Woody Allen. To Rome with Love

Con To Rome with Love Woody Allen porta a compimento un percorso iniziato già da diversi anni. Un percorso che l’ha condotto a esplorare l’Europa in lungo e in largo e in modo del tutto personale. Attraverso una serie di film ambientati in diverse capitali del vecchio continente, infatti, Allen ha dato vita a quello che potremmo definire una sorta di “periodo europeo”. Non è del tutto chiaro (e nemmeno facilmente individuabile) quale sia il motivo che ha spinto il regista newyorkese a concentrare i suoi sforzi, il suo gusto e i suoi interessi sull’Europa e i suoi abitanti. Sarà che egli è da sempre considerato il più europeo dei registi americani, sarà perché nella fase matura della propria esperienza artistica ha deciso di andare all’origine dei propri modelli cinematografici e dei propri riferimenti autoriali, la maggior parte dei quali risiedono, appunto, in Europa, o sarà la necessità di voler trovare nuove idee, nuovi stimoli e nuove storie che l’America, e più strettamente New York, non erano più in grado di fornirgli (spiegazione questa che contraddice il fatto che Basta che funzioni, unico film d’ambientazione newyorkese da diversi anni a questa parte, rimanga senza alcun dubbio il miglior Allen dell’ultimo periodo), fatto sta che dopo Barcellona, Londra (quella di Incontrerai l’uomo dei tuoi sognipiù che di Match Point o di Scoop, però) e Parigi, il regista ha scelto di chiudere il proprio ideale Grand tour con la città eterna.

 

 

E se gli intenti non sono dissimili da quelli che l’avevano portato a girare, meno di un anno fa, l’ammirevole Midnight in Paris, pare che questa volta soprattutto per via di un’ambientazione italica (che, come è accaduto a molti altri in questo periodo, e non solo nel mondo del cinema, gli si è un po’ ritorta contro) decisamente di maniera, non sia riuscito a infondere, né tantomeno a coniugare tra loro, i temi cardine delle ultime pellicole come di molto del proprio cinema.

 

 

Al di là dei bozzetti che dipinge, protagonisti di storielle morali quantomeno sorpassate persino per il cinema di casa nostra, pare davvero dozzinale la confezione che Allen riserva alla Roma dei nostri tempi. E non solo per via di una fotografia luminosa e a tinte terree che oltre che fintamente vintage risulta anche oltremodo televisiva, o per la scelta di girare in una capitale da cartolina della quale non fa che ripetere vedute e panorami talmente risaputi che ormai vengono facilmente a noia anche a chi vive fuori dall’Italia. Ma soprattutto perché il tentativo di precipitare l’intera pellicola in una cornice anni cinquanta artificiosa e ideale, restituita tanto dalle dissolvenze incrociate con cui il film inizia – che portano dal Colosseo ai Fori imperiali e da via Veneto a piazza Venezia – così come dal finale che mostra dall’alto una Piazza di Spagna sulla quale ondeggiano le note de Il blu dipinto di blu (sic!), che vorrebbero richiamare alla memoria, forse, le celebri apertura e chiusura di Manhattan e che invece non fanno che riportare, ancora una volta, alle Vacanze Romane di hollywoodiana memoria, lasciando il dubbio che Allen si sia davvero impegnato poco nella ricerca dell’originalità. E che l’ispirazione, che a uno come lui l’Italia dovrebbe fornire in abbondanza, sia mancata su tutta la linea, fatto ancor più deludente questo se paragonato al trattamento che il regista aveva riservato a Parigi nel suo film precedente.

 

 

Proprio ciò che rendeva Midnight in Paris un film insolito e suggestivo, ovvero le atmosfere sognanti degli anni Venti e della Belle Époque, l’omaggio al cinema e agli artisti del passato e il surreale incontro tra mondi lontanissimi nello spazio e nel tempo, diventa in questa pellicola il limite più evidente. L’omaggio a Fellini e al suo sceicco bianco, che la vicenda con Penélope Cruz e Antonio Albanese vorrebbe omaggiare, è goffo, anacronistico e quasi grottesco, mentre il tentativo di raccontare l’Italia e gli italiani di oggi attraverso le vicende dell’uomo senza qualità interpretato da un Benigni sprecatissimo, si infrange contro un muro di stereotipi e luoghi comuni.

 

 

Non è un caso, del resto, che l’episodio meglio riuscito sia quello “americano”, dove un Alec Baldwin sardonico e imbolsito cerca di dare consigli a un giovane architetto perché questi eviti di farsi trascinare in un pericoloso triangolo sentimentale. Allen ritrova i suoi personaggi, le sue situazioni, la brillantezza della sua commedia e le battute sferzanti che l’hanno reso celebre (una su tutte, che vale il film, la dice lo stesso Baldwin quando per consolare il protagonista che è appena stato mollato dalla giovane attrice interpretata da Ellen Page esclama: “guarda che ti è andata bene, ancora un paio d’anni e t’avrebbe obbligato ad adottare orfani birmani..”). Come se tornando al suo cinema rintracciasse quella verve e quell’originale modo di dire, di pensare e di ritrarre il mondo di oggi che fa parte della sua vena artistica più fulgida. Una vena che, ne siamo certi, non è ancora esaurita, motivo per cui siamo altrettanto certi che per Allen il momento del ritorno a casa sia più che mai giunto.

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