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In direzione Beale Street

Stavolta è davvero impossibile accampare scuse che, in qualche modo, possano difendere la categoria: il motel sulla Interstate è lurido, malsano. La bussola d’ingresso va attraversata a passo spedito, tappandosi il naso ma senza farsi vedere, perché lo sporco altrui mette in imbarazzo. L’aroma tradisce sedimentazioni geologiche: crisalidi, caramello, formaggio da hard discount, pastoncino per uccelli, bigattini, budella; pare che in questi tre metri quadrati da decenni qualcuno si stia ingegnando nella preparazione artigianale di pasture per zombie, affinando ricette e metodi di preparazione che dovrebbero potenziare quel loro stato d’insaziabilità costante. Per poi poterli educare ai lavori forzati, suppongo. Per far rinascere l’economia del South, azzardo. Altro che visite turistiche al museo cartonato di Mark Twain e la pesca al pesce gatto!
Decidiamo di rimanere, almeno per una notte.

I miei compagni di viaggio e le loro rispettive chitarre riposano per un’oretta scarsa. Io, come da rito, ispeziono con una piccola torcia le porzioni di pavimento sotto i letti per trovare insetti a gambe all’aria, vaporizzati stecchiti. In tv i predicatori si alternano ai beveroni che fanno dimagrire mangiando di più e ai salotti ruspanti dove le famiglie sovrappeso si picchiano. Su Telemundo le suocere accusano i generi di non aver voglia di lavorare e i generi attribuiscono alle suocere complicate pratiche occulte con cui indurre l’indolenza cronica senza essere scoperte delle figlie, vale a dire le mogli, che annuiscono composte e valutano entrambe le posizioni.

Fuori, appoggiata al parapetto del ballatoio, una ragazza nerissima e sfatta attacca bottone. Trascina le vocali come se stesse guidando un carro attrezzi. Pillole o Valium? Senza insistere. Piuttosto, prende un pezzo di carta e scrive il suo numero di telefono. Aggiunge anche nome e cognome, ma poi li cancella. Non si fida e mi offendo: qui, a Memphis, Tennessee, avremmo potuto essere buone amiche, prudente biascicatrice di suoni. Invece ti allontani e noi prendiamo la macchina in direzione Beale Street, che dal fiume, da Riverside Drive, attraversa tutta la downtown. È già sera e fa caldo.



Sulla celeberrima strada di Frank Stokes, B. B. King e Rufus Thomas, dei teatri, i lustrascarpe, i night club, i bordelli delle confraternite e le rissose sale da biliardo, io mi allontano dal gruppo ed entro in quella che pare essere una merceria alla buona.



È enorme e deserta, disposta su due piani. Forse sono entrata già in orario di chiusura, forse tutte le commesse sono impegnate in qualche inventario, giù nel magazzino, o nel sottotetto, oppure questa merceria non chiude mai e sono andate a cenare, lasciando aperto l’ingresso: tanto cosa gliene importa, son tutti armati qui, e le armi riducono drasticamente il tasso di curiosità in corpo.

 


All’interno fogli ingialliti attaccati alla balaustra in legno vantano l’imperitura esistenza dell’emporio, il cui secondo piano è adibito a piccolo museo di anticaglie: è dalla seconda metà dell’Ottocento che qui si vendono aghi, uncinetti, ferri, fili, filati, perle, perline, passamanerie, spille, bottoni, pizzi, forbici, forbicine, occhiali, parrucche, cappellini, incensi, polverine protettrici, merletti e, insistendo un po’, non è esclusa l’ipotesi dell’arsenico sottobanco.



Mi giro, una signora sulla sessantina sta piegando alcune coperte e le appoggia con cura su uno dei tavoli centrali. Mi avvicino, sono morbidissimi quilt lavorati a mano. Gli inserti di stoffa sono accostati con estrema attenzione al contrasto dei colori, in modo da creare motivi geometrici o figure di oggetti o animali, unità minime di una narrazione che è possibile interpretare solo conoscendone le regole e i codici che hanno una storia lunga tre secoli e che per decenni hanno rappresentato una vera e propria guida cifrata ad uso degli schiavi fuggiaschi.



Infatti, come spiega Mario Maffi nel suo splendido Mississippi. Il grande fiume: un viaggio alle fonti dell’America, venivano stesi all’aria aperta nelle piantagioni: l’ordine con cui erano esposti, sommato all’ordine dei motivi delle singole trapunte, corrispondeva a precise indicazioni sulla fuga e il cammino da intraprendere. Tutto all’aria aperta. Allo scoperto. Sotto gli occhi di tutti. Senza trucchi, eccezion fatta per gli artifici propri di ogni forma di narrazione. I motivi erano talmente chiari da essere incomprensibili e i colori così brillanti da abbagliare lo sguardo dei più, i quali, però, non erano certo insensibili alla bellezza di queste coperte che, la mattina, sbandieravano fuori dalle case padronali.



Si chiama Lucy ed è volontaria al Center for Southern Folklore, sulla Main Street, non lontano dall’emporio. Con altre persone sta organizzando un festival in occasione del quale saranno esposti alcuni quilt, tra cui i suoi, che ora deve rammendare. Sai, per saper fare un quilt come si deve è necessario conoscere le forme, il ritmo e il movimento. I colori accesi vanno bene, ma devono essere alternati a quelli più quieti, in modo d’avere uno spazio in questo mondo dove potere riposare. Sedersi, star zitti e riposare. Questo, ad esempio, mi avevano chiesto di farlo con pezzi di stoffa degli abiti di una ragazza morta qualche mese prima. Non era solo il ricordo della figlia, c’era in ballo qualcosa di più, la possibilità di farla riposare. E la mamma committente provava sollievo guardandola per ore, mentre ricombinava quei pezzi di tessuto, nel senso che comunque non sarebbe riuscita a fare altro se non raccontare ad una sconosciuta i ricordi legati alla figlia. Perché non avrei dovuto accettare?
Ora questa coperta è già diventata un’altra cosa, dice Lucy, è la traccia di quell’inaspettata amicizia.

Come questa signora e la sua amica che si lamenta del fatto che non ha più posto in casa dove disporre i tasselli di stoffa in modo tale d’averli sott’occhio tutti, come su una tavolozza, dicevo, proprio come queste due donne, anche Eudora Welty, a suo modo, ha riflettuto sul legame tra faccende considerate tipicamente femminili e la meccanica nascosta della narrazione. In One Writer’s Beginnings (Come sono diventata scrittrice, minimum fax, 2011, trad. di Isabella Zani), spiega come i lunghi monologhi della cucitrice che passava un giorno a settimana a casa loro misurando e impuntendo tutto quanto le abbiano dato il primo esempio del respiro e dell’incedere di un’esposizione narrativa basata sul sentito dire, il cui contrappeso erano le continue censure di sua madre, che bloccava la cucitrice proprio sul più bello. Così Eudora è cresciuta coltivando un’insospettabile curiosità famelica e il gusto per l’ellissi: alludere per dire tutto.

L’elaborazione del racconto come lavoro di ordimento, d’imbastitura, è un’immagine conosciuta, essendo il testo una riorganizzazione di elementi in una struttura di relazioni e corrispondenze. Analogamente, non è rara l’analogia tra l’ago (uncinetto, ferri) e la penna, tanto che qualcuno, un paio di secoli fa, in Francia credo, tenne a precisare che le donne con velleità letterarie impugnano la penna come fosse un ferro da maglia e scrivono come se stessero rammendando mutande.
L’ago e il filo, inoltre, rappresentano lo storico legame della donna ai lavori domestici, perché, prima delle macchine, si passavano molte ore a cucire a mano gli indumenti che poi andavano lavati, e il cosiddetto Blue Monday la dice lunga sullo stato d’animo delle lavandaie, impegnate per molte ore in un’attività massacrante.


Washerwoman Takes a Break, Eudora Welty, 1930-1935

Per ultimo, spesso il cucito e il ricamo hanno coinciso con la rappresentazione di una femminilità vincolata alla sfera di ciò che è solo decorativo. Anche per questo, l’analogia dichiarata tra cucitura e scrittura implica una forte carica autoriflessiva da parte di quest’ultima, affinché il testo stesso possa rappresentare un pretesto per la riflessione sulle condizioni di tale rappresentazione. Senza scoprire le carte in tavola, piuttosto giocando, ancora una volta, con i ferri del mestiere che, in questo caso, rimandano più o meno direttamente, e in forme diverse, al campo semantico della tessitura.  

È il caso, tra tanti, del racconto breve “Roselily”, di Alice Walker, della raccolta In Love and Trouble (1973), tutto costruito sul monologo interiore di una ragazza che, sull’altare, pensa al nuovo cambio di rotta della sua esistenza, dopo anni passati a traslocare e a crescere da sola i suoi quattro figli. Siamo nella seconda metà del Novecento. Grazie alle imminenti nozze, Roselily sta per abbandonare la fabbrica in cui lavora come cucitrice specializzata per trasferirsi a Chicago, ma l’andamento dei pensieri della donna oscilla tra due movimenti, due facce: dritto e rovescio. La consapevolezza del riscatto sociale attraverso il lavoro salariato, la cui controparte sono le ore di vita perse in fabbrica, e la gioia, velata di malinconia, per una vita che dal matrimonio in poi trascorrerà in casa con i figli, perché è così che ha deciso insieme al futuro marito.

 

Il racconto si struttura su due assi temporali sfasati: un’imbastitura e una cucitura. I punti lunghi e distanziati, che sono le parole del prete mentre celebra le nozze, e la cucitura vera e propria, vale a dire il monologo interiore della ragazza, a punti stretti e fitti, tesi, colti in quel lasso di tempo in cui si sovrappongono all’imbastitura, prima che questa venga definitivamente sfilata dalla stoffa. In questo modo la linea del tempo su cui si colloca la cerimonia nuziale incrocia la linea del tempo della nuova esistenza di Roselily, per poi sfumare dentro il monologo. Tuttavia, lei si domanda: “Sarà sufficientemente nuova quest’esistenza?”.

Saluto Lucy ma non mi sente. Con il gruppo torno in auto al motel. Faccio lunghi respiri pausati per preparare il diaframma all’apnea. Prendo la rincorsa, attraverso l’ingresso, inciampo su un maledetto tappetino color mattone, di quelli lavorati all’uncinetto, ch’i ciama miseria, chiamano miseria, secondo mio padre. Col mento stampato sul pavimento lo guardo da vicino: dev’essere lavorato a tre capi, per essere così spesso.

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