La prima verità

Qualche settimana fa, a Venezia, si è tenuto il Festival dei Matti, e lì ho avuto ho avuto occasione di incontrare Simona Vinci e di parlare con lei del suo romanzo La prima verità, uscito da qualche mese e finalista al Premio Campiello. La prima cosa che le ho domandato è stata, quasi inevitabilmente, da dove arrivasse l’idea del libro, quale fosse il punto di partenza. Simona Vinci disse di essere partita da un’immagine, quella di una donna che nuotava in un mare invernale, allontanandosi dalla riva. Quell’immagine nel libro è diventata Teresa, una delle protagoniste, reclusa nel manicomio di Leros, Grecia. Isola sulla quale si svolge gran parte del romanzo. Vinci mi ha confermato quello che penso da tempo, ovvero che sia quasi sempre un’immagine che si fissa nella mente – e che si trasforma in un’ossessione – qualcosa che nasce prima ancora dell’idea di ciò che si andrà a scrivere, o almeno in contemporanea. Una donna che nuota e circa otto anni dopo un romanzo che è bello e straordinario. Un libro che è narrativa pura, memoir, reportage, storia di fantasmi, un libro che c’entra con la poesia, fin dal titolo (La prima verità viene da un verso del grande poeta greco Ghiannis Ritsos). Un libro che ha tre prologhi, molti personaggi che si inseguono da un posto all’altro, da un decennio all’altro; che ha fili che si srotolano da un sotterraneo a un letto, da una casa a un racconto, da un silenzio a una barca, da un bambino a un adulto, da una donna al mare, dalla Grecia all’Italia, da Budrio a Freetown.

 

“Non ce ne fu bisogno, di capire, perché quello che videro subito dopo fu ancora peggio e chiarì che lì, in quel posto e in quel momento, qualsiasi cosa poteva accadere: anzi era già accaduta.”

Il romanzo è diviso in quattro lunghi frammenti che come in un viaggio si attraversano uno dopo l’altro, si intersecano, si rincorrono, si mostrano e si dimostrano a vicenda. Nella prima parte incontriamo Angela, italiana che sbarca a Leros insieme a un gruppo di volontari, è il 1992. Angela è una ragazza solitaria, è spinta da una grande forza ma anche da un tormento che viene da lontano. Rimane sconvolta dall’orrore ma, dopo lo sgomento, reagisce . Perché non si affronta nulla se prima non si capisce cosa accade e cosa è accaduto. Angela nei sotterranei del manicomio scoprirà, notte dopo notte, nomi, storie, fatti, numeri, umanità e disumanità, parole. Angela scopre che a Leros ci deportavano pure i dissidenti politici, durante il lungo periodo della dittatura dei colonnelli. I dissidenti qui venivano torturati. La tortura è poi un sacco di cose, è fisica, è morale. Tortura è non prendersi cura di chi ha bisogno. Tortura è rendersi complici di un abbandono perpetuo. Questa era la condizione definitiva che vivevano le persone con disturbi mentali a Leros. Come te lo spieghi l’orrore? Come lo racconti?

 

Simona Vinci compie un piccolo capolavoro narrativo perché scrive con attenzione e cura. Angela è un bellissimo personaggio, ma ancora più belli e indimenticabili sono quelli che scopriremo con lei, facendo avanti e indietro nel tempo. Basil, Nikolaos, Teresa e Stefanos, tre pazzi e un dissidente, tre disadattati e un poeta, quattro disadatti. Le loro storie si incroceranno a Leros, in uno scenario di dolore e di profonda tenerezza. Attraverso le loro vite, Vinci traccia una efficace rappresentazione della comunicazione emotiva. Stefanos, personaggio ispirato al grande poeta greco Ghiannis Ritsos (e allo scrittore Stefano Tassinari), finito a Leros perché dissidente politico, non smette mai di scrivere le sue poesie, e quelle poesie diventano parte di un codice, che si completa con Nikolaos, il ragazzino che tiene un sasso in bocca e che ha scelto di non parlare mai più, ma che quelle poesie sa leggere, e con Teresa che quelle poesie sa ascoltare e imparare a memoria. In quel codice e in quel legame entrerà anche Basil, che è il testimone e il custode. Simona Vinci pensa che la poesia salvi, ed è per questo che la sceglie come strumento di comunicazione e comprensione. E gli unici che comunicano lì dentro sono i matti. Il manicomio di Leros è stato più di una prigione, un’isola nera costruita sopra un’altra isola. Un luogo cupo e di dolore dal quale tanti non sono tornati e tutti non sono stati assistiti, tra rassegnazione e incompetenza.

 

Simona Vinci. 

 

“Sulla nave era rimasta immobile nell’angolo che le avevano assegnato. Quando la terra era scomparsa dietro di loro, e l’ombra verdeazzurra si era lasciata inghiottire dal mare, lei aveva buttato in acqua tutto il suo passato. Un sasso poroso che prima di affondare aveva ondeggiato, indeciso. Non ne aveva più bisogno. Nel posto dove andava, anche se non sapeva di preciso come o cosa fosse, le sarebbero servite solo gambe e braccia, spina dorsale e polpastrelli, pupille e lingua. Di tutto quello che non poteva essere utilizzato per sopravvivere era meglio sbarazzarsi. Lo spazio cavo dentro la sua gabbia toracica che dovrebbe contenere i sentimenti, era attrezzato per racchiudere esclusivamente polmone e cuore. Le cose essenziali.”

 

Basil, Teresa, Nikolaos, Stefanos, sono personaggi che toccano profondamente, come se venissero con la mano a spingere da qualche parte dentro di noi, mi pare che ci prendano il cuore per poi aprirci gli occhi. Le storie di Leros, dei manicomi lager sono a noi molto vicine, sono appena accadute, da qualche parte stanno ancora accadendo. In Italia, dopo la straordinaria stagione iniziata con Basaglia e proseguita con capacità e passione da altri come Peppe Dell’Acqua e Giovanna Del Giudice, c’è ancora molto da fare, la contenzione è ancora praticata. Ogni giorno qualcuno viene legato a un letto. Simona Vinci racconta delle storie e ci mostra quello che è accaduto ma anche quello che accade. In tal senso va letto, ad esempio, il reportage a Freetown, in Sierra Leone, con i ragazzi legati ai letti, ragazzi drogati e disperati. I personaggi e le storie di questo romanzo non ci lasceranno facilmente. E non ci lascerà il mondo di Vinci, questa scrittura fatta di molte cose e modalità. Vinci sceglie di far entrare nel romanzo anche la sua storia personale, entrano i matti di Budrio, del suo paese, la bellissima e sfortunata Evelina così distante e così vicina a Teresa, entrerà sua madre e infine lei. L’autrice decide che per dire tutto quello che c’è da dire bisogna entrare direttamente nel testo, essere parte di quel testo, perché questa storia la riguarda e perché ci riguarda tutti. De André diceva che la colpa e la virtù cambiano completamente se ci si sposta di latitudine o di periodo storico, leggendo La prima verità ci accorgiamo che è così anche per la malattia mentale, mi pare che ognuno di noi – in altro tempo e luogo – avrebbe potuto essere Teresa o Basil. Se ogni storia è una storia di fantasmi, ogni fantasma ci riguarda da molto vicino e ci somiglia.

 

Simona Vinci, La prima verità, Einaudi, 2016, € 20,00.

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