La guerra contro le donne. Ultime notizie

In Cile

 

Riceviamo un medium vocale:

 

“Desidero inviarvi questo comunicato che spiega la situazione in Cile, che non stanno comunicando nei mezzi di comunicazione ufficiale: i militari, a Santiago, senza controllo, hanno sparato a civili, a giovani manifestanti. In maniera illegale, stanno torturando diverse persone, in luoghi provvisori, nelle stazioni metropolitane che sono state attaccate e incendiate. Sono scomparse molte persone, sono state violentate donne, senza controllo. È una cosa programmata dal governo per mettere in ginocchio questo paese… i disordini sono stati fatti da professionisti, organizzati dal governo. C’è un programma forte di prova, su una nazione come il Cile, che ha enormi risorse ed è in pieno sviluppo, per mettere in ginocchio il popolo, ma il popolo non si ferma. Questo audio lo invio perché i mezzi di comunicazione non lo stanno dicendo, stanno continuando a sparare addosso ai civili, stanno continuando a torturare persone, a violentare donne. Vi chiedo con tutto il cuore, di continuare a comunicare la verità”. 

 

Una voce di donna ci giunge da un network di psicologi, è una psicologa che lavora in Cile. Mentre scrive, assiste a quanto accade, nella carne di Santiago. I media non stanno dando informazioni corrette, lo dice da un network. Marshall McLuhan sosteneva che i media sono privi di contenuti, come uomini amnesici. La comunicazione pubblica è danneggiata nella memoria a lungo termine e ha problemi di memoria a breve. Sarebbe il caso di farle una TAC, o una risonanza magnetica, per vedere quali danni ha subito da quando esiste, un parto malcombinato.

In compenso, dall’inferno mediatico, l’ombra di Augusto Pinochet incombe. Nessuno ricorda Pinochet, abbiamo reso Pinochet uno dei tanti capi del Cile, come Juan Sebastián Piñera, e durante una manifestazione si vede un cartellone portato da un manifestante che mostra, in movimento, il ritratto di Piñera e quello di Pinochet che si alternano e si sovrappongono.

Nessuno ricorda i crimini, mai riconosciuti, in Cile, né il processo per crimini contro l’umanità in Spagna, nel 2002, quindici anni dopo la fine della dittatura. Siamo danneggiati nella memoria semantica, oltre ai ricordi svaniti, presentiamo omissioni, danni a breve termine, afasie, eminegligenze visive unilaterali. Diciamo che, se in Cile c’è una forte repressione, è dovuta ai manifestanti che hanno fatto tanti danni. Nessuno ha detto o scritto, o anche sollevato il dubbio, che i danni sono stati fatti dai militari per poter accusare i manifestanti, per avere il permesso di ucciderli, torturarli, stuprare le donne. Ci hanno detto che, grosso modo, tutto questo è un po’ come la storia dei gilet gialli in Francia, prima o poi passa. Se fosse davvero così, avremmo perso il calore, la potenza performativa positiva, soffriremmo di demenza grave.

Eppure, quando meno te l’aspetti, arrivano, in forma di video privato, le violenze dei militari; catturate dai cellulari che li mostrano mentre assaltano e rapinano, investono passanti con l’auto, lasciano cadere corpi dalle loro camionette durante la notte. 

Sono video girati da donne, si riconoscono per la voce che commenta, indignata, mentre riprende la scena.

 

 

In Turchia

 

Da questa parte dell’oceano, negligere lo sterminio dei curdi è più difficile, ma ancora più grave. Sono le donne, le combattenti per la difesa della libertà e il diritto di sopravvivenza del loro popolo; imbrogliate da uno dei trucchi più vili della società mediale, che le ha conosciute nel 2014, quando lottavano tra le file dell’Unità di Difesa delle Donne (YPJ). A quel tempo furono elogiate come simbolo della resistenza nel nord della Siria, definite fondamentali per la sconfitta dello Stato Islamico. 

Queste donne hanno salvato altre donne, migliaia di Yazide che erano state intrappolate dall'ISIS nel Jebel Sinjar. Circa 10mila donne di frontiera hanno presidiato l’ultimo avamposto, in prima linea, nonostante siano state soggette a una doppia discriminazione, causa il sesso e l’identità, hanno combattuto con valore e dignità, per una terra altra, imbrogliate da quelli che erano i loro alleati: i media occidentali. 

Quelle donne hanno sfidato pregiudizi, lottando, non solo per la loro emancipazione, ma per difendere le famiglie, le terre e la libertà. Si sono armate, sono scese in piazza e hanno lottato contro un patriarcato ottuso e spietato. La guerra combattuta dalle donne curde è lotta contro il sessismo e l’iniquità di genere, questo, il vecchio medium non lo dice. A molti sembra retorico, come se la retorica non fosse, sempre e necessariamente, arte dell’espressione, invece ai mezzi di comunicazione non sembrano retorici gli insulti, le squalifiche personali, le continue menzogne e voltagabbana degli uomini politici.

 

Linformazione contro le donne

 

La risposta alla lotta delle donne non è solo insulto, rappresaglia armata, ma anche stupro. Ricordiamo come Hevrin Khalaf, 35 anni, segretaria del Partito per il Futuro della Siria, attivista per i diritti delle donne, sia stata violentata e uccisa e il tutto barbaramente filmato. 

Quasi nessuno scrive dello stupro come fenomeno mediatico. Lo stupro, anziché essere strumento di denuncia della violenza mascolina, viene foggiato a mantenere un sistema di paura, potere e controllo. Per le donne, non c’è giustizia. Si tratta di de-dignificare l’altra per poterla disprezzare. Le donne territorializzate, rese servili, relegate dentro comunità che nascondono l’osceno, comunità che si presentano come moralmente ineccepibili. 

Bisognerebbe fare una riflessione sul concetto di democrazia a partire da ciò  che se nasconde dietro l’iniquità di genere. Con le donne, la democrazia ha fallito, anche dopo l’introduzione del suffragio femminile. Su questo tema si rimane sordi e muti, oppure, quando una donna mostra di avere coraggio e usa l’informazione fuori dai canali ufficiali, gli uomini, politici e non, diventano oltraggiosi e volgari. Questo è il volto quotidiano di quel che accade quando, alla richiesta delle donne curde e di quelle cilene, i media girano le spalle per “onorare” diplomazie mondiali che si fanno sempre più torbide. Ma, come in ogni dispositivo, anche quello mediatico è abitato da linee di fuga:

 

A tutte le donne e ai popoli del mondo che amano la libertà

 

“Mentre stiamo assistendo al primo passo dell’attuazione dell’operazione di pulizia etnica genocida della Turchia, assistiamo anche all’eroica resistenza delle donne, degli uomini e dei giovani che alzano la loro voce e difendono la loro terra e la loro dignità.

Per tre giorni i combattenti delle Forze siriane democratiche, insieme alle YPG e alle JPY hanno combattuto con successo in prima fila per impedire l’invasione della Turchia e dei massacri. Donne e uomini di tutte le età sono parte di tutti gli ambiti di questa resistenza per difendere l’umanità, le acquisizioni e i valori della rivoluzione delle donne in Rojava.

Come donne siamo determinate a combattere fino a quando otterremo la vittoria della pace, della libertà e della giustizia. Per ottenere il nostro obiettivo contiamo sulla solidarietà internazionale e la lotta comune di tutte le donne e di tutta la gente che ama la libertà"

 

Quanto durerà questa memoria? Che sia già stata negletta o dimenticata?

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