Rivoluzione in prestito

Bookless library

the public peace of libraries might certainly have been preserved
if a new species of controversial books had not arisen of late years

Jonathan Swift

 

Il trambusto che c’è oggi in biblioteca è piuttosto diverso da quello che immaginò Swift nella Battle of the books. Benché a quanto pare molti critici non se ne siano dati per inteso, Antichi e Moderni hanno smesso di farsi la guerra da un bel pezzo: alleati, ordiscono rivoluzioni nella penombra degli scaffali, il brusio dei server accompagna il loro discorso dei mondi nuovi.

 

Dopo quattro mesi di attività, BiblioTech, la prima biblioteca (nel senso non soltanto dell’istituzione ma anche, congiuntamente, dell’edificio) pubblica digitale – spacciata dalla stampa scandalistica del must-have tech toys per “biblioteca senza libri” – si rivela per quel che è sempre stata: una biblioteca normale. E proprio per questo rivoluzionaria: per la capacità di interpretare una fase; attrarre lettori nuovi; offrire agli studenti un luogo di incontro e studio condiviso, alle persone comuni, magari anziane o prive di altri mezzi, strumenti di alfabetizzazione o formazione continua (non solo informatica: per esempio, c’è una sezione dedicata a metodi e video-corsi per l’autoapprendimento delle lingue), o anche solo assistenza per l’accesso alle informazioni necessarie per la vita quotidiana; creare per tutti nuove occasioni di lettura.

 

 

La biblioteca pubblica della contea di Bexar, a San Antonio nel cuore del Texas – che a giudicare da quanto si vede su Google maps è un edificio basso al centro di un enorme parcheggio tra un McDonald’s e un residence, e nelle foto che si trovano in rete sembra una specie di internet café dagli arredi un po’ lounge un po’ techno-kitsch – non ha dunque nessuna differenza notevole rispetto a una qualsiasi buona biblioteca territoriale, a parte il fatto che in questa non ci sono libri di carta ma eBook su computer e tablet. Il che non deve sembrarci eccezionale dal lato tecnologico – che semmai al giorno d’oggi, ribadiamolo, è del tutto banale – ma perché è un modo intelligente, creativo, parsimonioso, e dunque altamente riproducibile e “scalabile”, di investire fondi pubblici per la promozione della lettura. Si risparmia sui costi di logistica, archiviazione e manutenzione di tonnellate di carta e si investe in servizi bibliotecari. Tolta la carta, d’altronde, cosa resta in una biblioteca (di lettura, beninteso, non di conservazione) se non le persone, i testi di mille forme, le relazioni?

 

A meno che non sia disposto ad aspettare poco meno di quarantamila giorni, come possiamo stabilire grazie a un pratico calcolatore appositamente studiato, per il comune lettore sono statisticamente irrilevanti le probabilità di riuscire a procurarsi un saggio pubblicato oggi, mettiamo caso da un autore di quarant’anni, perfino se l’editore appartiene a uno dei pochi gruppi che si spartiscono il mercato dell’editoria scientifica internazionale. Poche biblioteche potranno permettersi di acquistarne una copia a stampa, e anche se il libro sarà accessibile su una discreta scelta di canali on line, potrà essere consultato solo da chi ha accesso a un accredito istituzionale accademico, anche in questo caso a condizione che la propria biblioteca universitaria abbia un budget sufficiente per coprire l’abbonamento, il che avviene sempre più di rado. Insomma, l’accesso a quella pubblicazione è sbarrato da una sorta di muro che può essere valicato solo pagando una cifra generalmente proibitiva: quel che in inglese si dice appunto un paywall.

 

 

In altri termini, la conoscenza racchiusa in quel saggio dietro al muro tornerà nel dominio pubblico, disponibile a tutti, solo quando sarà obsoleta sul piano bibliografico. A questo stallo cerca di porre rimedio l’Harvard Library Lab con la proposta di una Library License, cioè di una licenza digitale per la libera diffusione dell’opera in un circuito di biblioteche affiliate, che si attiva nel momento in cui la vita commerciale del volume a stampa declina, vale a dire quando il libro diventa di fatto introvabile. Benché in qualche modo ispirata alle licenze Creative Commons, la Library License non si presenta come un’alternativa al copyright, e dunque non mira in alcun modo a scardinare il sistema dell’editoria commerciale, ma a limitarne i danni collaterali.

 

Sono l’autore e l’editore a negoziare se la licenza si «innesca» (triggering event) allo scadere di un periodo di cinque anni dalla pubblicazione, quando le vendite sono inferiori a cinque copie o a cinque accessi on line nell’arco di tre mesi consecutivi, quando l’editore decide formalmente di non ristampare il libro all’esaurimento delle copie disponibili, oppure all’uscita di una nuova edizione profondamente riveduta. Prima dell’inizio del periodo di validità della licenza, nelle modalità di distribuzione e di vendita del libro non cambia nulla rispetto alle modalità tradizionali. Dopo, ed è un mutamento non da poco, invece di rimanere nel limbo dei libri fuori catalogo, l’opera diventa accessibile nelle biblioteche, che la acquisiscono gratuitamente.

 

Scardinare i rapporti di forza vigenti e riequilibrare la filiera in modo che tutte le parti in causa – autori, editori, biblioteche, lettori – possano trarre vantaggio da una più equa ridefinizione delle regole è invece l’obiettivo dichiarato, sia pur con quel tanto di understatement che basta a non insospettire i censori, da Knowledge Unlatched. L’idea consiste nel creare un ecosistema capace di far convivere felicemente, per un verso, il ricorso a licenze Creative Commons per la pubblicazione di contenuti diffusi in Open Access e, per altro verso, la sostenibilità economica della pubblicazione.

 

 

Il modello, affratellato al più generalista unglue.it, è stato sperimentato con successo da Frances Pinter, direttrice del gruppo di lavoro e veterana dell’editoria, che ha già promosso l’introduzione delle licenze libere e lo sviluppo di strategie organiche di pubblicazione digitale come direttrice editoriale di Bloomsbury Academic, divisione universitaria del gruppo Bloomsbury (che pubblica oltre mille titoli all’anno, ed è stata insignita del primo premio agli IPG Awards 2013 e ai Bookseller Industry Awards 2013 come casa editrice accademica dell’anno).

 

Il funzionamento è relativamente semplice: una rete di biblioteche acquista da un editore i diritti di una pubblicazione versando una quota a copertura di una tariffa standard, e così «svincola» l’opera, che viene rilasciata in libero accesso in formato digitale. Secondo le proiezioni basate sui dati del progetto pilota, per le singole biblioteche il costo dell’operazione per ciascuna opera si aggira su una media di 25 dollari, ed è dunque vicino a quello dell’acquisto di una copia a stampa, se non inferiore. La quota versata all’editore copre i costi del lavoro editoriale e le royalties per gli autori. Il testo diventa liberamente accessibile a tutti, senza limitazioni legate all’uso di terminali situati all’interno delle biblioteche o al numero di utenti, come proposto invece da Library License.

 

Altro aspetto fondamentale, questa ridefinizione dei ruoli, senza nulla perdere in radicalità, non si traduce però nel depotenziamento del ruolo positivo di filtro svolto dalle agenzie critiche interne alla filiera editoriale che costituisce a volte l’effetto collaterale dei modelli alternativi. Gli editori mantengono infatti le loro funzioni di selezione e cura degli autori e dei testi e le opere sono distribuite attraverso circuiti accreditati come HatiTrust e Open Access Publishing in European Networks (OAPEN). Le biblioteche, dal canto loro, hanno parte attiva nel processo, perché scelgono i titoli da acquisire e svincolare.

 

 

Di conseguenza, non solo è mantenuta la redditività, ma sono anche mitigati i rischi di un sistema assistenzialistico: il modello premia infatti la qualità e l’impatto delle pubblicazioni, secondo un metro che non si ricava dal mercato ma dagli indicatori di un ambito non commerciale come la biblioteca stessa. Al progetto pilota hanno già aderito 18 biblioteche australiane, 8 canadesi, , 67 statunitensi e 51 europee, di cui una turca, e 37 inglesi (nessuna italiana), e tra queste figurano alcune delle biblioteche pubbliche più importanti del mondo, mentre 24 sono gli editori scientifici finora coinvolti, tra i quali giganti come Bloomsbury Academic, Brill, Cambridge University Press, De Gruyter, Rutgers University Press, Routledge e SAGE.

 

Per chi credeva che di fronte ai mutamenti del libro le biblioteche dovessero gioco forza adattarsi per evitare l’estinzione, svolgendo dunque un ruolo esclusivamente passivo, è tempo di aggiornare gli archivi.

Giulio Paolini

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