Olga Tokarczuk, o del movimento

La forza su cui si fonda la narrativa di Olga Tokarczuk è il movimento. Nel suo romanzo più noto, I vagabondi, pubblicato da Bompiani nel 2019 nella traduzione di Barbara Delfino, il principio di movimento si innerva in una costellazione – ama chiamarlo così, “romanzo-costellazione” – di storie, saggi e frammenti che celebrano la capacità di mutamento del mondo e degli esseri umani; storie che possono apparire slegate ma che a una vista d’insieme possiedono equilibrio compositivo e ampiezza di sguardo. Alla base della differenza d’impianto tra un romanzo tradizionale e un libro come I vagabondi, spiega Tokarczuk, c’è la differenza di visione e di sensibilità che passa tra un narratore dell’Est Europa e un narratore, poniamo, dell’Europa Occidentale. “Non ci fidiamo come voi della realtà. Adoro la capacità dei romanzi inglesi di scrivere senza paura di delicate questioni psicologiche. Noi non abbiamo questa pazienza, e la nostra narrazione non è mai lineare. Noi pensiamo in modo mitico, religioso”, spiega Tokarczuk in un’intervista. 

 

Ecco perché I vagabondi include – senza paura di sconcertare il lettore – la storia della sorella di Chopin che portò il cuore del musicista da Parigi a Varsavia o quella dell’anatomista olandese che scoprì il tendine di Achille, insieme al racconto della fascinazione della scrittrice bambina per il fiume Oder e, da grande, per il viaggio e per ogni cosa che non si ferma: “Evidentemente mi mancava quel gene che fa sì che quando ti trattieni a lungo in un certo luogo ci metti le radici. Ci ho provato molte volte, ma le mie radici erano sempre troppo corte e bastava un soffio di vento per farle ribaltare. […] Non assorbo nutrimento dalla terra, sono il contrario di Anteo. Traggo la mia energia dal movimento, dagli scossoni di un autobus, dal rombo di un aereo, dal dondolio dei traghetti e dei treni. Sono maneggevole, minuta e compatta. […] Compro preferibilmente libri tascabili per poterli lasciare senza rimpianti sulle banchine delle stazioni, a disposizione di altri occhi. Non colleziono assolutamente nulla”.

 

Tokarczuk, nata nel ’62 da una famiglia che ha le proprie radici in una regione polacca adesso appartenente all’Ucraina, dal ’98 si è trasferita in un piccolo villaggio nei Sudeti, vicino al confine polacco-ceco, dove scrive, gestisce la sua casa editrice e organizza un festival letterario. Nella Polonia delle recenti proteste contro le ulteriori restrizioni di una legge sull’aborto già di per sé restrittiva e delle limitazioni della libertà di stampa e dei diritti civili, Tokarczuk dà voce alle istanze femministe e ambientaliste di quella parte della società polacca che non si riconosce nel sovranismo ultracattolico di Kaczyński. La forma-frammento, come spiega spesso Tokarczuk nelle interviste, si addice particolarmente a una scrittrice proveniente da un luogo che, al di là della narrazione ufficiale che lo descrive come graniticamente cattolico e dotato di un’identità unica, ha visto nei secoli etnie diverse convivere fianco a fianco e i suoi confini mutare notevolmente.

 

 

La storia della famiglia di Tokarczuk è una storia di cambiamenti e migrazioni; il suo libro forse più importante, Księgi jakubowe (I libri di Jacob), pubblicato nel 2004, è ambientato nella Polonia dell’Est alla fine del periodo in cui Polonia e Ucraina costituivano un unico stato, e rievoca attraverso la complessa figura di Jacob Frank, un autoproclamatosi Messia di origine ebraica che condusse alla conversione forzata di molti ebrei al Cattolicesimo alla fine del XVIII secolo, un periodo della storia polacca in cui cattolici, ebrei e musulmani condividevano lo stesso territorio, anche se non senza conflitti. “Sono stata ingenua”, ammette Tokarczuk in un’intervista successiva alla pubblicazione del libro, alle polemiche dei nazionalisti e alla campagna d’odio online che ne seguì; “pensavo che saremmo stati in grado di discutere delle zone oscure della nostra storia”. 

 

Tra I vagabondi e I libri di Jacob scrive un curioso romanzo, molto brillante, intitolato Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, in Italia già pubblicato da Nottetempo e ora riproposto da Bompiani nella traduzione di Silvano De Fanti. Questo libro, che prende in prestito il suo titolo da Blake, è una sorta di giallo antispecista che mette in discussione il secolare e finora indiscusso primato della vita umana sulla vita animale, e sempre Bompiani porta ora in libreria il terzo romanzo di Tokarckuk, che è stato anche il suo primo successo commerciale, Nella quiete del tempo, con la traduzione di Raffaella Belletti, già pubblicato da Nottetempo con il titolo Dio, il tempo, gli uomini e gli angeli

 

Ambientato nel piccolo villaggio polacco di Prawiek, Nella quiete del tempo è il racconto delle vite tenere e bizzarre degli abitanti del villaggio; ognuno di loro ha un tempo assegnato, ma hanno un loro tempo anche Dio, gli angeli, gli oggetti stessi, anche se il tempo degli oggetti scorre in modo diverso da quello degli uomini. C’è la sensuale Spighetta, che concedendosi ai maleodoranti uomini di Prawiek impara a conoscere il mondo; c’è l’Uomo Cattivo, che prima di diventare cattivo era un normale contadino macchiatosi di chissà quale delitto e ora condannato a vivere nei boschi; c’è il castellano Popielski, che ha perso la fede in Dio, vede avvicinarsi la fine del mondo e quando gli regalano un gioco da tavolo chiamato Ignis Fatuus vi si immerge completamente fino a dimenticare famiglia e affari. Il gioco è un vero e proprio labirinto composto da otto mondi; bisogna uscire entrare e uscire da tutti i mondi, ma l’apparente facilità del gioco è la sua trappola più evidente. C’è Izydor, lo scemo del villaggio, che passa tutta la vita confinato nel villaggio convinto che al confine col mondo esterno ci sia una barriera che non si può varcare, e alla fine di una lunga ricerca esistenziale scopre che la maggior parte delle cose del mondo si compone di quattro elementi, e su quelli basa la sua concezione del mondo. 

 

Oltre ai tempi degli uomini c’è il tempo di Dio, ma soprattutto “Dio è in ogni processo. Dio pulsa nei mutamenti. Una volta è presente, un’altra lo è di meno, ma capita anche che non lo sia affatto, manifestandosi perfino attraverso la propria assenza. Gli uomini – che sono a loro volta un processo – temono ciò che è instabile e in continuo cambiamento. Perciò hanno inventato qualcosa che non esiste: l’immutabilità, giudicando perfetto quanto è eterno e immutabile. Hanno dunque attribuito l’immutabilità a Dio, perdendo in tal modo la capacità di comprenderlo”. Ed eccoci ritornati al punto di partenza; il movimento è la forza che spinge il mondo in avanti, anche se andare avanti significa dirigersi verso la morte e il disfacimento delle cose. D’altra parte, il gioco a cui siamo impegnati a giocare si chiama Fuoco Fatuo.

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