Luciano Foà e la nascita dell’Adelphi

Primavera del 1961. Alla Libreria Einaudi a Milano Luciano Foà incontra lo scrittore Giovanni Arpino. Parlano del più e del meno. Foà è ritornato a Milano dopo dieci anni trascorsi a Torino come segretario generale della casa editrice Einaudi. Allo scrittore Foà confessa che non è solo a causa della recente malattia della moglie che è tornato nella propria città, ma anche perché pensa di fondare una propria casa editrice. Ci pensa da molto tempo, almeno vent’anni. Foà ha sempre lavorato nell’editoria, prima con il padre, fondatore nel 1898 dell’Agenzia Letteraria Italiana (ALI), poi, tra il 1941 e il 1943, per Adriano Olivetti con la funzione di segretario delle Nuove Edizioni Ivrea, la casa editrice che l’industriale piemontese, lungimirante utopista, pensa di varare all’indomani della caduta del fascismo per rifondare la cultura italiana dopo i lunghi anni dell’autarchia culturale. Ma nel 1943, insieme al padre, Luciano si è rifugiato in Svizzera. Con la fine della guerra, Olivetti fonda le Edizioni di Comunità seguendo un progetto molto più limitato di quello approntato in origine. Luciano Foà ritorna all’ALI, che alla fine degli anni Quaranta stringe un sodalizio privilegiato con le edizioni di Giulio Einaudi, fino ad assumere il ruolo semiufficiale di ufficio esterno per i diritti.

 

All’Agenzia è arrivato un giovane intraprendente Erich Linder, al quale Luciano Foà, che continua a covare sogni editoriali in proprio, finisce per delegare l’attività. Nel marzo del 1951, su insistenza di Giulio Einaudi, e seguendo un precedente suggerimento di Pavese, lascia l’ALI e prende il posto dello scrittore, morto suicida l’estate precedente; in breve diventa uno dei pilastri della casa editrice. Sono dieci anni intensissimi, in cui Foà, che nell’immediato dopoguerra si è iscritto al Partito comunista, matura una progressiva estraneità ad alcuni filoni intellettuali e politici che alimentano la casa editrice torinese. Il colpo finale alle sue certezze ideologiche – ma non solo sue – viene con il rapporto Krusciov e dai fatti d’Ungheria. In parecchi, tra cui Italo Calvino e Antonio Giolitti, escono dal Partito comunista. Dalla fine degli anni trenta Luciano Foà ha mantenuto uno strettissimo rapporto con un curioso intellettuale triestino di origine ebraica, Roberto Bazlen, detto Bobi, infaticabile lettore di libri strani e curiosi, un vero e proprio sciamano dell’editoria. È lui che convince Foà a cambiare città, da Torino a Milano, e ad aprire una sua attività editoriale. Dunque Arpino mette in contatto Foà con Roberto Olivetti, figlio di Adriano, che, per quanto impegnato con le sue Edizioni di Comunità è pronto a finanziare una nuova impresa. Foà apre un ufficio in via Santa Marta. Con lui ci sono Piero Bertolucci, Nino Cappelletti e, per un breve periodo, Laura Schwarz. Sul primo pieghevole che annuncia l’uscita delle edizioni Adelphi (è il 1963 e alla fine dell’anno si stamperanno quattro volumi), è scritto: “L’Adelphi edizioni s.p.a. – che viene ad affiancarsi, con il suo programma letterario e saggistico alla consorella “Edizioni di Comunità” – si è costituita a Milano nel 1962” (curiosamente la parola Milano contiene un refuso: Miano).

 

Milano è la città di fondazione, ma è dal Piemonte, da Torino e Ivrea, che vengono le prime risorse finanziarie e organizzative per dar vita all’Adelphi. Prima di decidere di fondare una propria casa editrice, Luciano Foà aveva pensato di aprire un ufficio milanese della Boringhieri. Sei anni prima, nel 1955, Paolo Boringhieri, responsabile del settore scientifico dell’Einaudi, ha registrato una propria sigla editoriale, pur mantenendo, almeno agli inizi, uno stretto rapporto con l’Einaudi. Con lui collabora Giorgio Colli, consulente Einaudi e curatore dell’Organon di Aristotele. Dal 1958 al 1965 Colli cura una collana di libri intitolata “Enciclopedia di autori classici”. Sono circa un centinaio di volumi che lo studioso piemontese appronta con l’aiuto di Mazzino Montinari, Gianfranco Cantelli, Piero Bertolucci e Nino Cappelletti, per la parte grafica, piccolo e affiatato staff di discepoli e amici degli anni in cui insegnava filosofia in un liceo di Lucca, come spiega Giuliana Lanata nella sua nota alla ripubblicazione delle presentazioni di Colli ai singoli volumi (G. Colli, Per una Enciclopedia di autori classici, Adelphi). È lo stesso gruppo di redattori che, salvo Cantelli, ritroveremo all’Adelphi. Nella collana di Boringhieri sono disegnate alcune delle linee essenziali su cui si reggerà per almeno vent’anni il progetto dell’Adelphi: la necessità di ripartire da un discorso sui classici diverso da quello espresso dalla cultura italiana idealista, marxista e cattolica; l’idea di pubblicare opere non appesantite da commenti o introduzioni, ma senza rinunciare al rigore filologico; l’intenzione di includere non solo opere di filosofia, ma anche di scienza e di religione, attingendo alle tradizioni orientali, al buddhismo e all’islamismo; l’importanza della scienza nella cultura umana, una scienza che non suppone il divorzio tra uomo e natura, tra uomo e oggetto del conoscere. Nel 1965, a progetto adelphiano già avviato, la collana chiude per un palese insuccesso di pubblico: troppo in anticipo sui tempi; tuttavia essa troverà, in modo diverso, la propria prosecuzione proprio nella neonata casa editrice milanese. I rapporti tra Colli e Foà sono stretti e iniziano nel 1951, anno dell’arrivo di Foà all’Einaudi, con cui, come ricorda Luisa Mangoni (Pensare i libri, Bollati Boringhieri), Colli collabora già dalla fine degli anni Quaranta.

 

Non è dunque un caso che la prima collana messa in cantiere dall’Adelphi, con l’apporto di Bazlen, sia proprio una collana di classici: Defoe, La vita e le avventure di Robinson Crusoe, tradotta da Lodovico Terzi; le opere di Büchner, a cura di Giorgio Dolfini; Fede e Bellezza di Niccolò Tommaseo, a cura di Aldo Borlenghi; e tutte le novelle, in due volumi, di Gottfried Keller, con traduzioni di Pocar, Mazzucchetti, Ruschena, e la prefazione di Elena Croce, altra autrice e collaboratrice che avrà un ruolo significativo nella storia dell’Adelphi. I classici, si dice nel pieghevole promozionale che accompagna la pubblicazione, non sono “pietre di paragone o di intoppo, ma opere e autori che ci appariranno, a mano a mano che procederemo, contemporanei e necessari”. Nel 1953 Foà, scrivendo a Bazlen a proposito della collana “I Millenni” dell’Einaudi, notava che le nuove collane sono sempre nate da altre collane: un filone di libri contenuto nei Millenni può dare origine a un’altra collana. E l’allusione è alle tracce della “collana viola” di Pavese e de Martino, la serie mitologica ed etnografica, che si leggono nei Millenni o alla propensione per il mondo fiabesco, di cui Propp fornirà le basi culturali proprio in libri editi dall’Einaudi. L’editoria è arte dell’osmosi e dello scambio continuo, tanto è vero che diversi titoli proposti da Bazlen attraverso Foà, riappaiono nei progetti di de Martino dopo il 1960. Foà ha conosciuto il mitico Bobi Bazlen nel 1937, a Milano. Mitico Bazlen è diventato per noi, dopo la sua scoperta di Italo Svevo, il rapporto con Montale, le infinite letture e suggerimenti editoriali raccolte in un libretto intitolato Lettere editoriali (Adelphi), la collaborazione con la casa editrice Astrolabio, che pubblica Jung e il legame con Ernst Bernhard. Bazlen è la persona con cui Luciano Foà condivide la parte culturale del suo progetto editoriale. E Bazlen è subito al suo fianco, così come lo era stato nel periodo del progetto di Adriano Olivetti, e ancora all’Einaudi, dove però è tenuto in forte sospetto da Giulio Einaudi per il suo potere carismatico e le sue scelte culturali (“consulente morganatico” lo definisce Foà). Uscendo dalla casa editrice torinese nel 1961, Luciano Foà porta con sé un pacchetto di autori e proposte costruito da Bazlen, ma anche da Colli, tra cui l’ipotesi di pubblicazione delle opere di Nietzsche, inizialmente prevista nei Millenni einaudiani, ma poi rimandata per la scoperta di inediti e di manoscritti originali del filosofo da parte di Colli e Montinari negli archivi tedeschi. L’idea iniziale, fortemente voluta da Foà, è che la nuova casa editrice debba essere una casa editrice “di catalogo”, il che comporta un decollo lento e una serie di impegni finanziari da distribuire nel corso di diversi anni. In questo progetto i classici sono fondamentali; e per classici Bazlen intende una collana che metta autori del canone buddhista accanto a poeti provenzali.

 

 

Ma non c’è solo questo. L’altro aspetto che Foà e Bazlen condividono è che i libri debbano nascere da una esperienza vissuta, non solo sul piano intellettuale, ma anche su quello umano. È il tentativo di opporsi all’epoca delle idee astratte che segnerà tutti gli anni sessanta e settanta. Foà e Bazlen non sono a loro agio nell’Einaudi di Cantimori; per loro hanno più importanza gli uomini, le loro voci singolari in un periodo storico in cui molti tendono a essere “professionisti della cultura”. Bazlen, intellettuale e uomo lontano da ogni dilettantismo, come da ogni professionismo (Sergio Solmi), incarna perfettamente l’idea di una cultura vissuta, sperimentata direttamente nella vita oltre che nella pagine dei libri. Bazlen lettore impareggiabile e curioso, di sterminate letture, non ha scritto alcun libro, ma ha disseminato la propria intelligenza e presenza in mille situazioni nell’arco della propria vita: l’amicizia come valore. L’altra idea dei due fondatori dell’Adelphi è di andare alla ricerca di lettori affini e non tanto di adattare la propria produzione libraria a un pubblico che c’è già. Insomma, una scommessa con il tempo, un investimento sul futuro. Per questo gli assetti economici saranno sempre precari; per più di un decennio i bilanci dell’editrice restano in rosso. Nella primavera del 1964 l’Olivetti attraversa una grave crisi e Roberto è costretto a interrompere il suo finanziamento alla neonata casa editrice.

 

Gli subentra un industriale, Alberto Zevi, che Foà ha conosciuto in Svizzera durante la guerra, e con cui ha intessuto discorsi sull’editoria. In quel periodo Foà traduce un romanzo di Hemingway che uscirà poi a puntate sul “Politecnico” di Vittorini col titolo: Per chi suonano le campane. Pochi mesi dopo la crisi economica dell’Adelphi, grazie alla mediazione di Giovanni Pirelli, diventa socia dell’Adelphi, per alcuni anni, Giulia Falck. A questi si aggiungerà Francesco Pellizzi. Bobi Bazlen porta con sé all’Adelphi un giovane brillante e coltissimo, Roberto Calasso. Bazlen vive a Roma e frequenta diverse persone, tra cui Ernst Bernhard, psicoanalista junghiano, che ha una notevole influenza sulla cultura italiana. È in un giorno del maggio del 1962, nella villa a Bracciano di Bernhard, un mese appena prima della fondazione legale della casa editrice, avvenuta il 20 giugno, che Bazlen parla a Calasso del progetto. Lo racconta Calasso stesso, che quasi astrologicamente fa cadere il colloquio nel giorno del suo ventunesimo compleanno. Bobi gli dice di tenersi pronto, perché è venuto il momento di pubblicare i libri di cui hanno così a lungo parlato nei loro incontri romani.

 

Anzi, gli affida subito alcuni libri in lettura per la casa editrice, e ne riferisce anche a Foà, dando per scontato la presenza del giovane amico nel gruppo dei fondatori e consulenti dell’Adelphi. Il simbolo della casa editrice lo propizia invece un altro giovane amico, Claudio Rugafiori, arrivato nel gruppo per la mediazione del saggista e poeta Sergio Solmi. Foà ha raccontato in diverse interviste che fu proprio Rugafiori a portare un libro di un sinologo tedesco dove erano riportati numerosi ideogrammi dell’antica Cina, Carl Hentze, Tod, Auferstehung, Weltordung. Una mattina Foà lo apre a caso e l’occhio gli cade su una pagina: vi appaiono due figure umane, sottili ma ben identificabili; una con la testa all’insù, l’altra con la testa in giù, che si levano sopra una falce di luna nuova. Il significato è semplice: luna nuova, morte e resurrezione. È nato il marchio Adelphi. Il nome invece non c’è ancora. È a casa di Roberto Olivetti, il finanziatore, in una riunione tra amici, che Luciano Foà porta una lista di nomi. Ci sono le persone che compongono il giro delle Edizioni di Comunità. Bazlen ha suggerito altri nomi che sono su quel foglietto: “Studio editoriale”, “Spartiacque”, “Acquario”. Adelphi significa diverse cose, ricorda Calasso; in greco è “fratelli”, ma lo si usa anche nei teatri e nei club inglesi, e persino nelle riviste letterarie. Forse contiene anche un significato esoterico: il piccolo gruppo. E nonostante Foà propendesse per altri nomi, quella sera il nome prescelto è Adelphi. Calasso, inizia un fittissimo rapporto di collaborazione con Bazlen scegliendo i testi e i traduttori. Sta frequentando l’università, ma già ha dietro di sé un patrimonio enorme di letture, in tutti i campi, dalla filosofia alla matematica, della storia delle religioni alla musica.

 

Bazlen lo utilizza come un sensore. È un formidabile consulente, anzi di più; per Bazlen è un membro di diritto di quella piccola società di fratelli che porta il nome Adelphi: un gruppo di amici, in cui regna la massima fiducia reciproca, una comunità reale, oltre che ideale, di persone che considerano i libri parte stessa della vita, superando la schematica divisione tra cultura ed esistenza umana che pare loro dominare nelle altre case editrici. L’Adelphi, è un fatto importante, nasce con finanziatori, ma non con un padrone. Calasso pensa di abbandonare gli studi per mettersi a lavorare a tempo pieno per l’Adelphi, ma Bazlen lo convince a continuare gli studi. Pensa che ci sarà tempo per il lavoro futuro nella casa editrice di cui egli è già parte. La veste grafica viene affidata a Enzo Mari, a cui si arriva attraverso Solmi, ma è Michele Ranchetti, curiosa e inclassificabile figura di intellettuale, studioso e poeta, a suggerire di utilizzare uno schema grafico di Aubrey Beardsley, incisore e illustratore inglese dell’Ottocento, per le copertine dei libri della “Biblioteca Adelphi”. Sarà proprio questa collana, nata nel 1965, che definirà l’intera proposta culturale della casa editrice, almeno sino agli anni ottanta (“una collana che garantisca una assoluta libertà di movimento: esperienza viva, piena e insolita”); lì continuano a uscire libri e autori pensati da Bazlen, Foà, Calasso, Solmi; sono autori novecenteschi, anche appartenenti dell’avanguardia letteraria e artistica, francesi e tedeschi, grandi narratori del periodo tra le due guerre, fino ad allora trascurati dall’editoria italiana, ma sono anche autori di testi religiosi, classici orientali, libri di esperienze di vita come Cella d’isolamento di Christopher Burney, uscito, guarda caso, proprio nel 1968.

 

Bazlen s’ispira a collane dell’anteguerra, alla collezione “Cultura dell’anima”, diretta da Giovanni Papini presso Carabba, dove sono usciti libri di filosofi, mistici, poeti. Segno di una tradizione culturale che, dopo essersi immersa come un fiume carsico, tornava ora ad affiorare nella cultura italiana degli anni sessanta, proprio mentre l’editoria italiana si avviava verso la pubblicazione di libri sociologici e politici, improntati al marxismo, e non è cessata l’egemonia dell’idealismo crociano e dei suoi eredi. Bazlen guarda fuori dall’Italia, alla collana “Pour mon plasir”, edita prima della Seconda guerra mondiale in Francia da Grasset. I primi titoli della “Biblioteca Adelphi” sono L’altra parte di Alfred Kubin, Padre e figlio di Edmund Gosse, Manoscritto trovato a Saragozza di Potocki, Al paese dei Tarahumara di Antonin Artaud; i primi tre escono nel 1965. In quell’anno, a breve distanza dall’avvio dell’attività dell’Adelphi, muore Bobi Bazlen. Il colpo è forte per tutti. Bazlen è il motore della casa editrice. Tuttavia come sua consuetudine lascia un patrimonio di schede editoriali e soprattutto di lettere indirizzate a Luciano Foà, che contengono titoli da pubblicare, indicazioni sui traduttori e sui collaboratori, che finisce inevitabilmente per alimentare la produzione della casa editrice nel decennio successivo.

 

Nei primi tempi l’intero gruppo degli adelphiani, in cui diventa sempre più importante Roberto Calasso, realizza il programma di Bazlen, ma poi è Calasso stesso, attivissimo nella lettura dei libri, nei suggerimenti, in quell’attività mercuriale di incontri e colloqui che è essenziale per portare linfa alla casa editrice, a imporsi come principale consulente, determinante nelle scelte editoriali. Nel 1968, con il trasferimento a Milano, il suo ruolo di direttore editoriale verrà confermato anche ufficialmente. Nel 1966 arriva in casa editrice come collaboratore e poi consulente lo scrittore Giuseppe Pontiggia; viene dal gruppo della neoavanguardia, da “il Verri” di Anceschi, segno di altre collaborazioni con gruppi in apparenza lontani dalla casa editrice. Non a caso Giorgio Manganelli, a cui Calasso scrive una lettera molto bella subito dopo l’uscita di Hilarotragoedia, è tra i possibili traduttori e collaboratori di Adelphi contattati da Foà. Con la crisi economica del 1964, l’Adelphi si lega più strettamente alla Boringhieri; entra nella rete commerciale della casa editrice torinese, ma subito dopo acquista la Frassinelli, nel cui portafoglio titoli ci sono Hesse, Joyce, Kafka, Melville e quello che sarà il long-seller di Adelphi, Siddharta. In questo periodo l’Adelphi cambia anche la rete di distribuzione. Intanto escono i primi volumi dell’opera di Nietzsche: Aurora, le Note azzurre di Dossi a cura di Dante Isella, i Saggi di Montaigne. Tra il 1968 e i primi anni settanta la produzione della casa editrice invece di espandersi si contrae: da 17 titoli nel 1968 a 13 nel 1970.

 

Nel 1971 Paolo Boringhieri va a trovare l’amico Luciano Foà e gli propone di associarsi all’Etas Kompass di proprietà di Carlo Caracciolo, nelle vendite dei libri. L’Etas entra come socio al 48% e nel 1977 la casa editrice raggiunge il pareggio. Intanto la proprietà è passata dall’Etas al gruppo editoriale Fabbri, di proprietà dell’Ifi, la finanziaria della famiglia Agnelli, sebbene la maggioranza delle azioni resti nelle mani dei fondatori e di alcuni redattori. Il successo editoriale avrà inizio solo alla fine degli anni settanta, quando muta il paesaggio culturale italiano: il crollo dei miti e delle ideologie politiche del dopoguerra. Ma non è solo questo. Senza l’idea di una casa editrice “come genere letterario”, che Calasso espone in modo brillante e acuto nel volume Adelphiana 1, il progetto iniziato da Luciano Foà, Bobi Bazlen e Calasso stesso non si sarebbe realizzato compiutamente, per quanto nel corso della sua evoluzione l’Adelphi abbia mutato molte volte il suo profilo complessivo: una evoluzione nella continuità che prima o poi bisognerà raccontare. In questa ampia vicenda Luciano Foà assume almeno tre ruoli: editore, traduttore e curatore di volumi. Armato di piccole matite e fumando sottili sigarette, corregge, rifà, appunta sino agli ultimi anni (è scomparso nel 2005). I suoi autori, che pubblica all’Adelphi, sono Goethe, Kafka, Walser, ma anche Huxley e Norman Douglas. Traduce, sua antica passione, usando lo pseudonimo di Luciano Fabbri, almeno due libri di Joseph Roth, e rivede tutte le traduzioni di questo autore, come di Konrad Lorenz, Hoffmansthal, Walser. Come molti della sua generazione ama Stendhal. Sue sono le Lettere editoriali di Bobi Bazlen tratte dell’ampio epistolario che ha avuto con Bobi sin dai tempi di Einaudi, che è anche la storia del loro sodalizio. Sarà anche dirigente d’azienda negli alti e bassi delle vicende economiche della casa editrice milanese. Un ruolo importante per molti anni. Prima o poi si farà la storia di questo uomo discreto e silenzioso, con le sue sottili sigarette infilate in bocca e in mano la matita per annotare, sottolineare, correggere, scrivere. L’editore con la matita in mano.

 

Ripubblico qui rivisto l’articolo uscito diversi anni fa su “Tuttolibri”; l’occasione è la donazione fatta alla Fondazione Mondadori della biblioteca privata di 8000 volumi di Luciano Foà, ora consultabile dagli studiosi, e la mostra inaugurata presso la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori mercoledì 28 novembre (Via Marco Formentini 10) con una conversazione pubblica tra me e Manuela La Ferla (la mostra sarà aperta sino al 18 dicembre).  

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