Riavvolgendo il nastro dell’acqua

Piove senza sosta in questo lunedì notte e la luna non è più piena, le maree si stanno normalizzando, la nostra casa pure si sta normalizzando con grande lentezza e fatica, Venezia ancora in ginocchio prova a rialzarsi. Abbiamo imparato tanto, abbiamo imparato a stare in due con cane in un letto stretto e la marea attorno a 187 cm, abbiamo toccato con mano una grande solidarietà ed empatia con amici e conoscenti, abbiamo capito che spalare acqua cantando con amiche e amici è un evento di bellezza eccezionale altro che marea, che prima dopo e durante c’è sempre chi allunga un sorriso o una torta. Che non sappiamo quante energie ci restano, ma sappiamo che a Venezia restiamo.

 

Oggi è lunedì, siamo tornati ognuno al rispettivo lavoro per poi correre a casa a continuare a pulire e trovare acqua nascosta in ogni dove. Stamane la città sembrava una lumaca che mette fuori la testa dal guscio per vedere come va all’intorno: un paio di attività commerciali su dieci hanno riaperto, altre ancora sistemano, alcune sono chiuse da ormai una settimana, cosa ne sarà di loro. La maggior parte dei musei ha riaperto, anche le università, alcuni aprono domani e altri chi lo sa. Le librerie hanno perso una parte consistente di libri nell’acqua. I ragazzi volontari, la grande bellezza di questi giorni, sono ancora attivi nonostante la ripresa delle lezioni, raccolgono e puliscono la città. 

 

La marea domenica ha lambito solo la cucina e invaso l’ingresso, abbiamo approfittato dell’adrenalina in avanzo e degli amici di passaggio per affrontare i primi scaffali delle librerie che fino a quel punto avevamo ignorato in attesa dell’asciutto. Con settemila volumi tutta la casa quasi è perimetrata, con scaffali anche in bagno. Ci siamo trovati davanti a compatti eserciti fradici nella battaglia, copertine incollate a retrocopertine, dorsi di marmo. Abbiamo lottato a lungo, pianto sugli affogati, sperato sugli agonizzanti. Il cimitero constava di 25 sacchi di libri e cataloghi, per lo più oramai fuori commercio, circa cinquecento libri, andati oggi alla barca di raccolta. Un altro centinaio sono coricati in bagno tra termosifone Scottex e deumidificatore, ce la faranno? Nel frattempo i secondi scaffali sono crollati sui primi e i terzi tentennano. 

 

Ci siamo per poche ore adagiati su un sabato mite di sole, progettando quale baule aprire, quali libri buttare, cosa sistemare, ma le previsioni hanno annunciato per domenica 160 cm. 

Venerdì, un picco di 155cm di marea eccezionale dopo due giorni a cercare una irraggiungibile normalità e la casa nuovamente allagata, salvi a sera grazie agli amici che sono arrivati uno dopo l’altro, stivali fino alle cosce o fino ai fianchi, a mettere su caffè e asciugare. Sono state giornate d’angoscia, abbiamo desiderato che lo scirocco tornasse nella canzone di Guccini e ci rimanesse. Abbiamo vissuto ore di grande fatica, ma anche di gioia per aver trovato tanta generosità.

 

 

Martedì 12 novembre 2019 la marea massima avrebbe dovuto essere di 140 cm per le 23.00, con sirene spiegate, noi avevamo alzato tutto ciò che stava a terra e mentre spostavamo libri e cose le sirene hanno suonato per avvisare che si alzava ancora, 150, e dopo mezz’ora mentre giravamo folli per casa al nuovo giro di sirene che annunciavano i 160 ci siamo seduti su un bracciolo di poltrona, l’unico posto ancora vuoto, e abbiamo guardato increduli i bidoni dell’immondizia che arrivavano galleggiando dalla cucina, abbiamo staccato la corrente elettrica, sirene, 170 cm, con le torce in mano vagavamo per casa senza sosta fino a quando, all’ennesima sirena che annunciava i 190 cm ci siamo seduti increduli. I 187 cm di marea eccezionale alle 22.52 ci hanno trovati seduti al buio su un letto molto alto, il cui vecchio cassone era immerso nell’acqua che a breve sarebbe passata al materasso, le gambe con gli stivali penzoloni nell’acqua. Tra noi due una quattro zampe tremante per il vento, Iole, l’altra quattro zampe ci guardava dall’asciutto di uno scaffale dalla sua urna.  È stata una notte di spavento, un vero incubo. Le previsioni continuavano a cambiare per questo (pare) incrociarsi di venti, scirocco con bora, o vai a sapere, eravamo al buio. Lo spostabile era stato spostato, di più non si sarebbe potuto fare. E noi? Avremmo potuto spostarci? Lasciare casa per andare dove? Lasciare la casa da sola preda dell’acqua. Avevamo paura e una qualche speranza. Il bidone da riciclo che arriva in salotto è un’immagine da finale, ma non è andata così e il bidone più tardi ha come provato a ritornare al suo posto o quasi.

 

Quando la marea ha iniziato a scendere, molto velocemente, abbiamo iniziato a spazzare via l’acqua da ogni dove fino quando alle 3 e mezza del mattino siamo crollati sul letto alto con Iole e mezza casa piena d’acqua. Alle sei ci ha trovati così Elena che con il treno ci ha raggiunti. Sono passati in tanti, amici e conoscenti, ad aiutarci portando dolci, vino, pulendo asciugando. L’acqua era ovunque: armadi, cassetti, bauli, librerie, scarpiere, poltrone, credenze: tutto rialzato, ma non così alto.

 

 

 

La prima acqua molto molto alta (163cm) è stata nel 2008, circa venti anni dopo il mio arrivo in laguna. In quei venti anni avevo vissuto alte maree gestibili nel quotidiano di una persona che vive in un piano terra e studia e poi lavora. In venti anni acque alte gestibili con stivali di plastica alle ginocchia, paratie da scavalcare, paure per la casa che mai è stata invasa dall’acqua. Fino al dicembre 2008 in cui, per la prima volta, ho visto tutta la mia vita, le mie cose, specchiarsi su un pavimento allagato. Allora dormii fuori casa per due notti, non c’era modo di riavere l’elettricità e il riscaldamento per giorni. Per altri dieci anni le maree sono state medie, clementi, gestibili, anche vivibili, fino allo scorso anno, il 30 ottobre 2018, in cui a specchiarci siamo stati in due, con tutte le nostre cose. Infatti da solo un mese Gianni si era trasferito qui. Insieme a noi 8 zampe, quattro di Emma e quattro di Iole, i nostri cani.

 

Anna mi aveva raccontato al telefono l’acqua alta eccezionale del 2008, un racconto che pareva arrivare da fuori dal tempo e invece era appena accaduto. Ho vissuto qualche acqua alta di quelle gestibili, la prima volta che ho messo gli stivali e non ci sapevo camminare, sollevavo e facevo fatica, ma il piede dentro l’acqua lo si deve trascinare, come per stanchezza. Una volta ne abbiamo vissuta una a sorpresa nel giorno di un mio compleanno, a maggio, che non è un mese da alta marea. Siamo affondati nell’acqua uscendo da un ristorante. La prima acqua alta da residente è stata quella del 31 ottobre dello scorso anno e ancora ne avverto lo stupore e la paura. L’acqua saliva e non si fermava, Anna era sola in casa e non ci potevo tornare, l’acqua era troppo alta, un’angoscia di telefonate, bollettini meteo, previsioni di marea aggiornate. L’acqua non scendeva, poi è scesa un pochino e sono potuto tornare. C’era acqua ovunque ed era il nostro specchio, il fiume dentro casa, il nemico da scacciare. I cani al riparo sulle poltrone, noi con i moci e con i secchi a svuotare casa. Abbiamo imparato a sessolare, con paletta e bacinella come si fa sulle barche. E la casa pareva una barca scassata ma comunque splendida.

 

 

Vivo a Venezia da trent’anni all’incirca, dal 1989, dal secondo anno di università. È stato un innamoramento imprevisto, io Venezia la conoscevo, sin da piccola ci venivo a trovare uno zio molto amato, lo raggiungevo con mio padre o mia madre a casa o nel suo negozio in calle Vallaresso. Ma in questi tragitti nulla mia aveva acciuffato l’attenzione. Conservo una foto di me probabilmente seienne a cavalcioni del leone in Piazzetta dei leoncini, una di quelle foto gialline ma nitide tutte così uguali le une alle altre seppur così diverse per ognuno. Il primo anno di università ha coinciso con il concetto di libertà, intellettuale e fisica, un allontanamento per qualche giorno alla settimana dalla reclusione di spazi e idee da cui provenivo: Venezia mi aveva acciuffato l’anima e il cuore. La mia casa al piano terra, quella in cui vivo tutt’ora, la casa lasciatami dallo zio molto amato, l’alcova di ogni cosa.

 

Vivo a Venezia da poco più di un anno, la amo da molto di più. Ho cominciato a frequentarla una decina di anni fa, quando ho conosciuto Anna; ci sono venuto nei fine settimana da Milano, per molto tempo ogni quindici giorni, poi ogni settimana. L’ho conosciuta così, piano piano, non da turista, ma da uno che gira con una del posto. Ho imparato come si gira in questo luogo che non somiglia a niente e nel quale perdersi è inevitabile. Me ne sono innamorato grazie ad Anna e quando ho cominciato a riconoscere le sconte (le scorciatoie) per saltare il flusso dei turisti, per far prima, per scoprire nuovi angoli di città. Ho capito qualche anno dopo che Venezia sarebbe stato un buon posto dove continuare a vivere e, perché no, invecchiare. Venezia col tempo è diventata una parte di Milano, la mia Milano è stata avvolta da Venezia, dalle Zattere, dalle sere di nebbia, dal suono dei nostri passi di notte. 

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