Sono una giocatrice compulsiva

Fino alla primavera del 2006 di mio padre sapevo tre cose: che lavorava tanto, che andava sempre a messa, e che non m’aveva mai detto brava. Quell’anno, una domenica, vengo a conoscenza della quarta: mio padre gioca d’azzardo. La sala in cui si rinchiude ogni giorno si trova a piazza Cola di Rienzo. La sala ha aperto da poco, eppure io che lavoro in una Concessionaria Giochi non lo sapevo. 

Mio padre per sé non ha mai comprato niente. Una volta, da ragazzina, l’ho visto arrotolarsi uno spago intorno ai pantaloni perché gli si era rotta la cintura. Però la matta di casa ero io, la figlia storta dell’Avvocato, l’unica, quella che non ha il senso del denaro.

Una mattina lo seguo nella sala giochi. Il locale è privo di finestre. Le macchine, che sembrano cento, o mille, rullano e fischiano. Sento un buon odore. In ufficio un fornitore di profumi da ambiente mi ha spiegato che a ogni sala giochi viene abbinata una profumazione, così il giocatore riconosce l’odore e si sente a casa. La profumazione viene diffusa anche all’esterno per invogliarlo ad entrare. Quel giorno mio padre mi spinge uno sgabello sotto il culo e cinquanta euro nella fessura, preme un pulsante e la macchina inizia a girare. Quando sullo schermo compaiono tre libri dorati, un solfeggio fa voltare i vicini. “Brava, hai fatto il Bonus!”, dice mio padre. Non ho fatto niente di speciale, ma per la prima volta in vita mia mi ha detto brava.

 

“Posso portare qualcosa da bere?”, mi fa un cameriere. La donna che mi siede accanto mi informa che è gratis perché ho vinto. Il giocatore che vince è premiato, quello che perde non è contemplato perché se non vince, vincerà. Nelle sale ci sono dei piccoli altoparlanti nascosti nel controsoffitto che riproducono a tratti il suono dei Bonus, in questo modo il giocatore immagina che altre macchine stiano pagando e così si sente spronato a continuare. Chiedo alla mia vicina che devo fare per prendere i soldi, lei schiaccia Incassa e la fessura sputa un ticket. “Euro 900”, leggo. Mi vergogno un po’. Raggiungo mio padre e gli mostro il biglietto. “Che culo!”, dice a voce alta. Ma non mi guarda già più. Insegue i suoi simboli, i suoi colori. È un tutt’uno con lo schermo.

Mentre mi avvio verso l’ingresso penso ai quadri di Francis Bacon, a quei corpi che iniziano e non finiscono mai, ai contorni che si perdono nell’oscurità, alle bocche spalancate, agli urli che resteranno imprigionati per sempre nella tela.

 

Nella primavera del 2006 ho quarantuno anni e un corpo di marmo. Peso cinquantadue chili e vivo da sola. Il mio uomo la sera prima vuole un figlio, il mattino dopo se ne va e non torna più. Non ho tempo per soffrire, adotto un cane e un antidepressivo e decido che salverò mio padre. 

Comincio a frequentare la sala e so che non lo incontrerò, perché lui è in pensione da poco e ci va di mattina, nel rispetto di una qualche continuità con l’attività professionale. Io invece ci vado dopo l’ufficio, e a colpo d’occhio non è come la domenica: niente famiglie, niente coppie, molti giovani in cravatta col telefono in mano. E donne sole. Come me. Tutti osservano tutti, nessuno parla con nessuno. 

Stavolta mi muovo meglio, riconosco luci, odori e suoni. Mi chiedo che aspetto ho agli occhi degli altri. Un cameriere mi viene incontro con un prosecco, dev’essere come in Valtur, sono pagati per includerti, perché il terrore della solitudine sia sospeso per qualche ora, per fare in modo che tu non ti chieda niente. E comunque, qualunque cosa tu ti chieda, la risposta è lì, dentro al monitor. Devi solo sederti e infilare la prima banconota, perché le altre te le danno loro, puoi usare carte e bancomat al gabbiotto dei cassieri. Per strada, nei bar, ho visto altre macchinette, funzionano a monete, ci giocano per lo più vecchi e cinesi, col barattolo in mano e le dita annerite dal metallo. Anche in vacanza, al casinò, c’erano molte slot, con la leva da tirare giù come nei film su Las Vegas. Queste invece, più performanti, corrono: vanno a banconote e pulsanti.

 

Mi siedo davanti a una macchina d’angolo e ripeto i gesti di mio padre, tra paginate di giochi diversi scelgo i libri d’oro, e inizio la mia battaglia personale. A mio padre, per un anno, non dico che vado a giocare, anzi lo aggredisco, lo richiamo alle sue responsabilità. Mia madre mi lascia sola, gli amici pure. “Si è sacrificato per tutta la vita, a voi non manca niente, sono soldi suoi, non li ruba a nessuno”. Lui mi oppone i silenzi di sempre: “Pensa a fare la figlia”, mi dice. E nega. 

Qualche tempo dopo, una Limousine bianca di quelle lunghe qualche metro sosta vicino casa mia. Grossi fari e una lingua di velluto rosso tracciano la strada verso l’ingresso di un nuovo locale. “C’è pure Anna Falchi”, dice la fruttivendola coi calzettoni arrotolati alle caviglie. Il locale che stanno inaugurando è una sala giochi. Quando entro a cercare i libri d’oro so che la battaglia per salvare mio padre è finita. Quello che invece non so è che per salvare me stessa dovrò aspettare otto anni. 

 

Nella primavera del 2015 mi sveglio che peso settantadue chili e sei. Il medico si dice un esperto in ludopatia. Poggia il sedere su una poltrona di marca e mentre parlo digita sul telefono. Dice che servono altri orizzonti, mi prescrive uno stabilizzatore dell’umore, perché il gioco patologico è trattato come un disturbo comportamentale, al pari delle tossicodipendenze e dell’alcolismo. Dice che non capisce, perché “un conto è un tavolo di poker, un conto è stare davanti a uno schermo aspettando che sbuchino cinque banane”. Esco, mi piango addosso tutta l’acqua che posso e butto la prescrizione. 

Nell’ultimo anno ho chiesto aiuto a chiunque, ho fatto i test sul DNA al sant’Andrea, la mia analista dice che passerà, com’è passata ogni altra compulsione delle mie. Affronto mio padre a casa sua, gli urlo in faccia che se finisco lo stipendio in due giorni, se do fondo allo scoperto e all’intero importo della carta di credito, è colpa sua, perché mi controlla il conto e mi para sempre il culo versandoci sopra altri soldi. “Gioca di meno se non te lo puoi permettere”, dice senza guardarmi. “Aiutami”, lo imploro. Non muove un muscolo. Mentre infilo la porta di casa gli dico che è una testa di cazzo. Mia madre intanto prepara la cena guardando la tv. 

 

Opera di Molly Bounds.


La stessa sera sono nella sala a premere sui pulsanti, con la mano armata di un tutore nero, ho un’infiammazione al tunnel carpale della mano destra che non voglio curare. D’altronde non voglio fare niente: da otto anni non scopo, non ballo, non vado al mare, non rispondo al telefono se qualcuno mi cerca, mangio, gioco e lavoro. Passo le ferie in montagna, alloggio nei casinò, insieme a mio padre, a mia madre e agli amici di famiglia. Giochiamo separati, io e mio padre. Tra me e lui è una sfida nella sfida. La vince sempre lui, ha più soldi e quindi più potere su di me.

A Roma esco dalla sala senza un euro, vago nei supermercati notturni cercando i biscotti a zerovirgola e spicci, elimino le sigarette e passo al tabacco, costa di meno e dura di più. In ufficio mi chiamano Ringhio, la rabbia diventa un motore potentissimo, l’unico che mi consente di aprire gli occhi la mattina e non volerli richiudere per sempre. Vado in sala con la febbre, con la neve. Ci vado a Natale e a capodanno. I vestiti non mi stanno più, porto tuniche nere lunghe fino alle caviglie, scarpe basse, ho i capelli bianchi a vista e le unghie spezzate, una casa tetra e trascurata. 

 

In sala mi conoscono tutti, non sono l’unica donna ma l’unica che non vuole esserlo. Sono intelligente, mi dico, ma non riesco a fermarmi. La sera segno su un quaderno quanto mi resta da spendere fino alla fine del mese, divido l’importo per i giorni e ottengo altri zerovirgola coi quali dovrò mangiare, fumare e comprare la pappa al cane. Ogni volta giuro a me stessa che quella sarà l’ultima, ogni volta torno in sala senza poter decidere altro, ho una corda legata al collo che mi strozza e mi porta lì. 

Il cassiere si chiama Sergio, mi vuole bene. “Vieni a Villa Ada col cane”, dice, “anziché chiuderti qua. C’è il sole, è bello”. Il sole me lo sono dimenticato, in sala non esistono stagioni, c’è un tempo immobile che scorre velocissimo. Vincere non mi interessa più, anzi mi interessa perdere, così mi posso fare ancora più schifo, posso provare un dolore più forte, sentirmi stordita come un pugile al tappeto. Morta, in una parola. 

 

Dicono che per risalire occorra toccare il fondo, ma c’è sempre un fondo più fondo, e il mio è stato quando ho venduto gli ori di famiglia. Seduta per terra, a casa dei miei, ammucchio tra le gambe le sacche in velluto che per anni sono state nascoste in un vano dietro un mobile. Mia madre accumula e nasconde; io ostento e disperdo. Ci sono anche i miei gioielli lì. “Perché non posso averli?”, le chiedo. Lei lo sa perché li voglio. Ma non dice niente. Anche mio padre mi passa vicino. Anche lui non dice niente. Rovescio tutto senza accortezza: le sterline di nonno, il suo rolex antico, il Cartier di mia madre e i brillanti che mio padre ha comprato per me quando ero ancora una ragazzina, catene e bracciali d’oro massiccio, il rosario coi rubini di nonna. È un monte di roba che cerco di tradurre in euro. Ficco tutto in borsa e vado via. 

 

I compro oro stanno vicino alle sale. Mi faccio pesare le cose, ottengo preventivi. Sento salire l’adrenalina dalle cosce, così come quando gioco. Ci entro senza vergogna, trattando i prezzi e chiedendo se sono interessati pure all’argenteria, a casa dei miei ho dato un’occhiata in giro e ho visto qualche pezzo importante. Dalla vendita dell’oro ottengo l’equivalente di quasi due anni di stipendio. In tre giorni pieni in sala ho bruciato tutto. Dei compro oro ricorderò per sempre due cose: la violenza con cui le pietre vengono strappate dai gioielli, la piccola signora che piangendo si separa da un pendente grande come un’unghia con la madonna incisa sopra. 

 

Sono una giocatrice compulsiva e i numeri parlano di me. Dicono che solo in Italia diciotto milioni di persone giocano d’azzardo e, tra queste, un milione e mezzo sono affette da ludopatia – anche se attualmente la definizione corretta sarebbe GAP (gioco d’azzardo patologico) –, hanno cioè una vita ingovernabile a causa del gioco d’azzardo. I numeri raccontano di quanti giocatori, passando per il gioco cosiddetto sociale, si ritrovino in tempi straordinariamente brevi oppressi dalla dipendenza. Ma sul processo inverso, cioè su quanti giocatori patologici tornino ad essere giocatori sociali, i numeri tacciono: per il giocatore patologico non c’è ritorno. 

 

Quello che dicono i numeri quando parlano di noi è che giochiamo tutti: uomini e donne, poveri e ricchi, giovani e vecchi, istruiti e non. E giochiamo nel bar sotto casa, per comodità, o nella sala più lontana per timore di essere visti da parenti e amici, oppure on line. Giochiamo per noia, per solitudine, per mancanza di riconoscimento, giochiamo per sentirci vivi, giochiamo perché soffriamo come dannati e la realtà ci sta stretta. Finché non ci arrendiamo all’evidenza che siamo malati, e allora chiediamo aiuto. 

Lo Stato non legifera, lascia l’iniziativa alle Regioni, che stabiliscono distanze minime tra le sale e i luoghi sensibili come scuole, oratori, compro oro, distanze che di fatto non vengono rispettate, o che decretano fasce orarie di chiusura a dispetto delle quali le sale restano aperte 24 ore su 24. Lo Stato ci aiuta attraverso strutture sanitarie che scoppiano, perché rispetto al passato ci sono due giocatori patologici per ogni tossicodipendente. Lo Stato ci piazza in mano un ordigno perfettamente innescato e ci dice di usarlo responsabilmente. 

 

Il numero di Giocatori Anonimi me lo diede un tipo che incontravo in sala, aveva visto un programma in tv ed era stanco di sentirmi lamentare. Chiamai il giorno stesso, dall’altra parte del telefono ascoltai una voce gentile, era di un uomo, mi diede un appuntamento in una parrocchia di Monteverde. Il 22 maggio del 2015 partecipai alla mia prima riunione. Mi fecero venti domande, quelle riservate ai nuovi arrivati. Nelle sale lussuose in cui giocavo ero sola, in quella stanza spoglia c’era la speranza e io non ero più quella sbagliata.

 

Nella primavera del 2019 festeggio i miei quattro anni di sobrietà. Ho una casa pulita e piena di luce, dodici chili in meno, i capelli sistemati e le unghie curate. Ho estinto i prestiti contratti con la banca e comprato una macchina nuova. Da quando ho smesso di giocare mio padre non mi dà più un euro, lo vedo sempre di meno, non lo sento più. Assorbo dai Gruppi come una spugna, condivido con i miei fratelli la fatica iniziale dell’astinenza e la frustrazione delle ricadute. Insieme ignoriamo il pregiudizio di chi ci vede come una setta e accogliamo chi arriva dalla strada o dai Sert. Insieme contiamo i giorni del nostro recupero e ci battiamo le mani a vicenda. Ci premiamo con portachiavi e medagliette, ci telefoniamo, e se ci chiediamo come stai, ce lo chiediamo per davvero. Il nostro tempo è un giorno alla volta, il nostro motto Mantienila semplice. Mano nella mano recitiamo la preghiera della serenità, poi andiamo fuori a vedere i colori senza la cataratta della dipendenza. 

 

In quattro anni ho tenuto la mano di chi giocava in bisca e quella di chi per giocare rubava, ho ascoltato il tormento di chi scappava dagli strozzini e la disperazione di chi è stato allontanato dalla famiglia, ho abbracciato chi si è venduto nei bagni per l’ultima giocata e chi per giocare ha lasciato la macchina posteggiata col figlio dentro. Non abbiamo età né mestiere, solo un nome. Siamo credenti o senzadio, ma tutti ci siamo affidati – come ripetiamo ogni volta durante le nostre riunioni – a un “potere più grande di noi, per ricondurci a un modo normale di pensare e di vivere”.  

Mio padre non gioca più da dieci mesi. Una polmonite l’ha fulminato a capodanno. È entrato in ospedale vecchio, è uscito che è un bambino. Della sua vita, dei suoi soldi, adesso decido io.

Opera di Molly Bounds.

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