Ritratto di Roma deserta

Uno degli effetti collaterali del lockdown è stata l’esasperazione del binomio spazio chiuso/aperto, il primo reso claustrofobico dalla clausura coatta dei suoi abitanti, e il secondo amplificato dalla loro conseguente assenza. Never Walked on Crowded Streets (edito da NERO Editions), ultimo lavoro di Giovanna Silva, parte come sguardo sulla città di Roma che accidentalmente si imbatte nell’evento straordinario di una pandemia. Una prima serie di immagini scattate tra gennaio e i primi di marzo 2020 è seguita – dopo la forzata interruzione del lockdown generale – da una successiva sequenza di fotografie prodotte tra giugno e ottobre dello stesso anno. L’impaginazione del libro è composta secondo una successione di dittici di luoghi e quartieri differenti uniti da una contiguità formale che può di volta in volta svilupparsi secondo le assonanze di linee o di contenuto (oggetti, colori, parole), proponendo un dialogo talmente efficace che talvolta una fotografia sembra continuare in quella della pagina accanto: in due pagine l’Ippodromo delle Capannelle e Via Appia Nuova sono così fusi tra di loro da farne un unico luogo con una sua coerenza interna.

 

 

 

 

Giovanna Silva nasce come architetto, forma mentis ravvisabile nel suo sguardo teso a individuare linee e forme delle strutture che caratterizzano le città, ma passa poi all’editoria e alla fotografia, forte dell’esigenza di poter lavorare sul viaggio quale esperienza di raccolta in cammino di immagini. Le fotografie di Never Walked on Crowded Streets sono state scattate con un Iphone e appartengono alla nuova categoria di Smart Photography, immagini realizzate cioè con l’ausilio di cellulari dotati di prestazioni tecniche oramai altamente sofisticate.

 

L’atto di fotografare con lo smartphone è diventato così quotidiano e diffuso da risultare scontato agli occhi delle persone, normalmente consapevoli del mirino del cellulare solo quando rivolto a loro stesse. A partire da questo stato di invisibilità il gesto fotografico si modifica e penetra con maggior vigore nei luoghi. Scattare fotografie con il cellulare significa, nella stragrande maggioranza dei casi, agire con un’indifferenza verso qualsiasi valore estetico che prescinda dalla semplice cronaca o dalla volontà di dare un senso gradevole alla testimonianza offerta dall’immagine.  Si scatta col cellulare per condividere ciò che si vuole raccontare con quella fotografia, ma è una condivisione che, in virtù dell’esistenza dei mezzi di messaggistica e dei social network, nasce dall’intento principale di dirsi e sembrare interessante come concetto che si riverberi sull’identità, le idee e le opinioni del fotografo. In altre parole, l’immagine spesso non è il soggetto principale, quanto il mezzo con cui l’autore può mettersi al centro dell’attenzione. 

 

 

Nell’arte della fotografia, al contrario, l’immagine, per quanto irrimediabilmente legata al suo autore, origina il suo senso dalla sua qualità formale; ed è dunque straniante vedere usato, allo scopo di produrre fotografie che parlino solo di sé, un mezzo di produzione di immagini normalmente intese allo scopo principale del consumo (di vite proprie e altrui). Uno straniamento forse più illusorio che altro, figlio di un’antica concezione della fotografia artistica fatta di mezzi assai sofisticati; i nuovi incredibili sviluppi tecnologici permettono oramai ai nuovi cellulari sul mercato di soddisfare le esigenze dei fotografi professionisti senza sfigurare rispetto alle vecchie reflex analogiche. 

 

Silva è milanese ed arriva nella capitale come consapevole estranea in viaggio, il suo percorso per i quartieri romani (EUR, Appio Tuscolano, San Paolo, Prenestina etc.) segue una precisa quanto ossessiva mappatura della città. È importante notare la quasi totale assenza delle persone, talvolta sporadiche comparse anonime; al loro posto busti e statue, e le voci disincarnate delle pubblicità e delle scritte sui muri. Il fatto che manchino, nelle foto di Roma, gli stessi romani rende chiara, pur sottintesa, la volontà di staccare dai posti quella patina superficiale che, nel caso della capitale, è strato densissimo di numerose suggestioni ideali.

 

Roma e i romani sono due concetti che coincidono respingendosi; la loro appartenenza all’immaginario e al bagaglio culturale collettivo rischia di sfociare nella caricatura, idealizzazione monolitica del reiterato contrasto fra un passato epico e un prosaico presente. La presenza nel libro, a mo’ di intermezzo letterario, del testo di Alberto Savinio Lingua materna (1949) definisce la necessità di camminare per Roma, “così pesa di carattere, così schiacciante di carattere” scuotendosi di dosso il giogo di una monumentalità stereotipata che mette a tacere il reale nascosto dialogo intessuto fra i diversi luoghi. Camminare fotografando come liberazione dal racconto ufficiale della città per poter indagare sulla sintassi della sua lingua nascosta. Savinio cita una lingua materna, che sale istintivamente alle labbra nel momento della verità: ma se manca, cosa fare? Forse, suggerisce il lavoro di Giovanna Silva, si può allo stesso tempo crearla e farla emergere da sé così com’è, mettere insieme le immagini per fare una storia o ritrovare in esse un legame segreto preesistente.

 

Roma potrebbe essere raffigurata a misura di un corpo unico i cui differenti arti sono nutriti dal medesimo sangue, e per coglierne la pulsazione ritmata è necessario tornare e ritornare agli stessi luoghi e forme, scardinare e ripulire i posti dalle sovrastrutture mentali. L’elevato numero di fotografie presenti nel volume è ordinato come in rime che si rispondono producendo una cadenza dalla coerenza impressionante, così che la ripetizione ossessionata possa svuotare di significato i pregiudizi richiamati alla mente dalle immagini. Fondamentale allora è il concetto di mappa tanto caro a Silva, quale idea di produrre della città una visione completa, di insieme: un’aspirazione tanto affascinante quanto, nei fatti, impossibile. 

 

Chi scrive è ora costretta a rivelarsi: io sono romana, la prima generazione nata nella Capitale da una famiglia calabrese. È necessario però liberare da ogni equivoco questo fatto, perché data l’immensa ampiezza territoriale della città (è il comune più estero sia dell’Italia che dell’Unione Europea) il romano medio può dire di averne veramente conosciuto solo pochi quartieri. Il rapporto con Roma diviene allora un legame frammentato, ridotto a un’esperienza per forza limitata, malgrado alcune situazioni note a tutta la popolazione, come ad esempio la cronica mediocrità dei mezzi pubblici e l’esasperata monumentalità intrinseca in ogni frazione romana. Per moltissimi anni ho confuso il mio amore per la città col mio forte affetto per il mio quartiere di nascita, Prati, e solo da adulta, con un’esperienza all’estero e vari trasferimenti in altri luoghi del posto, ho compreso che le nuove cose che avevo appreso spostandomi di zona mi avevano reso la città difficile e molesta. Forse è possibile rintracciarne un codice comune solo leggendola come testo straripante, eccessivo, infinitamente stratificato. Roma rigurgita passato quasi non riuscisse ad esserne sazia, tuttora ogni scavo per la costruzione della nuova linea metropolitana C porta alla luce nuovi resti archeologici. I secoli passati parlano attraverso gli infiniti monumenti, chiese, edifici, testimonianze di un’evoluzione che non ha messo a tacere le sue diverse età di vita. Il libro di Silva contiene un elevato numero di fotografie con ripetuti ritorni agli stessi posti, eppure il senso di Roma sfugge ancora, lasciando solo esposto il tentativo del singolo (l’artista e chi guarda le immagini scorrendo le pagine) di tradurne la struttura.

 

Viene facile percepire nelle foto del prima e del dopo lockdown di marzo/maggio 2020 il presagio e il risultato della pandemia, ma il ritorno ciclico nei medesimi luoghi pone l’esperienza visiva entro un’intensa dimensione di presente dove l’essere in loco, pura volontà in movimento, partecipa attivamente alla produzione e al senso dello scatto fotografico. Città ricostruita passo per passo, le diverse parti combinate in un disegno più grande, Roma presenta una grammatica visiva che regola un lessico vivissimo fatto, come ogni lingua parlata, dalle etimologie antiche e neologismi moderni. In assenza di una precisa lingua materna, è compito del viaggiatore sillabare secondo il suo passo un inedito idioma.

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