Chi è Pinocchio?

15 Gennaio 2024

Perché Pinocchio? Perché è Pinocchio. Ma chi è Pinocchio?

Pinocchio è il titolo di un libro, uno tra i più tradotti e diffusi nel mondo:

La storia di un burattino. Così s’intitolava quando uscì a puntate sul “Giornale per i bambini” stampato a Roma e diretto da Ferdinando Martini. 

Su quel foglio Carlo Lorenzini, in arte Collodi, ne scrisse otto puntate: dal 7 luglio 1881 al 27 ottobre 1881. Quindi interruppe il racconto considerandolo concluso. Era arrivato a quello che oggi è il XV capitolo con il burattino appeso alla Quercia grande, che oscilla sospinto da un vento di tramontana. Quindi Collodi riprese a scriverlo sollecitato dai lettori e dal direttore il 16 febbraio 1882 e lo porta a termine realizzando così Pinocchio, uno dei personaggi immortali della letteratura mondiale per piccini e grandi, simile in questo a Achille e Ettore, a Ercole e Edipo. Insomma un personaggio mitologico.

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© Eredi Aldo Rossi, courtesy Fondazione Aldo Rossi,172 x 123 Collodi, Le avventure di Pinocchio: Storia di un Burattino, NUAGES, Milano, 2006, Illustrazioni di Andrea Rauch

Pinocchio è un pezzo di legno; meglio, il seme di un albero, un “pinolo”. Secondo il Tommaseo-Bellini, imprescindibile dizionario, si tratta appunto di un “seme del pino chiuso in un guscio, o nocciolo, detto parimenti Pinocchio, fin che ha in sé il pinocchio”. Così asserisce Ferdinando Tempesti, uno dei migliori, se non il migliore commentatore di questo libro immortale. Sino a quando nella storia di Collodi il pinolo si conservi tale, non è dato di sapere. Però una cosa resta del seme. Pinocchio è infatti un libro seminale come si vede dalle innumerevoli illustrazioni che ha prodotto in Italia come altrove. Si tratta infatti di un albero dalle fronde ampie, sviluppate in ogni direzione, come si evince da questa mostra – e questi esposti sono solo esempi parziali, si va dall’immagine agli oggetti; c’è un intero mondo di cose che trae origine da quel seme toscano per fruttificare sotto ogni cielo e in ogni luogo. Seminale lo è anche nel racconto dal momento che Pinocchio corre da ogni parte con le sue gambette di legno e semina sconcerto e avventure ovunque scappi.

Pinocchio è un picaro. È l’erede di Lazarillo de Tormes (1554), ovvero uno che vive sulla strada e ne combina di tutti i colori. Non è esattamente il picaro inteso come popolano furbo e imbroglione della tradizione letteraria spagnola, perché Pinocchio è stupido e viene continuamente gabbato, come accade nell’incontro con il Gatto e la Volpe. Tuttavia conserva qualcosa delle avventure straccione dei picari, in cui domina la libertà di fare, andare e brigare. Pinocchio come picaro non è un personaggio immorale. Nel libro non c’è infatti alcun giudizio del genere, anzi al contrario. Lo si può definire piuttosto amorale: si sottrae a ogni giudizio di moralità, perché ogni volta che viene enunciata una morale, parziale o transitoria, Pinocchio l’ha appena trasgredita, o lo farà a breve, per il solo piacere di farlo. Un picaro è uno che segue i propri mutevoli desideri. Così è il nostro eroe.

Pinocchio è prima di tutto un bambino, per questo piace ai bambini. Si tratta di uno di quei bambini che un tempo venivano detti “caratteriali” (Giovanni Jervis), quelli che non riescono mai a stare fermi al loro posto e si muovono sempre – un ipercinetico –, uno di quelli che non ne fa mai una giusta e si mette sempre con i peggiori della classe, pur essendo fondamentalmente buono. Dal momento che il suo motore invisibile è il desiderio, Pinocchio va dove vuole ignorando ogni divieto. Non è né buono né cattivo. Nella storia scritta da Collodi i criteri morali li usano solo gli adulti. Questa è la ragione per cui chi legge – i bambini soprattutto – non può fare a meno di pensare: quello sono io. Poi inevitabilmente si cresce. Diventare adulti significa rinnegare Pinocchio? Forse no, ma un poco forse sì. Si è totalmente Pinocchio solo da bambini, è il ricordo di ciò-che-eravamo che ci segue da grandi. Ma è troppo tardi.

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© Eredi Aldo Rossi, courtesy Fondazione Aldo Rossi.

Pinocchio è un eroe della fame. Figlio di un paese sempre affamato, come era l’Italia alla fine del XIX secolo, e ancora all’inizio del XX, Pinocchio è sempre alla ricerca di cibo. La sua non è solo la fame dello stomaco. Si tratta della fame dell’infanzia, qualcosa che ha a che fare con la natura animale che alberga nei bambini. Come fa un essere vegetale – Pinocchio-Pinolo – ad avere una fame animalesca? Perché è anche un asinello, come si scopre a un certo punto. Indossando i panni dell’infanzia, lui che è senza età, essendo nato dal nulla, formato da Geppetto, suo magico artefice, s’impossessa della fame infantile, quella che sorge improvvisa, senza preavviso, che spinge il bambino, prima buono e tranquillo, a strillare e piangere di colpo: voglio mangiare! Lo stimolo è in lui così potente e imperioso che nulla può opporsi al suo soddisfacimento. 

Pinocchio è un eroe, ma sempre marginale. Vive sul margine della letteratura, per quanto sembri occuparne il centro per via del suo successo – personaggio onnipresente. Forse per questa marginalità ha faticato ad essere incluso nelle storie letterarie, non rientra se non di straforo nel Canone. Ma del Canone Pinocchio se ne fa un baffo. Lui è un marginale-centrale, e non il contrario. Non solo in ragione della sua inclusione tardiva in una storia letteraria, ma perché Pinocchio vive e agisce sempre sui margini. Sono i margini spaziali: strade bianche, campi, carrugi, osterie. Lui non cammina sulle strade maestre, se in modo eccezionale; preferisce sempre correre via inseguito da tutti e imbrocca le vie laterali. Eroe laterale, oltre che marginale, è anche un personaggio che vive di cose minori. Ad esempio di oggetti di scarto. Lui stesso è uno scarto. Si veste di scarti: il vestitino di carta e il cappelluccio di mollica. Poi si nutre di scarti: un uovo, bucce di pera. Pinocchio eroe ecologico?

Pinocchio è un trickster, un “briccone divino”, uno di quei personaggi mitologici o fiabeschi che costruiscono mondi e insieme li smontano o demoliscono. Nessuna avventura lo porta mai davvero vicino alla fine delle sue fatiche. La condizione di “briccone divino” lo spinge a pasticciare sempre, a reiterare le medesime azioni, gli stessi gesti. Per gran parte delle sue storie non cresce mai, resta sempre identico a sé stesso. Il cambiamento di stato, da burattino a bambino, è dunque una metamorfosi, una radicale trasformazione, una di quelle mutazioni proprie dei personaggi mitici. Briccone vuol dire che è un essere truffaldino, ma non per cattiveria o malanimo, ma per l’impossibilità ad essere qualsiasi altra cosa che non un personaggio bizzoso e menzognero – il naso che cresce è un simbolo che può essere interpretato in molti modi e maniere. È anche ignorante, come ogni trickster presente nelle storie magiche. Sa tutto e insieme non sa niente. Deve andare per forza a scuola, non solo perché piccolo, perché bambino, ma perché toccato dalla santa ignoranza. Tremenda nemesi mitologica. Per questo può frequentare anche esseri mostruosi come Mangiafuoco o i burattini parlanti, oppure il ributtante Omino di burro. Esseri misteriosi come gli animali che vivono nel suo Regno. La stessa Fatina, con la sua corte dei miracoli, che trascina con sé ad ogni cambio di scena, e che non l’abbandona mai, è mostruosa: ambivalente come il suo figlioccio Pinocchio.

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© Eredi Aldo Rossi, courtesy Fondazione Aldo Rossi.

Pinocchio non è un essere sessuato. Certo il nome è declinato al maschile, ma in lui coabitano maschile e femminile. La sua stessa irruenza, spudoratezza e indecenza appartengono alla zona mitica delle fiabe e delle leggende, al racconto in cui gli esseri prediletti dagli dèi, o da loro maledetti, che è poi la stessa cosa, travalicano il confine tra i due sessi. Nato dalle mani di un Padre, da cui subito fugge, obliando la sua natura maschile, per gettarsi nel Regno della Grande Madre. Forse sarebbe più esatto dire delle Antiche Madri, quelle primigenie, le madri del Matriarcato originario, incarnate nella storia dalla Fata, la Signora degli animali, come ha visto Giorgio Manganelli. Si trova in bilico tra due identità. Oggi lo si sarebbe detto un personaggio gender per il suo passaggio da un genere all’altro, dal paterno al materno e anche viceversa? Forse sì.  

Pinocchio è uno sciamano. Il suo modello è Arlecchino, quello nordico. Quando lo incontra nel teatro di Mangiafuoco Arlecchino lo riconosce subito. Per forza, è un fratello: è anche lui un Arlecchino. Questo personaggio di antiche ascendenze è uno psicopompo, ovvero un accompagnatore d’anime. Un traghettatore: da uno stato all’altro dell’essere, come comprendono, senza riuscire a verbalizzarlo compiutamente, i piccoli lettori. Certo nelle antiche leggende nordiche da cui Arlecchino deriva, lo psicopompo è colui che accompagna i trapassati nel passaggio dal Regno dei Vivi al regno dei Morti. Che altro significato può avere l’impiccagione con cui Collodi chiude la prima parte della sua storia? Si può uccidere un burattino? Certo che no: è di legno. E allora? Pinocchio ha attraversato nonostante tutto la linea di confine. Per cui Collodi lo ha dovuto riportare di qua, più vicino a noi, pur restando uno sciamano, uno di quegli esseri che volano in sogno e guariscono con l’aiuto delle potenze nascoste i malati e i moribondi. Pinocchio è un guaritore, eterno guaritore, perché il suo trapasso è senza fine. Nessuno può credere che la storia finisca così con il bambino che nasce dal pinolo-Pinocchio. No, è una truffa, un modo di chiudere una storia che Collodi non sapeva siglare in altro modo che con un happy end. Un imbroglio di Pinocchio e dei lettori, caro Collodi.

Pinocchio è tutto e niente. È un disegno ed è un oggetto; è una favola ed è un romanzo gotico (come dice Italo Calvino); è una storia fantastica e una fiaba per ammaestrare i più piccini. È quello che si vuole, perché Pinocchio è inesauribile. È uno dei personaggi più affascinanti che esistano. Somiglia alla nostra vita così come l’abbiamo forse sognata una notte senza ricordarcela. Per fortuna Collodi si è svegliato, l’ha ricordata e l’ha scritta. 

Pinocchio è un sogno e come i sogni inafferrabile. Corre e va, gambe in spalla. 

Carissimo Pinocchio, Designer e grafici italiani ridisegnano il burattino più famoso del mondo. A cura di Giulio Iacchetti,
ADI Design Museum di Milano, piazza Compasso d'Oro 1, 20154 Milano
(28 novembre 2023 – 4 febbraio 2024)


Catalogo: Carissimo Pinocchio - A cura di Giulio Iacchetti, Selezione storica iconografica di Marco Belpoliti - Milano, ADIper, 2023, pp. 192.

Ringraziamenti: Fausto Rossi, Vera Rossi, Fondazione Aldo Rossi

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In copertina, 85 x 106  Enrico Baj, Pinocchio, Acquaforte cm 8 x 23,5, post 1982 © Eredi Aldo Rossi, courtesy Fondazione Aldo Rossi.

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