I gemelli della neve

Intirizziti e tremuli i bucaneve hanno in natura la grazia speciale dei piccoli intrepidi. Tra gennaio e febbraio spuntano candidi, e paiono giocare coi fiocchi mulinanti del nevischio, rafforzarsi al vento di tramontana, trarre linfa dal gelo che ai crochi intempestivi strazia le corolle.

 

 

I Galanthus nivalis, questo il loro nome scientifico, sono bulbose appartenenti alla famiglia delle Amaryllidaceae, che ogni anno si profondono in coppie fogliari nastriformi alla base di un breve scapo dal fiore solitario, il cui peduncolo ricurvo è avvolto in una spata traslucida. Il perigonio (cioè l’involucro floreale senza distinzione tra calice e corolla) è formato da sei tepali bianchi, i tre esterni hanno forma ovata e sono lunghi il doppio dei tre interni, differenziati anche dal leggero margine bilobato, ombreggiato di verde.

 

 

Ma il Galanthus ha un gemello con cui può essere confuso, gareggiando con lui in pendula bellezza. È il Leucojum vernum, più raro nei nostri areali, difforme dal parente solo per i tepali di uguale lunghezza, ognuno con all’apice un pois verde. Ne viene una gonnella più gonfia e sbarazzina rispetto alla linea affusolata dell’altra. E, se uno solo se ne dovesse scegliere per il giardino, si sarebbe presi dall’indecisione in cui si trovano certe donne (che se le possono premettere entrambe) davanti a una sottana a palloncino anni ’80, o a una longuette dei ’40.

 

 

Dispiace fare la maestrina con la penna blu priva di senso del poetico, e correggere il vate della botanica, il nostro amato Pascoli, che ha scritto liriche per ogni fiore di campo e ogni albero di bosco, e che bacchettava Leopardi per il mazzolino di rose e viole. Ma nel componimento dedicato a queste due campanule, giustappunto intitolato I gemelli, parla impropriamente di petali, quando il termine tepalo (per metatesi da petalo) era già in uso dal 1827 su proposta del botanico francese Auguste P. De Candolle. Certo, a parziale giustificazione di Giovannino, in Italia «tepalo» pare attestato solo nel 1906, giusto un anno dopo la composizione del testo. Ma, insomma, questi suoi versi meritano di essere ritagliati dal poemetto mesto e patetico al solito:

 

Ed egli fu il leucoio, ella il galantho,
il fior campanellino e il bucaneve.
E questo avea tre petali soltanto;
e quello, sei, coi sommoli un po' verdi.
Candidi entrambi, a capo chino entrambi

 

 

Gli inglesi, che certo hanno il weather ideale per coltivarlo in bordure, ai piedi degli alberi o a macchie nei tappeti erbosi, chiamano il bucaneve snowdrop (goccia di neve). E inglesi sono le poesie che meglio lo celebrano. Gli hanno dedicato liriche William Wordsworth e Alfred Tennyson, ve le regalo tutte e due nella versione originale e in una traduzione di servizio, che non privilegia il ritmo serrato dell’una e la sintetica pregnanza dell’altra.

 

W. Wordsworth, To a Snowdrop

Lone flower, hemmed in with snows and white as they

But hardier far, once more I see thee bend

Thy forehead, as if fearful to offend,

Like an unbidden guest. Though day by day,

Storms, sallying from the mountain-tops, waylay

The rising sun, and on the plains descend;

Yet art thou welcome, welcome as a friend

Whose zeal outruns his promise! Blue-eyed May

Shall soon behold this border thickly set

With bright jonquils, their odours lavishing              

On the soft west-wind and his frolic peers;

Nor will I then thy modest grace forget,

Chaste Snowdrop, venturous harbinger of Spring,

And pensive monitor of fleeting years!

                                                            

Fiore solitario, orlato di neve, e com’essa bianco
Ma ben piú forte, ancora una volta ti vedo piegare
La fronte quasi timoroso di offendere,
Come un ospite non invitato. Benché giorno per giorno
Le tempeste, che balzan fuori dalle vette dei monti, tendano imboscate
Al sole nascente, e calino giú fino alla pianura;
Ciò nonostante tu sei il benvenuto, come un amico
Il cui zelo supera le sue promesse! Maggio dagli occhi blu
Guarderà presto questo limitare di terra fittamente composto
Di brillante giunchiglia, i cui odori che si profondono
Tra il morbido vento d’occidente e i suoi allegri compagni;
ma io anche allora non scorderò la tua graziosa modestia,
casto Bucaneve, audace messaggero della Primavera,
Che malinconico ricordi gli anni fuggitivi!

 

Alfred Tennyson, The snowdrop

 

Many, many welcomes,
February fair-maid!
Ever as of old time,
Solitary firstling,
Coming in the cold time,
Prophet of the gay time,
Prophet of the May time,
Prophet of the roses,
Many, many welcomes,
February fair-maid!

 

Benvenuto e ancora benvenuto,
leggiadro fiore di Febbraio,
fin dai tempi antichi
solitaria primizia.
Giungi con il freddo,
annunciando un tempo più lieto,
anticipando maggio,
precedendo le rose.
Benvenuto e ancor benvenuto,
leggiadro fiore di Febbraio!

 

 

In questi ultimi giorni di febbraio, non resta che imbattersi in una distesa di Galanthus o di Leucojum su un prato umido per il disgelo, o in un bosco fresco di pruina, per sciogliere il freddo con una tenerezza che riscalda e ripara il cuore: un mare bianco di martinelle che par di sentir squillare al primo soffio d’aria, non per annunciar guerra, bensì gioia a perdifiato per la primavera di mezzo inverno, una stagione a parte, come la definì T.S. Eliot («Midwinter springs is its own season», Littel gidding, I, Four Quartets).

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