Toti Scialoja, Topo, topo,/ senza scopo

Prima scena. Il 25 agosto 1969 il pittore Toti Scialoja consegna alle sue due nipotine, Barbara e Alice Drudi, un taccuino con la copertina rossa. Contiene sue poesie accompagnate da disegni, titolo Tre per un topo. Il libretto è di 117 pagine e sessantasette brevi componimenti in rima. Scritto con biro di vari colori e disegnato con matite a pastello, segna il debutto, per il momento privato, del maggior autore italiano di nonsense. Scialoja, nato nel 1914, è sino a quel momento un noto pittore della scena romana, docente di scenografia all’Accademia delle Belle Arti, autore di pezzi critici e persino di un volumetto poetico nel 1952, di cui si sono però perdute le tracce. Opera unica, il volumetto viene dato e ripreso varie volte alle dilette nipoti: l’autore desidera farne una pubblicazione. Offerto alla Emme Edizioni di Rosellina Archinto, è invece stampato da Bompiani tre anni dopo.

 

Seconda scena. Nel 1971 Italo Calvino, che conosce da tempo Scialoja, acquista per la figlia Giovanna di sette anni un suo libro, Amato topino, appena pubblicato dall’editore milanese. Come tanti bambini che crescono in mezzo ai libri, Giovanna lo guarda e poi l’abbandona. Al momento di partire per le vacanze l’infila invece nella valigia. L’estate in casa Calvino trascorre con la recita ad alta voce delle poesie di Scialoja: “Una zanzara di Zanzibar/ andava a zonzo, entrò in un bar,/ “Zuzzerellona!” le disse un tal/ “Mastica zenzero se hai mal di mar”. Oppure: “Questa sarta tartaruga/ fa modelli in cartasuga,/ sotto gli occhi ha qualche ruga/ con due foglie di lattuga/ se le bagna, se le asciuga,/ ma non sogna che la fuga”. Risultato: quattro anni dopo esce da Einaudi, con una nota di Calvino Una vespa! Che spavento. Poesie con animali, dove lo scrittore racconta la vicenda.

 

Terza scena. Orvieto aprile 1976, la Coperativa Scrittori, per iniziativa di Luigi Malerba, Nanni Balestrini e Antonio Porta, organizza un convegno su “Scrittura e Lettura”. Sono presenti gli autori che più di dieci anni prima hanno dato vita al Gruppo 63. Una mattina nel teatro Mancinelli, aprendo una delle sedute, Porta, a sua volta poeta, declama versi che Toti gli ha detto la sera prima in albergo: “Il sogno segreto/dei corvi di Orvieto/ è mettere a morte/ i corvi di Orte”. I quattro versi diventano l’emblema del convegno, interpretati come parte del conflitto che attraversa la letteratura italiana: neoavanguardia contro conservatori. Da lì spunterà un nuovo libro di Toti: La stanza la stizza l’astuzia, Cooperativa Scrittori 1976. A cent’anni dalla nascita di Scialoja esce in copia fotografica, fedele all’originale, il primo libretto per le nipoti, Tre per un topo (Quodlibet, € 18), e vengono pubblicati due volumi dedicati all’opera poetica e di disegnatore: Alessandro Giammei, Nell’officina del nonsense di Toti Scialoja. Topi, toponimi, tropi cronotopi (Edizioni del Verri, pp. 239, € 23) ed Elisa Morra, Un allegro fischiettare nelle tenebre. Ritratto di Toti Scialoja (Quodlibet, pp. 231, € 24), mentre è stata ristampata la raccolta delle sue poesie nonsense: Versi del senso perso (Einaudi, pp. 285, € 14,50) nella collana “Rebus” diretta da Stefano Bartezzaghi.

 

Com’è accaduto che uno stimato pittore e maestro di pittura, si domanda Paolo Mauri, nella prefazione al libro, si sia trasformato in poeta? E poi, che tipo di poeta? Toti è il continuatore di una tradizione di nonsense che ha in Lewis Carroll e Edward Lear i suoi esponenti più celebri. Giammei, nel suo saggio, racconta le origini di questo filone poetico, che incrocia in Italia Collodi e il suo Pinocchio. Per quanto amato da bambini e lettori piccini, Scialoja non è però solo, o tanto, un poeta per l’infanzia. Come mostra Morra nel suo saggio, Toti rende esplicito un problema che si annida nel nonsense, nel suo senso enigmatico, immediato e insieme difficile. Come raccontano i due giovani studiosi, in realtà l’artista romano aveva debuttato come poeta, poi, dopo un presunto fallimento letterario, si era dedicato alla pittura, diventando sodale di personaggi come Libero De Libero e Alberto Moravia, muovendosi nell’ambiente artistico romano tra Guttuso e Togliatti, nel momento in cui il realismo impegnato si evolveva verso l’astrattismo. Transitando per la lezione di Picasso, l’arte di quel periodo, fine anni Quaranta, approda all’informale, poi al pop. Molti degli allievi di Scialoja all’Accademia faranno parte della generazione dei giovani artisti romani, da Pascali e Kounellis sino a Giosetta Fioroni. Il segreto della poesia di Scialoja, come del suo tratto d’illustratore, risiede in un fallimento. Sono reiterate crisi che dalla scrittura l’hanno portato alla pittura, e poi da questa, dopo almeno altri due momenti d’impasse, di nuovo alla poesia, così da recuperare memorie infantili, letture curiose, riferimenti letterari e visivi della propria giovinezza.

 

Nella logica che va oltre il senso dei giochi di parole e dei nonsense, per dirla con Gilles Deleuze, si nasconde in effetti qualcosa di angoscioso, seppur non immediatamente afferrabile come tale. La poesia più famosa di Scialoja suona: “Topo, topo,/ senza scopo,/ dopo te cosa vien dopo?”. Domanda inquietante, che Toti non solo rivolge a se stesso – lui è il Topo –, ma che contagia il lettore, senza che questi ne colga immediatamente l’ansia che vi si cela. L’artista romano evidenzia con i suoi versi il momento culminante in cui l’artista guarda negli occhi le proprie angosce, e subito, con uno scatto fulmineo, supera la crisi creativa. Morra, citando Ugo Mulas, il grande fotografo, parla di “struggenza”, ovvero del rischio che l’artista corre sempre di condannarsi al silenzio di fronte all’insostenibilità del reale e alla difficoltà di poterlo rappresentare. Quello di Toti è, come accade per la miglior poesia del Novecento, “un fischiettare nelle tenebre”. Altro che versi per bambini. O meglio: solo i bambini li sanno capire, anche se non sempre, per fortuna, sanno dire perché. La poesia come custode sollecito delle nostre angosce.

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