Sostanze, e terapie, psichedeliche

Le cosiddette droghe psichedeliche hanno conosciuto, nell’arco del novecento, fortune alterne. Dopo un primo periodo di grande sperimentazione medica e, poi, di largo consumo si è passati alla loro stigmatizzazione da parte dell’opinione pubblica e alla loro messa fuori legge da parte della classe politica. Per quasi trent’anni, dai primi anni settanta fino alla fine degli anni novanta, sono quasi scomparse dal dibattito pubblico. Da quasi un ventennio, invece, stanno conoscendo una nuova fortuna, soprattutto, nel settore della ricerca scientifica e terapeutica. Giorgio Samorini, nato nel 1957, è un ricercatore specializzato sui funghi e le piante psicoattive, di cui è uno dei massimi esperti mondiali, fondatore e presidente della Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza e autore di numerosi saggi e volumi, come Droghe tribali (Milano, Shake Edizioni, 2012), Animali che si drogano, edizione aggiornata e riveduta (Milano, Shake Edizioni, 2013) e Mitologia delle piante inebrianti (Roma, Edizioni Studio Tesi, 2016). Recentemente, cofirmati con Adriana d’Arienzo, medico anestesista specializzata nella neurofarmacologia degli psichedelici, ha pubblicato due volumi sulle Terapie psichedeliche (Shake Edizioni, voll. 2, 681 pp.), che sono una fonte ricchissima di informazioni, utilissime per andare alla scoperta di un mondo estremamente complesso e stratificato, mondo solitamente rinchiuso nei luoghi comuni e nei “si dice”. Le quasi settecento pagine del libro si leggono con grande curiosità, proprio per l’accuratezza, la precisione scientifica e lo sguardo lucido con cui riportano alla luce una storia affascinante e gravida di prospettive future; prospettive che riguardano la vita di tutti noi, sprofondati in società in cui il disagio psichico è sempre più sentito come “stato comune”, ben al di là o al di qua di un concetto di “normalità” vacillante e incerto.

 

Perché le sostanze psichedeliche vengono oggi riscoperte dalla ricerca scientifica applicata, al punto di poter leggere su Scientific American (una delle più antiche e prestigiose riviste di divulgazione scientifica) che “le sostanze psichedeliche sono pronte per essere il prossimo maggiore fronte nel trattamento della salute mentale”? Ritiene che l’“effetto sixties” (il pregiudizio sociale verso le droghe psichedeliche diffusosi nella seconda metà degli anni sessanta) sia in via di dissoluzione e sia quindi possibile una nuova via e una nuova vita per gli psichedelici?

La nuova vita degli psichedelici nella ricerca scientifica si spiega osservando quanto è accaduto in questi ultimi trent’anni nella società comune; e ciò a partire dai rabbiosi messaggi di Timothy Leary e dalla ancor più rabbiosa risposta istituzionale che, nel mettere al bando queste sostanze, fu in grado solamente di renderle tabù nella ricerca scientifica, e di formare generazioni di medici e psicologi sulla base del luogo comune che l'LSD brucia le cellule del cervello e induce malformazioni nei feti in chi osa anche solo nominarlo. In realtà in questi decenni gli psichedelici hanno influenzato/formato il pensiero, l'intuizione e la creatività di una moltitudine di industriosi professionisti, e non solamente della sempre più esigua fascia dei contestatori “giovani hippy”. È stata proprio l'influenza dell'LSD, dei funghi psilocibinici e, in questi ultimi anni dell'ayahuasca, sulle fasce lavorative e intellettuali delle varie Silicon Valley americane ed europee – e cito qui come unico esempio uno Steve Jobs – ad affievolire gradualmente l'immagine diabolica e soprattutto di grande pericolo per queste sostanze. Questo impiego sociale sommerso e al contempo massivo è stato il presupposto che ha permesso una riapertura, una “nuova vita” degli psichedelici nella ricerca scientifica.

Ma c'è un altro motivo dietro al riabbraccio scientifico con gli psichedelici: la scienza ha tanto bisogno di queste sostanze. Solamente gli addetti ai lavori – nello specifico i neurofarmacologi – sanno quanto certe acquisizioni sul funzionamento del cervello umano siano state e continuino a essere promosse dallo studio dell'interazione degli psichedelici con il nostro sistema nervoso; basti pensare a tutto ciò che conosciamo oggi dell'articolato sistema serotoninergico, che ha permesso l'elaborazione di farmaci e terapie per svariate affezioni fisiche e mentali.

 

Leggendo la letteratura di questi ultimi anni sugli psichedelici si nota che spesso vengono indicati come farmaci. Come sempre, piccoli slittamenti terminologici, da droghe a farmaci (in inglese, drugs, i due termini coincidono), denotano mutamenti più profondi nella percezione della cosa indicata. In questo caso, tutto l’aspetto ricreazionale o esperienziale sembra lasciare il passo a quello terapeutico, fino a prefigurare la nascita di una “medicina psichedelica” da insegnarsi all’interno di ogni percorso formativo di tipo psichiatrico. 

Pur trovandoci di fronte a un cambiamento di paradigma nei confronti di queste sostanze, soprattutto sociale e mediatico, continuano a essere diffusi concetti distorti, se non decisamente errati. Tale è il caso dell'uso “ricreativo” o “ludico” di queste sostanze, concetti tuttora impiegati dentro e fuori gli ambiti scientifici per indicare il loro impiego nella società comune, in definitiva per indicare qualunque uso “non medico”. In realtà l'impiego per meri scopi ludici ha un basso peso statistico sugli scopi d'uso “non medici” degli psichedelici – come diversi studi epidemiologici moderni stanno evidenziando; semmai si tratta dello scopo d'uso che fa più rumore, poiché un giovane che va “fuori di testa” per un inappropriato uso discotecario di queste sostanze impegna psichiatri e giornalisti più di altri assuntori delle medesime sostanze. Questi stessi studi epidemiologici ci dicono che al di fuori degli ospedali gli psichedelici sono principalmente impiegati per scopi di conoscenza, per un incremento del benessere psichico e per scopi produttivo-prestazionali. I medesimi studi ci dicono che chi impiega psichedelici è meno dedito all'alcolismo cronico, è meno violento in famiglia, ha una minore propensione al crimine.

Riguardo il concetto di “medicina psichedelica”, ho l'impressione che queste sostanze stiano percorrendo la medesima strada aperta dalla Cannabis, per la quale, dopo decenni di “formazione” a-scientifica, il riconoscimento sociale della sua utilità medica sta aprendo la strada verso l'accettazione sociale del suo impiego “non medico”. Con la differenza che l'LSD, i funghi psilocibinici e l'ayahuasca hanno bassa tossicità fisica e nessun potenziale additivo – basti osservare il loro moderno impiego per la disassuefazione dall'alcol, cocaina, eroina, tabacco, in qualità di “droghe che curano i drogati”. È dunque presumibile che arriverà un giorno, già scrutabile all'orizzonte, di rivalutazione degli psichedelici non solo come medicine, ma per quelle proprietà “rivelatrici della mente” e induttrici di consapevolezza per le quali da millenni l'uomo ne fa uso, e che furono riscoperte dalla occidentale “generazione sixties”, così barbaramente disillusa dalle mitomanie di un Timothy Leary e dai deliri criminali di un Charles Manson.

 

Opera di Aaron Glasson.


Quali sono, oggi, i maggiori campi di sperimentazione? e quali le patologie per le quali l’uso degli psichedelici sembra avere un’efficacia significativa?

Gli psichedelici vengono usati nella ricerca di base e nella ricerca in ambito terapeutico. Nella ricerca di base sono utilizzati come strumenti di comprensione dei processi mentali e del comportamento umano, fornendo utili informazioni nel campo della psicologia e delle neuroscienze. Quest’analisi è stata definita “studio dei correlati neurali” e può essere applicata sia allo stato di coscienza ordinaria che ad altri stati di coscienza quali il sogno e la meditazione profonda.

Tra i campi di applicazione terapeutica cito innanzitutto la depressione maggiore, che è la forma di depressione tristemente a più elevata incidenza suicidaria, e che in diversi paesi, anche europei, viene già trattata con la ketamina, mentre la psilocibina sta dando negli studi clinici già di Fase 3 risultati che sembrano essere ancor più favorevoli rispetto alla ketamina. Un altro esteso target terapeutico riguarda il trattamento delle dipendenze patologiche (alcolisti, eroinomani, cocainomani, tabagisti) mediante iboga, ayahuasca, psilocibina, ketamina. Nel caso delle dipendenze da oppiacei, e ricordando il grave e attualissimo problema della “epidemia” da Fentanil, responsabile di decine di migliaia di decessi negli USA e che sta ultimamente interessando anche l'Europa e l'Italia, l'impiego di sostanze psichedeliche potrebbe essere un'utile alternativa o, a seconda dei casi, essere indicata come fase successiva al trattamento con metadone. Un altro target terapeutico riguarda il disturbo da stress post-traumatico, molto diffuso nelle aree geografiche coinvolte dalle guerre e nella popolazione vittima di torture, stupri e altre violenze fisiche e psicologiche; per questi casi la sostanza più indicata non riguarda un vero e proprio psichedelico, bensì il famoso empatogeno MDMA, altrimenti noto come “ecstasy”. Pure la ketamina sta offrendo risultati interessati per questo disturbo psichiatrico. Un ulteriore target terapeutico, che fu utilizzato negli anni '50-'60 del secolo scorso e che è stato recentemente rivalutato, soprattutto nella clinica oncologica, riguarda il trattamento dei forti stati ansiosi e di depressione di cui è vittima una buona parte degli individui che si trovano nell'ultima fase della loro vita a causa di una malattia incurabile. In questi casi lo psichedelico più indicato parrebbe essere la psilocibina, tenendo conto del fatto che non viene somministrata per trattare la causa che sta portando alla morte l'individuo, bensì per trattare i disturbi psichici indotti dalla consapevolezza del sopraggiungere della propria morte, in definitiva per trasformare il terrore della Nera Signora in una più serena accettazione della sua ineluttabilità. Con questo tipo di trattamento, per il quale Adriana e io abbiamo coniato il termine di approccio tanatodelico alla morte, l'individuo tende a passare attraverso un processo psicologico di “morte-rinascita” indotto dallo psichedelico e da un'adeguata assistenza psicoterapeutica e, invece di rinchiudersi in un vizioso stato di rifiuto, terrore, ansia e depressione – che di frequente comporta anche problemi assistenziali – si “riapre al mondo”, tornando ad apprezzare il tempo che gli resta da vivere.

Le potenzialità terapeutiche degli psichedelici non si esauriscono ai soli disturbi mentali, e numerose evidenze aneddotiche e pre-cliniche suggeriscono un'efficacia anche nelle malattie neurodegenerative e in alcuni tipi di tumore (ayahuasca) e in alcuni tipi di emicranie (psilocibina, LSD).

 

Un punto che credo sia utile spiegare a un vasto pubblico è l’importanza sempre maggiore che la moderna ricerca sugli psichedelici dà ai concetti di set e di setting, al punto da ritenere che non esista un effetto della sostanza psichedelica in sé, ma solo una correlazione indissolubile tra set setting e psichedelici.

L'influenza dell'ambiente fisico e umano (setting) e della predisposizione psico-fisica e della cultura dell'individuo (set) sull'effetto di un “rivelatore della mente” è enorme, al punto da stabilire/dettare i contenuti dell'intera esperienza visionaria. Lo sanno bene gli sciamani tradizionali che impiegano peyote, funghi, ayahuasca e altre fonti visionarie, e che nei loro riti controllano, condizionano e influenzano l'esperienza mediante una serie di elementi ambientali (musica, canto, danza, oscurità notturna) e di condizioni psico-fisiche dell'individuo (digiuno, isolamento). Nella nostra cultura l'importanza del set e del setting ha tardato a essere riconosciuta, a causa della nostra mania di dare esclusiva importanza a una struttura chimica piuttosto che allo spazio esistenziale e semantico con cui interagisce tale struttura chimica. La preparazione psicologica e culturale dell'individuo che si sottopone alla universale, ma pur sempre delicata, esperienza visionaria è e resterà un must imprescindibile, e sarebbe opportuno che gli individui della società comune e i camici bianchi che non hanno gli strumenti intellettivi per tenere adeguatamente conto di ciò, evitassero di conoscere personalmente e, soprattutto, di assumersi la responsabilità di far conoscere agli altri l'esperienza psichedelica.

 

Per buona parte del secolo scorso gli psichedelici sono stati considerati come un “facilitatore” per liberare materiale inconscio. Proprio per questo, venivano spesso considerati ausili terapeutici all’interno di più vasti processi clinici di matrice psicanalitica. Negli ultimi decenni e nel vostro libro vi dedicate ampio spazio si è aperta la strada a un utilizzo degli psichedelici con un approccio neurofenomenologico. Potrebbe accennarci di cosa si tratta? e quali sono le principali differenze rispetto alle classiche psicoterapie di matrice freudiana?

La neurofenomenologia non è una pratica medica, bensì una moderna disciplina d'indagine scientifica che si offre anche a numerose applicazioni mediche. Fondata negli anni '90 dal biologo cileno Francisco Varela, la neurofenomenologia cerca di affrontare con i più moderni strumenti il secolare (in realtà millenario, se partiamo da Aristotele e Platone) “problema mente/corpo”, proponendo di unire due metodi d'indagine classicamente opposti: le neuroscienze e la fenomenologia. Le neuroscienze, basandosi sul metodo d'indagine oggettivo “di terza persona”, sono solite considerare i resoconti soggettivi con un mero valore aneddotico. Nella neurofenomenologia si torna a dare un valore scientifico alle esperienze soggettive, addirittura un valore di primo piano. E nel contesto della ricerca neurofenomenologica, in questi ultimi anni gli psichedelici sono stati rivalutati come strumento di comprensione della coscienza umana.

 

Opera di Aaron Glasson.


È vero che durante il secolo scorso gli psichedelici sono stati utilizzati soprattutto come catartici a scopo psicoanalitico. Tuttavia, l'importanza del ruolo della psicoanalisi si è via via ridotta in seguito alle critiche avanzate dalla più recente teoria cognitiva e dallo sviluppo farmacologico in psichiatria. Nell'ottica delle moderne scienze cognitive, o per lo meno della loro parte più critica e, forse, più “fondamentalista”, la psicoanalisi è ritenuta aver fallito nel tentativo di insediarsi come “la” scienza della mente, sino a essere stata in maniera critica (ma si può pensare anche in maniera indecorosa) definita come un “sistema di credenze”, una tautologia con ipotesi non dimostrabili. Ciò nonostante, vi sono studiosi che, ritenendo un errore cestinare oltre un secolo di storia e di pensiero psicoanalitico, ipotizzano una possibile integrazione della psicoanalisi con le neuroscienze cognitive; e in questa possibile integrazione gli psichedelici, nel loro aspetto fenomenologico, potrebbero ricoprire un ruolo importante, essendo in grado di fornire nuove conoscenze sulla natura della mente e su come questa origini dall'attività cerebrale, e ciò mediante soprattutto le nuove tecniche di neuroimaging e nuovi modelli cerebrali quale il modello entropico. I nuovi approcci terapeutici con gli psichedelici si basano nei loro aspetti teorici su questi moderni sviluppi della neurofenomenologia.

 

Per lunghi anni la psichiatria ha considerato le visioni derivanti da esperienze mistiche come forme patologiche dei processi psichici. Alla luce delle ricerche degli ultimi decenni particolarmente nota è quella svoltasi sotto la supervisione di Griffiths, alla Johns Hopkins University, e pubblicata nel 2006 su “Psychophamacology”, in cui si è studiato la capacità degli psichedelici di produrre stati mistici , a suo avviso, che rapporto può sussistere tra esperienze mistiche indotte e dimensione terapeutica?

Citando Griffiths ha toccato un punto caldo della moderna ricerca scientifica con gli psichedelici, che vede contrapposte due scuole di pensiero: da una parte la visione della scuola statunitense della Johns Hopkins, che vuole vedere l'esperienza “mistica” degli psichedelici come univoco fulcro rivelatore, e di conseguenza terapeutico, di questo tipo di esperienze; dall'altra la visione delle varie scuole europee, in cui Adriana e io ci riconosciamo, che rifiutano l'impiego di concetti interpretativi quali “misticismo” e “spiritualismo” come metri di misurazione scientifica degli effetti di queste sostanze. Ciò premesso, per spianare in maniera stabile la strada verso un consapevole impiego psichiatrico degli psichedelici si dovrebbe affrontare un grosso ostacolo, che riguarda le fondamenta teoriche e fors'anche esistenziali della psichiatria, e cioè la patologicizzazione degli stati modificati di coscienza. Una patologicizzazione che ha radici molto antiche, precedenti la formazione della psichiatria moderna e della psicoanalisi freudiana. Ma si tratta di un discorso troppo delicato per poter essere affrontato con un certo grado di completezza in questa intervista, potendo al massimo rimandare alle pagine del nostro libro che toccano questo argomento.

 

Quali sono le maggiori “scuole” europee?

Va citata innanzitutto l'équipe della Imperial College di Londra, guidata da David Nutt e Robin Carhart-Harris; quindi la folta équipe svizzera guidata da Franz Vollenweider dell'Università di Zurigo; molto attive sono anche le équipe spagnole, quella guidata da Jordi Riba presso l'Università Autonoma di Barcellona e quella del gruppo della ICEERS, sempre di Barcellona, guidata da José Bouso.

 

Leggendo il vostro libro, è sorprendente venire a conoscenza della mole enorme di ricerche sperimentali sugli psichedelici compiute in Italia nel secolo scorso. Ricerche, spesso, dimenticate e poco conosciute internazionalmente. Qual è lo stato attuale della ricerca nel nostro paese?

Allo stato attuale non esiste alcun progetto di ricerca italiana rivolto alle terapie psichedeliche. Ma che l'interesse accademico e medico per queste applicazioni terapeutiche stia rifiorendo anche nel nostro paese è evidenziato dalle sempre più numerose tesi universitarie delle Facoltà di Psicologia, Medicina e Sociologia che trattano questo tema, così come lo osserviamo personalmente dalle sempre più frequenti richieste di informazione che ci rivolgono medici e psicologi, e non solo neo-laureati. Ed è stato questo il motivo principale che ci ha indotto a scrivere il nostro libro Terapie psichedeliche, un testo di divulgazione scientifica al servizio di quanti, in Italia, intendano avvicinarsi a queste tematiche.

 

Michael Pollan, nel suo recente libro Come cambiare la tua mente, sostiene che per una sperimentazione consapevole e davvero efficace degli psichedelici sto pensando ad un uso non necessariamente terapeutico   sia più appropriato un uomo maturo che non un giovane, perché il primo avrebbe un apparato psichico fin troppo funzionale ed abitudinario (e quindi abbastanza forte per subire un sano cambiamento o un “azzeramento” delle risposte automatiche che instradano in comportamenti ripetitivi) mentre il secondo vivrebbe ancora in modo incerto la possibilità di dare risposte al proprio vissuto e sarebbe, di conseguenza, proprio per la sua mancanza di un sistema normativo di risposta, messo in crisi da un’esperienza totalmente destabilizzante rispetto alla “normalità”. In questo modo, verrebbe a ribaltarsi il cliché secondo il quale le droghe sarebbero una prerogativa della gioventù. Lei cosa ne pensa?

Ritengo che Pollan – che è uno scrittore che apprezzo molto e che si sta rivelando come uno dei più importanti influencer per il cambio di paradigma sociale e mediatico a cui stiamo assistendo nei confronti degli psichedelici – abbia indicato con questo suo pensiero un concetto importante, che resta forse da focalizzare completamente: quello dell'esigenza di una certa maturità intellettiva per affrontare nella maniera più appropriata questo tipo di esperienze “rivelatrici”. Pollan riconosce in prima istanza una maggiore maturità intellettiva negli individui adulti rispetto a quelli giovani. Si potrebbe disquisire se questa distinzione di natura generazionale sia la più realistica, preso atto della massa di adulti responsabili, con i loro bassi livelli di consapevolezza, delle piaghe ecologiche e razziste di cui soffre il mondo attuale. Personalmente ho la tendenza a dare (o forse solo a sperare in) una maggiore fiducia alle nuove generazioni che a quelle adulte.

Opera di Aaron Glasson.

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