me ne faccio carico. A volte, tuttavia, proprio all’interno di questa prospettiva, mi trovo a dover scrivere dei saggi, dei testi che contengono delle riflessioni, e in quel momento mi sento veramente disorientato. Non mi sento a mio agio, perché non sono un uomo di idee. Sono sicuro che tutte quelle cose che si pretende che io scriva sotto forma di saggi, le saprei rendere molto meglio in poesie o in racconti. D’al­tra parte, c’è anche una sorta di specializzazione nei lettori, che ricercano cose concrete, delle certezze. In quel momento, allora, non bisogna nascondersi: ci si mette davanti alla macchina da scri­vere e si preparano dieci pagine su ciò che si pensa del fascismo, o del socialismo. Eppure la verità è che mi sento molto più a mio agio quando mi muovo in un terreno che entra in contatto con l’irrazionale. Quello è il mio vero campo. Detto ciò, non so se ho risposto alla tua domanda, che ormai mi sembra così lontana.


J. S. S.: Nessuno, ormai, sa più dove sia finita quella doman­da.


J. C.: Bene, allora è meglio se ce ne dimentichiamo.


J. S. S.: Forse non era così importante.


J. C.: Il vantaggio delle domande è che possono esplodere.


J. S. S.: Dopo Los reyes, appare il primo libro nel quale è già presente, forse, il modo di fare di Cortázar, che poi, con il tem­po, percepiremo così familiare; quel libro s’intitola Bestiario, una raccolta di sei racconti, in cui si abbandona la preoccupa­zione – diciamo formalista – delle opere precedenti. Fa la sua comparsa il linguaggio colloquiale e diretto, mentre sorgono gli elementi fantastici dell’assurdo, dello humour, tutti fortemente vincolati fra loro.


J. C.: Ciò che mi chiedi, in realtà, non fa che echeggiare la tua domanda precedente. Hai parlato dell’idea del fantastico ed è proprio lì che si colloca la mia concezione della realtà: credo che volessi sapere questo.


J. S. S.: Sì, proprio così.


J. C.: I racconti contenuti in Bestiario sono i primi in cui mi sono sentito relativamente sicuro di aver detto ciò che volevo dire. Si tratta di racconti fantastici, ma, del resto, la nozione di fantastico è una nozione che persino il dizionario...


J. S. S.: Quello che tu definisci come il “cimitero”.


J. C.: Esatto, il “cimitero”. La nozione di fantastico, in esso, si trova separata, disgiunta da tutto ciò che è reale. Devo aver­lo già detto in qualche occasione, ma lo ripeto volentieri an­che qui, perché credo sia abbastanza illustrativo. Uno dei miei momenti più tristi da bambino fu quando lessi un romanzo di Jules Verne (uno dei miei mastri), che stranamente non era un romanzo di anticipazione scientifica, bensì un romanzo fantasti­co, in cui, per la prima volta, si trattava il problema dell’uomo invisibile, che più avanti Wells rese celebre. Quel romanzo, non molto conosciuto, s’intitolava Il segreto di Wilhelm Storitz e mi aveva affascinato moltissimo; in quel momento, la presenza di un uomo invisibile mi sembrava assolutamente possibile nelle circostanze del libro, così decisi di passare il romanzo a un mio compagno di scuola. (Avrò avuto dodici anni, ero un bambi­no che leggeva molto). Gli diedi il libro sperando che anche lui si meravigliasse così come mi ero meravigliato io, però me lo restituì dopo due giorni con disdegno, dicendomi che era tutto troppo fantastico. Fu in quel momento che apparve per la prima volta quella parolina. Allora, senza essere in grado di razionalizzarlo, nella mia ignoranza di bambino, mi resi conto in modo oscuro del fatto che la mia concezione del fantastico non aveva nulla a che vedere con quella che potevano avere mia madre, mia sorella, la mia famiglia e i miei compagni. In altre parole, scoprii (e fu un po’ triste, a dire il vero) che mi muove­vo con naturalezza nel territorio del fantastico, senza riuscire a distinguerlo troppo dal...


J. S. S.: Dal reale.


J. C.: Certo, dal reale. Detto in altro modo, il fatto che ac­cadessero cose fantastiche nei libri, o che potessero succedere a me, era un fatto che accettavo senza alcuna protesta e senza alcun tipo di scandalo. Tuttavia, mi trovavo già avvolto in un sistema sociale in cui tutto ciò era scandaloso e la cui portata subiva una sorta di riduzione razionale, mediante affermazioni come «È una casualità, una coincidenza», oppure «No, è un’ec­cezione». Tutti modi di respingere ciò che ti sta minacciando da un punto di vista diverso da quello della logica tradizionale. Come vedi, Joaquín, la mia concezione del fantastico non è poi così differente da quella del reale, perché nella mia realtà il fan­tastico e il reale si confondono quotidianamente.


J. S. S.: A volte il fantastico è la faccia nascosta della meda­glia, altre volte ne è la faccia più visibile.


J. C.: Sì, è esattamente così.


J. S. S.: In Bestiario vi sono storie veramente affascinanti, a partire da quella della sensitiva che crede di possedere una ti­gre, ma senza dimenticare le altre, tutte molto belle. Vi è anche Casa occupata, la storia dei due fratelli cacciati dalla loro casa. Ci fu un tempo in cui si diceva che quel racconto – breve, ma assai profondo e intenso – fosse un’allegoria del peronismo e della situazione argentina. È vero o si trattava solo di una di­ceria?


J. C.: Ricordo che per me fu una vera e propria sorpresa ve­nire a sapere che esisteva quella particolare interpretazione. Per la prima volta toccai con mano una cosa molto bella, ovvero la possibilità dei molteplici piani di lettura di un testo: scoprii che vi sono dei lettori che ti seguono come scrittore, che sono interessati a ciò che fai e che, allo stesso tempo, leggono i tuoi racconti o un tuo romanzo da una prospettiva totalmente diver­sa dalla tua, creando una seconda o una terza interpretazione. La mia interpretazione di quel racconto è un’altra, poiché esso fu il risultato di un incubo. Quel racconto fu il frutto di un mio sogno, nel quale, tuttavia, non erano presenti i due fratelli, c’era una persona sola, ed ero io; qualcosa di non identificabile mi obbligava poco a poco ad abbandonare le stanze della casa, fino a spingermi in strada. Provavo quella sensazione tipica degli in­cubi, in virtù della quale si avverte un terrore assoluto senza che nulla assuma dei tratti ben definiti: è la paura allo stato puro, come se qualcosa di terribile stesse per succedere, ma per for­tuna quasi sempre ci si sveglia appena prima. In quel caso c’era una cosa terribile e indefinibile che avanzava, traducendosi in rumori; era una sensazione di minaccia incombente, di fronte alla quale cercavo di costruirmi delle barricate.


J. S. S.: Retrocedendo e chiudendo le porte.


J. C.: Esattamente, fino all’ultima porta, che era quella che dava sulla strada. In quel momento mi svegliai, prima che po­tessi uscire fuori. Ricordo molto bene che mi precipitai verso la macchina da scrivere e terminai il racconto tutto d’un fiato. È questa la mia personale interpretazione. Eppure non si può escludere l’altra interpretazione, secondo la quale io, in quan­to argentino, stessi traducendo in immagini la mia reazione di fronte a ciò che succedeva in ambito politico. È perfettamente possibile che abbia avuto quella sensazione e che nell’incubo si fosse tradotta in forma fantastica, simbolica. In realtà qualsia­si analisi psicanalitica dei nostri sogni dimostrerebbe che quel terribile leone non è che tua zia, o che quel gatto non è che tua sorella... Non è così?


J. S. S.: Lo stesso discorso vale per qualsiasi cosa che, nella vita reale, provoca disagio.


J. C.: Certo, si crea tutta una simbologia di sostituzioni. Il so­gno sostituisce una cosa con l’altra, ti offre un mondo di simbo­li. Quei simboli che Freud – assieme a tutti quelli che vennero dopo di lui – cercò di spiegare. Tornando a noi, quella di tipo psicanalitico a me sembra una spiegazione valida, però non è la mia.

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