Occhio rotondo 24. Porta

4 Febbraio 2024

Interno di una casa contadina in località “La Castella”, provincia di Crotone. Così recita la didascalia. L’occhio corre verso l’alto dove appesi alla trave pendono degli insaccati; più sotto su un graticcio le forme rotonde del pane. Sul muro, a destra di chi guarda, pentole e altri contenitori di cucina sospesi su legni orizzontali: un armadio aperto. A sinistra, in alto, una sedia appesa al chiodo. Un mondo contadino con i suoi oggetti di casa, le suppellettili e i pochi arredi: qualcosa di spoglio e affollato insieme.

Tuttavia non è questo il focus della fotografia. È la porta aperta, cui corrisponde in primo piano il tavolo con la caraffa di vetro colma d’acqua e il riflesso sulla superficie tonda. Lo stipite della porta quasi non si vede. Solo a guardare con attenzione si coglie l’uscio di legno con lo spessore scuro e la chiave infilata nella serratura. La porta è come un buco bianco nel bianco della stanza, e nel bianco della strada, o cortile che sia, là fuori, visibile e insieme invisibile. Quella apertura crea una percezione strana dello spazio interno, di ciò che è compreso nel dentro. A dare una sensazione di tridimensionalità è la sedia appesa in alto in posizione incongrua, poi il soffitto di travi e quelle pancette, salami e prosciutti casalinghi. La porta è un dentro e insieme un fuori, un buco, appunto, su quella parete colma di cose.

Lo scatto l’ha realizzato una giovane fotografa di ventisei anni, Giulia Niccolai. Partita per ritrarre le piccole città dell’Italia, i borghi all’epoca meno noti, per conto della Società Anonima Elettrificazione S.p.A. di Milano, che sta ricoprendo di tralicci l’Italia, ha realizzato con le fotografie e le parole sei volumi. È il 1960. Cinque anni prima l’editore Einaudi ha pubblicato un libro del fotografo Paul Strand e dello scrittore e sceneggiatore Cesare Zavattini: Un paese. Giulia Niccolai probabilmente non l’ha visto, oppure sì. Non si può sapere. C’è però qualcosa che lega i loro lavori pur nella diversità, una comune ascendenza. Derivano entrambi dalla fotografia americana di cui Strand è uno dei massimi esponenti insieme ad Alfred Stieglitz e Edward Steichen. Le immagini di Strand, che all’epoca ha sessantacinque anni, Giulia le ha forse intraviste sui vecchi giornali che la madre americana le ha mostrato durante la guerra, i grandi rotocalchi illustrati pregni della modernità visiva della cultura americana contemporanea.

Il viaggio in Italia della giovane ragazza milanese nella fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, ha però qualcosa di estremamente originale, un’originalità che nasce dalla libertà con cui punta il suo obiettivo su quel mondo provinciale appena uscito dalla guerra e in procinto, almeno al Nord, di gettarsi a capofitto nella modernità postbellica del boom economico. La sua è una fotografia molto italiana, come si vede da tanti scatti che ha riportato a casa dal giro per le piccole città e i borghi del Bel Paese. Sa guardare ai gesti, alle posture, alle espressioni delle persone che ha fissato nelle piazze e nelle strade che ha percorso. Sa osservare con la sua macchina le antiche chiese, gli acciottolati di pietra, i portali dei palazzi, le botteghe degli artigiani, i carri agricoli e mille altre forme che l’attraggono.

Sa riconoscere quello che è proprio del paesaggio dell’umile Italia, eppure lo guarda con un occhio diverso da quello dei fotografi neorealisti che si sono avventurati soprattutto al Sud (Federico Patellani, Ando Gilardi, Renzo Chini, Franco Pinna); la maggior parte di loro sono uomini e la loro estetica è ancora figlia del cinema degli anni Quaranta e Cinquanta. Nello sguardo di Giulia Niccolai c’è qualcosa di diverso: italoamericana e donna. La stanza a “La Castella” è un ambiente rurale, contadino, come testimoniano l’arredo e gli oggetti presenti nella cucina. Probabilmente non è neppure una stanza di gente poverissima, se si guarda in alto verso gli insaccati che penzolano. Giulia Niccolai fotografa la casa contadina, ma nel mezzo della stanza c’è quella porta aperta e il tavolo con la brocca di vetro al centro, elemento estetico differente.

Forse il viaggio a New York di qualche anno prima, nel 1954, ha contato per lei, l’incontro con W. Eugene Smith, fotografo di Life; e poi in USA c’è tornata ancora nel 1960 per seguire la campagna elettorale di J.F. Kennedy e Nixon. Come ha raccontato a Silvia Mazzucchelli, commentando le sue foto ritrovate a distanza di decenni in un bellissimo album di parole e immagini, Un intenso sentimento di stupore (Einaudi, 2023), l’America è stata fondamentale per lei per quello che vi ha visto, per quello che vi ha fotografato, per quello che ha pensato e immaginato. L’America, il Nuovo mondo, come una porta aperta e chiarissima attraverso cui guardare anche al Vecchio mondo, una porta che non si chiuderà più nella sua opera di fotografa, di artista visiva, di poetessa e di lanciatrice di Frisbee, i suoi comici, frizzanti e acuti versi, con cui ha continuato a esplorare dopo le immagini fotografiche il mondo intorno a lei.  

Giulia Niccolai, Interno di una casa contadina, Le Castella (Crotone) 1960, © Archivio Giulia Niccolai.

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