Oggettività

Il senso dell’avanguardia ha spesso escluso quelle forme d’arte che nel ’900 sono tornate alla rappresentazione diretta della realtà. A partire dagli Anni ’80, a partire dalla storica esposizione Realismes al Centre Pompidou orchestrata da Jean Clair, tornano però gli appuntamenti di riflessione su questa tradizione alternativa, ricchissima e polimorfa. Utile è quindi la ricognizione proposta dalla mostra Nuova oggettività al Museo Correr di Venezia [dal 1 maggio al 30 agosto, NdR].

 

Cristian Schad, Autoritratto, 1927

 

L’esposizione è curata da Stephanie Barron del LACMA (Los Angeles County Museum) che organizza la selezione di lavori degli autori tedeschi dal 1919 al 1933. Un repertorio introdotto in Italia negli anni ’60 dal pionieristico lavoro di Emilio Bertonati negli spazi della Galleria del Levante. Il cuore è nell’opera di Christian Schad, amatissimo da Giovanni Testori (nella sua collezione spicca un magnifico Autoritratto). I tre quadri celebri presenti, che fanno venire i brividi per la precisione con cui descrivono un momento culturale che corteggia l’abisso e il baratro, riassumono un’epoca. Specialmente resta nella memoria il crudele, eppure maestoso e segretamente trionfante, Agosta l’uomo pollo e Rasha la colomba nera, in cui due figure del music hall diventano i monarchi di un reame dell’immaginazione. Magnetiche sono anche le fotografie di August Sander, impossibile e geniale tentativo di creare un atlante dei tipi sociali germanici che dialoga da vicino con il cinema dell’epoca. Insieme a lavori noti di Beckmann, Dix (sua l’opera scelta per il manifesto: Ritratto dell’avvocato Hugo Simons) e Grosz, che raffigurano i tragici affanni della vita metropolitana, il fasto della prostituzione e il disastro dei mutilati di guerra, colpiscono i tragici ritratti infantili, come anche i paesaggi industriali, alienati e lucenti, di Carl Grossberg. Uno sguardo clinico e cinico, quindi, che ama frugare negli aspetti torbidi del quotidiano, che costituisce una linea precisa nelle memorie novecentesche.

 

August Sander, Segretaria dell'emittente Westdeutschen Rundfunk di Colonia, 1931

 

A far da contraltare a questa scena germanica, a cura di Dario Biagi, è presentata nelle sale di Ca' Pesaro una selezione delle opere del sorprendente Cagnaccio di San Pietro (al secolo Natalino Scarpa 1897-1946), artista straordinario specialmente per le sue opere degli anni ’20-’30, che Renato Barilli, al tempo della grande retrospettiva veneziana del 1991 definì come “pittura dura”. Oppositore tenace del regime fascista, dette in opere come Dopo l’orgia e Primo denaro il ritratto di un mondo alla deriva, con sorprendenti affinità con certe suggestioni degli Indifferenti moraviani. Il “richiamo della nuova oggettività”, come vuole il titolo della mostra, è proprio in questo guardare con occhio fermo le vicende degli umili (magnifici sono L’alzana e Naufragio), conosciuti nella sua infanzia vissuta nell’isola lagunare di San Pietro in Volta o inseguiti per le calli di Venezia, alla ricerca di volti di pescatori e prostitute. Modelli veneziani (i Vivarini, in primo luogo, ma anche Carpaccio, di cui aveva imitato il nome, firmandosi Scarpaccio) e rimandi germanici si uniscono in una visione nitida eppure partecipata. Proprio nel mondo tedesco il nostro, osteggiato dal regime, ebbe sostegno e attenzione. Nel 1934 Adolf Hitler, in visita alla Biennale, decise contro il parere dei cortigiani di comprare Il randagio: quel ritratto dolente si trova oggi al Museo Walraff di Colonia.

 

 

Otto Dix, Ritratto dell'avvocato Hugo Simons, 1925

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