Migranti per caso

A chi gli chiedeva se lui, napoletano in viaggio verso il Nord, fosse un emigrante, Massimo Troisi non avrebbe certo potuto rispondere di essere un «expat», perché la parola non era ancora entrata nell’italiano, come invece è ormai avvenuto, almeno in certi ambienti, colti e anglofili. A lanciarla è ora uno strano libro di Francesca Rigotti, metà saggio metà autobiografia, dal titolo che contiene un ossimoro provocatorio e che rimanda a una canzone di Luciano Ligabue: Migranti per caso. Una vita da expat (Raffaello Cortina, pp. 132, in libreria da giugno). 

«Migranti» ed «expat» sono infatti termini che collidono. Expat è l’equivalente aristocratico, e certamente privilegiato, di migrante, visto che il primo è, come recita l’Oxford English Dictionary, chi «vive per scelta in un paese straniero» (living in a foreign country esp. by choice), mentre il secondo è costretto a farlo (da e-migrato, se si guarda verso l’esterno, o im-migrato, se si guarda da dentro: ormai senza sostanziale differenza, se entrambi sono comunque caratterizzati da un bisogno lavorativo, essendo a person who moves permanently to live in a new country, town, etc., esp. to look for work, or to take up a post – come si legge sempre nell’OED alla voce migrant). Non troppo diverso dall’inglese è in questo caso l’italiano, perché tanto l’emigrato quanto l’immigrato, secondo il vocabolario Treccani, sono spinti da «ragioni di lavoro». Una rivendicazione di soggettività, dunque, ma anche un’indiscutibile condizione di privilegio stanno dietro a questa nuova parola dell’italiano, expat, che è una scelta di vita, mentre il migrante resta un dannato, che non ha avuto possibilità dalla vita. Troisi non avrebbe allora mai potuto rispondere di essere un expat, perché per lui sarebbe valsa solo la prima parte del significato della parola, la libera scelta, ma non la seconda, la connotazione sociale fighetta.

 

La questione linguistica è come sempre questione politica: si può un miliardario considerare un migrante? La maggioranza dei ricchi italiani tende ormai a far studiare i figli all’estero, ma mai e poi mai accetterebbe di vederli come migranti. L’estero è anzi figo, perché consente di sapere le lingue e vendersi come superiore, grazie a una retorica che continua a ritenere l’Italia, in fondo, arretrata e incivile, retorica costruita nel corso dei secoli XVIII e XIX (prima in Europa e poi importata in Italia), ma ancora presente nell’educazione, essa sì spesso arretrata e incivile, delle classi più che benestanti. L’estero, in questa prospettiva, coincide naturalmente solo con l’Occidente avanzato e capitalista, perché nessuno di quei ricchi si sognerebbe mai di far studiare i figli in Portogallo o in Grecia, per non dire Colombia o Filippine. Il punto è che i nuovi ricchi, da trent’anni almeno, ambiscono non già alla leadership, ma alla separatezza, perché i loro privilegi non siano visibili e non possano quindi essere messi in discussione. 

 

Eppure l’expat potrebbe non essere solo un privilegiato, soprattutto se il suo espatrio avviene nell’ambito della classe media, com’è il caso di chi espatria per motivi di lavoro intellettuale, sia esso una scelta (per guadagnare di più, ad esempio) o una necessità (per trovare un lavoro che nella terra di origine è sbarrato oppure per seguire un coniuge impiegato all’estero). A riabilitarne la sofferenza e le difficoltà dedica i suoi sforzi intellettuali Francesca Rigotti, filosofa e narratrice, già autrice di libri stimolanti, che fanno entrare l’esperienza quotidiana nella riflessione conoscitiva, come La filosofia in cucina (il Mulino 1999), Il filo del pensiero (il Mulino 2002), La filosofia delle piccole cose (Interlinea 2004) e Metafore del silenzio (Mimesis 2013), oltre a studi su Un posto al sole (Mimesis 2013), l’amicizia tra donne (Orthotes 2016) e l’invecchiamento femminile (Einaudi 2018). Lei è stata certamente un expat, perché se ne andò dall’Italia per  seguire il compagno tedesco e intraprese in seguito una carriera universitaria, ma si chiede oggi, a distanza di più di trent’anni dal suo espatrio, se la sua non sia stata anche una vita da migrante, con tutti i rischi di un’operazione del genere in un momento in cui sembra che l’associazione tra intellettuale (borghese per definizione) e migrante (inesorabilmente povero) possa portare con sé solo intollerabile snobismo e ingiustificato vittimismo. Il titolo fa infatti paradossalmente del privilegiato un tenace lottatore di centrocampo.

 

 

Metaforologa, come si può dire con un neologismo dal suono respingente, ma dal significato fascinoso, la Rigotti si è sempre confrontata col passaggio dalle cose al linguaggio, per capire quel confine tra il mondo e il pensiero che rende avvincente l’esperienza umana sulla terra: solo affidando alle parole la possibilità di dire altro rispetto alla designazione delle cose la mente umana può entrare nel regno dell’astrazione, della teoria e della filosofia, aprendo nuove strade alla conoscenza, che si realizzano per via di linguaggio, appunto. Le metafore primordiali, cioè quelle con cui gli umani hanno elaborato il distacco dalla materia, erano state l’oggetto di un saggio fondamentale (fondamentale per chiunque ami le potenzialità del linguaggio di andare oltre se stesso) di Hans Blumenberg, Paradigmi per una metaforologia, del 1960. Con Blumenberg la Rigotti si confronta sempre, al punto da sentire il bisogno di collocare la sua esperienza da expat nel più ampio campo metaforico dedicato alle migrazioni, che da un po’ di tempo sono associate a metafore acquatiche, come «flusso» e «ondate» (da contenere magari con «argini» e «dighe»): campo rivolto a suscitare preoccupazione e paura, anche se Maurizio Bettini quasi trent’anni fa proponeva proprio di sostituire le metafore statiche delle radici con quelle fluide dell’acquaticità per discutere di una civiltà, quella occidentale, che deve la sua forza più ai grandi movimenti di massa che al legame con la terra e col passato. Senza troppo successo, a quanto pare, se si continua a parlare di «tsunami umano», «fiume di rifugiati» e «marea di profughi» (e pure, al rovescio, di «ondata di menzogne»).

 

Muovendosi a scatti fin troppo rapidi tra un argomento e l’altro, dai ricordi autobiografici all’attualità politica, attraverso analisi linguistiche e concettuali che chiamano in causa, fra i tanti riferimenti citati, i miti omerici e il Cicerone del De officiis, i romanzi di Marlen Hausofer, Margaret Atwood e Chris Pavone, la sociologia di Edward C. Banfield e David Miller, la filosofia di Georg Simmel, Deleuze e Guattari e Vilém Flusser, Migranti per caso è un libro a più facce, da leggersi e meditare a frammenti piuttosto che nella durata narrativa. Consapevole del fatto che il filosofo, per cambiare e rendere più acuta la nostra visione del mondo, «non può lasciare troppo dietro di sé il senso comune», ma non può neppure arrenderglisi, come ammoniva il grande studioso della mente J.A. Ayer, la Rigotti si cimenta con l’operazione filosoficamente più difficile: ancorare il linguaggio alla realtà e al tempo stesso aprirlo verso le potenzialità più fantasiose dell’esplorazione teorica. Tutto si muove, perciò, sul confine sottilissimo tra il personale e il collettivo, l’ieri e l’oggi, il privilegiato e il derelitto, sulla base dell’ipotesi di un’osmosi costante, di un’interscambiabilità strutturale. 

 

Riletta dentro il movimento delle migrazioni e delle paure di oggi, la migrazione di Francesca (per nome, perché il libro è insieme un saggio della studiosa Rigotti e un’autofiction della migrante Francesca), ancorché privilegiata, da universitaria, diventa un’occasione di confronto col dispatrio, per usare un’altra espressione decisiva nel discorso sul  distacco dalla propria terra e dalle proprie origini (a designare, come voleva il suo inventore, Luigi Meneghello, una condizione, al tempo stesso, di appartenenza sentita e sguardo a distanza): la perdita della lingua, che è la prima perdita della casa, è perciò centrale dal suo punto di vista, perché l’emigrante, qualsiasi emigrante, è prima di tutto costretto a ricollocarsi culturalmente, cioè come essere umano, anziché solo come sequenza di bisogni materiali, dalla fame al sesso. Uno degli aspetti più ignorati, infatti, nel contesto del dibattito attuale sui migranti è proprio la loro identità culturale, di persone, come se si trattasse quasi di robot che occupano posti di lavoro, si lanciano sul cibo e vivono di istinti. Solo ricordandoci di quanto la migrazione sia prima di tutto un riposizionamento nel mondo, potremo forse cominciare ad aprire una prospettiva di confronto e dialogo che vada al di là della piuttosto sciocca, e certamente strumentale, alternativa tra sbarchi e affoghi, accoglienza e rifiuto. Identificare i migranti col male è infatti altrettanto stupido di quanto lo sia identificarli col bene, come se la lotta tra le due forze capitali di ogni visione religiosa del mondo si fosse spostata sul loro dramma, al di là delle persone che lo abitano, che possono essere tanto degli artisti cui dovrebbe essere data la possibilità di esprimersi quanto dei criminali che andrebbero piuttosto controllati e contenuti.

 

Proprio perciò la Rigotti esamina tanto limiti quanto potenzialità della condizione di migrante (da privilegiata, certo, senza bisogni immediati, va ribadito, ma perché non allargare il discorso anziché fermarlo lì?), fino a proporre, con Isolde Charim, una «zona incontro» e, con Hannah Arendt, uno «spazio della pluralità», caratterizzati dal tra (il greco diá) come strumento di comunicazione e d’unione: 

“La lingua del mondo a venire che si situa tra-le-lingue è la lingua della traduzione, nella quale il pensiero torna a scorrere e a fluire – ancora un’immagine orizzontale – riuscendo a sentire e a comprendere empaticamente la posizione dell’altro.”

Una lingua-in-comune, che stia nel transito tra le lingue anziché nella trasposizione dell’una nell’altra: processo anziché esito, per evitare che a chi va via dalla sua terra, stretto tra nostalgia del perduto e utopia dell’incognito, resti solo la fuga dalla realtà, come spiegava bene Igiaba Scego, quando aggiungeva giustamente il dismatrio femminile al dispatrio di Meneghello: «Eravamo dei dismatriati, qualcuno che – forse per sempre – aveva tagliato il cordone ombelicale che ci legava alla nostra matria, la Somalia. E chi è orfano di solito che fa? Sogna.»

 

La storia di Francesca, allora, è un modo di dire che ciascuno ha la sua storia e che le storie non si possono ideologizzare: né dalla parte dei vincenti né da quella delle vittime. Nessuno è più figo perché studia all’estero e nessuno lo è meno perché ha lasciato la sua terra. Bisognerà considerare piuttosto la complessità dell’esperienza, come fa opportunamente il Viaggio fra gli italiani all’estero pubblicato da il Mulino l’anno scorso: un insieme di statistiche e testimonianze che puntano a rendere conto della sfaccettatura del problema, contro ogni visione unilaterale che preferisce semplificare sulla base di valori astratti – che corrispondono sempre, di fatto, a interessi di parte. Invece di mitizzare la terra d’origine, che la distanza rende sempre ideale, come ha mostrato Vito Teti in un bello studio sui calabresi all’estero, oppure, all’inverso, idolatrare l’altrove, che l’ignoranza rende sempre migliore, come fanno i tanti deprecatori della terra natia, bisognerà ripartire dalle storie, che sono fondate, appunto, sull’esperienza: che è, per fortuna, la funzione specifica della letteratura come strumento di conoscenza, al di là di facili idealizzazioni di comodo e malintese idee di impegno purificatore. 

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