Casa dolce casa

Cercare una casa è un’impresa che richiede forte motivazione, pazienza e sprezzo del pericolo, tutte qualità che non possiedo.

 

Ma dopo quindici anni di appartamenti in affitto, per un totale di circa sedici coinquilini (stima per difetto: di alcuni non ricordo i nomi, né le facce), dei quali alcuni completamente fuori di testa – è ovvio che loro potrebbero dire la stessa cosa di me, e non è detto che non sia un complimento – finalmente, un bel giorno, per una serie di coincidenze difficilmente ripetibili, ho realizzato di potermi lanciare nell’avventura di Comprare Una Casa.

“Che bello”, ha detto mia madre, quando le ho comunicato la mia intenzione, “hai vinto al Superenalotto?”

 

Prima di buttarsi nell’impresa è bene sapere che sarà pressoché inevitabile entrare in contatto con una categoria agguerritissima, quella degli agenti immobiliari. Sarà, poi, assolutamente indispensabile avere a che fare con una specie ancora più perniciosa, quella dei Proprietari Di Catapecchie Che Vogliono Comunque Vendere A Prezzi Esorbitanti; proprio in uno di questi esemplari mi sono imbattuta al mio primo Appuntamento Per Vedere La Casa.

 

“Per di qua”, mi ha detto la Proprietaria, una cinquantenne piacente e molto abbronzata, aprendo il portone di un palazzo completamente coperto da impalcature. Siamo entrate in un piccolo cortile infestato dalle erbacce e chiuso sui quattro lati da case apparentemente sul punto di crollare; poi lei ha aperto una porta sulla destra e mi ha preceduto in quello che, di primo acchito, ho valutato essere un magazzino di mobili.

 

“Lo usa come deposito?”, le ho chiesto infatti, mentre facevamo lo slalom tra l’armadio Iride e il letto contenitore GinFizz di PianetaRisparmio (con in più due comodini, camera da letto completa a 199,99 euro), piazzati in mezzo allo stanzone proprio accanto al cubo di cartongesso in cui era stato ricavato il bagno.

“Ma no, è affittato”, ha risposto lei, indicandomi una famiglia bengalese (padre, madre e quattro figli) arroccata sul divano accanto all’armadio.

 

“Vede?”, ha proseguito, gesticolando in direzione di una grossa macchia di umidità prosperante nei pressi dell’unica finestra, “i soffitti sono alti, si può soppalcare. Verrà un gioiellino!”.

“Ma il prezzo è trattabile?”, ho chiesto cauta, pensando che, se avesse accettato di togliere sessantamila euro e la famiglia bengalese, avrei magari potuto pensarci.

Lei ha sbarrato gli occhi: “Scherza? La ristrutturazione è stata fatta dal celebre architetto Vattelappescoli, solo per quella ho speso uno sfascio (sic). Al prezzo che chiedo mi rifarò a malapena delle spese”.

 

Ho salutato la signora, sicura che non l’avrei rivista mai più, e mi sono detta che, magari, rivolgersi a un’agenzia immobiliare non potesse poi essere una così cattiva idea; così, un sabato mattina a mezzogiorno mi sono trovata davanti a un grosso cancello, corrispondente all’indirizzo di un grazioso bilocale in discrete condizioni.

 

C’eravamo solo io e un ragazzotto sui venti che si rollava una canna. Dopo circa dieci minuti, visto che non arrivava nessun altro, gli ho chiesto: “Ma per caso sei dell’agenzia?”; lui, terrorizzato, ha buttato la canna che non aveva ancora finito di fumare e mi ha aperto il cancello farfugliando delle scuse.

 

L’appartamento in vendita era al primo piano e vi si accedeva per una scala esterna piuttosto pericolante. I metri quadri dichiarati nell’annuncio erano cinquanta, ma lo strumento con cui erano state fatte le misurazioni doveva essere stato difettoso, perché bisognava coordinare bene i movimenti per non urtare l’uno contro l’altro facendo il giro delle stanze.

 

“Questa è la camera da letto”, ha iniziato lui, entrando in uno stanzino buio, totalmente occupato dal letto; “questo è il bagno”, un tugurio di un metro per uno e mezzo; “e questo è…”, ha proseguito, ma l’ultima parte della frase si è persa totalmente nell’improvviso frastuono proveniente dall’unico ambiente che non avevamo ancora visitato: la veranda coperta. Sono corsa ad affacciarmi e ho visto con orrore un treno passare subito sotto i nostri piedi: la casa dava direttamente sui binari della ferrovia Roma Laziali – Giardinetti.

 

“In definitiva, è la casa di Seven”, ho commentato mentre uscivamo, “solo che tu non sei Brad Pitt”.

“Manco lei è Gwyneth Paltrow, se è per questo”, ha risposto lui serafico, preparandosi un filtrino.

 

(1 – Continua)

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