Specchio nero

Diverse serie televisive degli ultimi anni si sono interrogate sulle più avanzate frontiere di cambiamento delle società contemporanee, ma è soprattutto la serie britannica Black Mirror a essere interessante da questo punto di vista. Creata nel 2011 per la casa di produzione Endemol dal giornalista, produttore e sceneggiatore Charlie Brooker, che si è ispirato alla serie fantascientifica statunitense degli anni Cinquanta e Sessanta Ai confini della realtà, è arrivata oggi alla quinta stagione e presenta la caratteristica di essere basata su una serie di episodi concepiti come storie totalmente autonome. 

Uno schermo di un’apparecchiatura elettronica spento sembra uno specchio nero, un “black mirror”, e questo è il titolo scelto per una serie televisiva che vuole presentarsi come un vero e proprio specchio in cui vedere riflessa la nostra condizione attuale, vuole cioè mostrare come i media stanno rendendo sempre più problematico il nostro rapporto con la realtà.

 

 

Ad esempio, Ricordi pericolosi, l’ultimo episodio della prima stagione di Black Mirror, è incentrato su come i media modifichino radicalmente il nostro rapporto con il tempo in conseguenza del loro costante tentativo di registrare gli avvenimenti della nostra vita. In tale episodio, uno speciale “registratore” installato dietro l’orecchio e sotto la pelle documenta tutto, consentendo anche di ritornare con un telecomando su quello che si è già vissuto. Sembra essere la soluzione ideale per poter avere il controllo totale della realtà, ma invece, come mostra la storia raccontata nell’episodio di Black Mirror, ciò produce solo preoccupazioni e sofferenze. È noto infatti come il cervello umano non ricordi tutto e registri solo quello che gli è necessario, dimenticando le esperienze inutili e negative. Funzioni cioè come una specie di “balsamo miracoloso” per i problemi quotidiani delle persone. Un beneficio che il registratore implacabile dell’episodio di Black Mirror tende ad eliminare. 

 

Charlie Brooker, il creatore della serie Black Mirror, ha recentemente raccontato a la Repubblica come gli è venuta l’idea per uno degli ultimi episodi: «Avevo comprato un Amazon Echo e i miei due bambini si erano subito messi a parlare con lui. Pochi giorni dopo, mio figlio di cinque anni ha iniziato a rivolgersi a me come ad Echo. Anche così è nato questo episodio». Dunque, è estremamente difficoltoso decidere se Black Mirror ci parla del nostro futuro oppure del nostro presente. Mario Tirino e Antonio Tramontana hanno provato di recente a riflettere su questo tema, curando il volume I riflessi di Black Mirror. Glossario su immaginari, culture e media della società digitale (Rogas Edizioni), che contiene diciassette voci ispirate a Black Mirror. Il loro obiettivo era di comprendere attraverso l’analisi di questa serie come si stia modificando il nostro rapporto con la tecnologia. In particolare, in Black Mirror vengono trattati due tipi di tecnologie: «quelle legate alla relazione con il bios e quelle legate al controllo e manipolazione dello spazio-tempo» (p. 28).

 

Vale a dire quelle che riguardano la nostra corporeità e la nostra sensorialità e quelle che hanno a che fare invece con l’ambiente che ci circonda. 

Anche Fabio Chiusi, nel volume Io non sono qui. Visioni e inquietudini da un futuro presente (DeA Planeta Libri), è partito dagli episodi di Black Mirror per ragionare sulla complessità e soprattutto sull’ambiguità del nostro rapporto con le tecnologie informatiche e mediatiche. Per analizzare cioè dei fenomeni che sono sempre più rilevanti all’interno delle società contemporanee: la crescente delega attribuita dagli esseri umani agli algoritmi dei siti di dating per la costruzione delle relazioni affettive (sebbene tali algoritmi non abbiano ancora dimostrato di poter essere affidabili sul piano scientifico), una serie di pratiche che si vanno sempre più sviluppando in conseguenza dell’illusoria speranza di poter diventare immortali, la crescente dipendenza delle persone nella vita online dai giudizi e dai punteggi che vengono attribuiti dagli altri. E la sua idea è che «Black Mirror ci convince che la sua finzione è la nostra realtà, che la sua è una storia di questo mondo» (p. 18). 

 

Chiusi, nel contempo, ci avverte anche del fatto che le tecnologie mediatiche deludono regolarmente le aspettative che sono in grado di creare. Infatti, spesso ci lasciano soli e senza nessun tipo di guida. Perché prima o poi il loro sistema operativo smette di funzionare. E quei sofisticati strumenti informatici che abbiamo davanti tornano ad essere dei semplici oggetti. Non si presentano più come degli affascinanti mondi pieni di opportunità, ma ridiventano quello che in realtà sono sempre stati: delle banali combinazioni di pezzi di plastica e di metallo. Degli schermi spenti e inanimati. E quando uno schermo è spento assume l’aspetto di uno specchio nero, un “black mirror” appunto.

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