Vico e Leopardi. Immaginazione e linguaggio

Chi può, vada alla mostra Il corpo dell'idea. Immaginazione e linguaggio in Vico e Leopardi, allestita a Napoli nella Sala Dorica di Palazzo Reale. Il fascino avvolgente della scenografia multimediale che accoglie il visitatore, immergendolo tra gli autografi di due pensatori sommi come Vico e Leopardi, vale una visita ad hoc. Tra gli autografi, la Scienza Nuova, lo Zibaldone di pensieri, le Operette Morali, alcuni Canti come Alla Primavera e soprattutto il primo autografo dell'Infinito (1819), tutti provenienti dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, che possiede il lascito più consistente di entrambi i pensatori.

 

L’esposizione, ideata e curata da Fabiana Cacciapuoti, nota studiosa dell'opera leopardiana e curatrice di altre significative mostre recanatesi, è inserita tra le celebrazioni del Bicentenario de L'Infinito di Giacomo Leopardi ed è incentrata sul dialogo tra i due grandi esponenti del pensiero moderno europeo, ricostruito soprattutto attraverso l’incontro di due scritti che segnano la modernità: la terza edizione della Scienza Nuova (1735-43), pubblicata postuma pochi mesi dopo la morte di Vico dal figlio Gennaro nel 1744, e le 4526 pagine dello Zibaldone (1817-1832), pubblicato per la prima volta in sette volumi, nel 1898-1900, a cura di una commissione di studiosi presieduta da Giosuè Carducci con il titolo Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura. L’itinerario sul mito è arricchito dall’esposizione di statue provenienti dal Museo di Palazzo Reale e dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Si aggiungono alcuni volumi rari, cinquecentine e libri del Seicento e Settecento, riconosciuti come fonti comuni ai due autori, dai Dialoghi di Luciano in un'edizione veneziana del 1551 alle Quaestiones naturales di Seneca in un'edizione veneziana del 1643, a un'Iliade padovana del 1732.

 

Se non potete andare a Napoli, godetevi l'omonimo catalogo, anch'esso curato da Cacciapuoti e pubblicato da Donzelli. Nella mostra, e poi soprattutto nei diciotto saggi del catalogo, introdotto da una sapiente riflessione della curatrice dal titolo Il corpo dell'idea. Il senso del mito e la forza dell'illusione, si intrecciano riflessioni sul rapporto tra mito e poesia, indagini sul nesso tra lingua, geografia e storia, e tre saggi sull'Infinito, rispettivamente di Jürgen Trabant, Bruno Pinchard e Gilberto Lonardi. I temi sono prevalentemente poetici e antropologici: le origini dell’uomo e del mondo; il rapporto tra mito, immaginazione e parola poetica; la visione della decadenza e della corruzione dell'umanità nello spazio della modernità. Un itinerario antropologico che tocca il mito biblico delle origini, i poemi omerici, il farsi del linguaggio e la costruzione delle civiltà, che porta con sé un eccesso di razionalità e di scienza, foriero della decadenza in una nuova barbarie.

 

 

Immaginazione e linguaggio sono le parole chiave che consentono di avvicinare questi due giganti italiani del pensiero, espressione somma di quella «via italiana alla filosofia» che Roberto Esposito in Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana (2010) ha individuato in un «pensiero del fuori», del «non-filosofico», che arriva fino al Novecento, con pensatori anche politicamente distanti, come Croce, Gentile e Gramsci, ma tutti volti «a calarsi nel mondo della vita, fin quasi a coincidere con esso, costituendo una sorta di pensiero vivente». Questa filosofia che condivide gli interessi posti dalla storia, dalla politica, dalla letteratura ed «emergenti dal magma in movimento della vita», viene definita da Esposito, con una categoria attuale, «biopolitica». La filosofia italiana, anche a partire da Vico e Leopardi, esporta nel mondo da un lato l’interesse per la storia, la politica e la vita, dall’altro una costellazione semantica che permette di affrontare i grandi temi odierni della globalizzazione e della biopolitica dal punto di vista della «differenza italiana».

 

Sul rilievo della riflessione antropologica in Leopardi c'è ormai un'ampia convergenza tra gli studiosi, almento a partire dal XII Convegno internazionale di studi leopardiani tenutosi a Recanati il 23- 26 settembre 2008 (La prospettiva antropologica nel pensiero e nella poesia di Giacomo Leopardi, a cura di Chiara Gaiardoni. Prefazione di Fabio Corvatta, 2010).

L'antropologia è, in Leopardi, punto di connessione tra la filosofia della natura e la filosofia della natura umana. Lungo un itinerario di riflessione che conduce ad affrontare la grande e grave questione della condizione umana, che dall’utopia, esemplificata nel mito dei Californi, conduce al disincanto, rilevabile in alcune Operette e tra tutte nella Scommessa di Prometeo. Si può parlare al proposito di antropologia, e più propriamente di «antropologia negativa». Il termine «antropologia» in Leopardi va inteso in senso filosofico: uno spazio di riflessione sulla natura umana, a partire dalle diffuse documentazioni su popoli e culture antiche, primitive o selvagge che costituirono la ricca base materiale delle sue osservazioni. Un’antropologia «negativa», in quanto la visione leopardiana della natura umana, nel suo svolgimento, conduce a rilevare la costitutiva infelicità umana, connessa non soltanto allo sviluppo della civilizzazione, ma intrinsecamente alla natura propria dell’uomo. La genesi della concezione antropologica negativa avviene in Leopardi attraverso un processo di letture e di pensiero che muove da una visione utopica di un’umanità primitiva felice e di una cultura greco-latina eroicamente naturale, per pervenire a riconoscere la negatività della condizione umana in ogni tempo e in ogni luogo rispondendo negativamente alla domanda retorica posta nelle ultime parole del Dialogo della Natura e di un Islandese: «a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?».

 

Su questi temi torna ora a riflettere Beatrice Cristalli con un libro che tocca specificamente la dimensione «religiosa» del pensiero leopardiano, o meglio la sua riflessione «biblica» – L'«invenzione» della colpa. L'antropologia negativa leopardiana tra «Zibaldone» e «Operette morali». Come scrive Cristalli, «La versione “naturalizzata” leopardiana del dogma cristiano, il cui senso viene ribaltato nella lunga teorizzazione dello Zibaldone, si configura allora come il punto di partenza di una personale ricerca antropologica, volta a recuperare il senso – ammesso che ci sia – di quella estraneità costitutiva dell'uomo, l'essere gettato nel mondo e, allo stesso tempo, non essere del mondo».

 

Alla pagina 49 dello Zibaldone Leopardi richiama «La favola del pavone vergognoso delle sue zampe», ritenendola inverosimile «giacchè non ci può esser parte naturale e comune in verun genere d'animale, che a quello stesso genere non paia conveniente, e quando sia nel suo genere ben conformata non paia bella». E conclude: «Quello che ho detto nel principio di questo pensiero me ne porge un altro, cioè che infatti quella fav. non pecca d'inverisimile non essendo scritta per li pavoni ma per noi, i quali naturalmente siamo portati a credere che quelle zampe bruttissime agli occhi nostri sieno tali anche agli occhi dei pavoni. E quantunque il filosofo facilm. conosca il contrario, tuttavia scrive il poeta pel volgo, al quale non è inverisimile il dir p. e. che le stelle cadano, anzi lo dice Virgilio e si dice da' villani e da' poeti tuttogiorno, benchè a qualunque non ignorante sia cosa impossibile.». Immaginazione e linguaggio, verità della ragione e mito si intrecciano in questa riflessione, che conserva tutta la sua radicale attualità.

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