L’albero delle castagne, amare

Sacramentano i milanesi, perché gli gibollano le carrozzerie: in questi giorni di primo autunno i frutti dell’ippocastano (Aesculus hippocastanum) vengon giù con botti fragorosi. Ma io sto dalla sua parte: girino alla larga e non lo molestino posteggiandogli sui piedi. È un tipo solido, forte di tronco, alto di palco, infonde sicurezza da ogni ramo, vigore da ogni gemma, grossa e protetta da perule vischiose. A maggio, pure le pannocchie florali, erette, impettite all’apice delle fronde, danno un’idea della personalità e del carattere di questo individuo arboreo arrivato a Vienna dall’Europa Orientale nel XVI secolo.

 

 

È poi a Parigi nel 1615, per merito di Bachelier, e nel 1633 in Inghilterra, dov’è tenuto in gran conto per le sue qualità paesaggistiche. In Italia lo introduce il medico e botanico Mattioli nel 1557, ma da noi mostra difficoltà a naturalizzarsi (non ci sono boschi di ippocastani) e si deve accontentare dei viali e dei parchi cittadini del centro-nord. Non proprio la situazione ideale per uno che ha bisogno di spazio per mostrare al meglio il suo portamento fiero e distendere la densa chioma piramidale. Così in città, quando non è attaccato dalla Guignardia aesculi – un fungo responsabile dell’antracnosi dell’ippocastano che, anche nel pieno del rigoglio, lo arrugginisce – esposto agli agenti inquinanti e a substrati salini non idonei, è facile bersaglio del «bruciore non parassitario» che arrossa i margini fogliari e ne dissecca le lamine.

Nella poesia Cuore di legno (1984, in Ad ora incerta), Primo Levi ci ha dato il ritratto di un esemplare torinese, in postura alquanto scomoda e in un contesto di disagio ambientale: 

 

 

Il mio vicino di casa è robusto.

È un ippocastano di corso Re Umberto; 

ha la mia età ma non la dimostra.

Alberga passeri e merli, e non ha vergogna,

in aprile, di spingere gemme e foglie,

fiori fragili a maggio,

a settembre ricci dalle spine innocue

con dentro lucide castagne tanniche.

È un impostore, ma ingenuo: vuole farsi credere

emulo del suo bravo fratello di montagna

signore di frutti dolci e di funghi preziosi.

Non vive bene. Gli calpestano le radici

i tram numero otto e diciannove

ogni cinque minuti; ne rimane intronato

e cresce storto, come se volesse andarsene.

Anno per anno, succhia lenti veleni

dal sottosuolo saturo di metano;

è abbeverato d’orina di cani,

le rughe del suo sughero sono intasate

dalla polvere settica dei viali;

sotto la scorza pendono crisalidi

morte, che non saranno mai farfalle.

Eppure, nel suo tardo cuore di legno

sente e gode il tornare delle stagioni.

 

 

Ma, in condizioni ottimali, l’ippocastano è longevo e campa fino a 200 anni. È apprezzato per l’ombra garantita dal precoce sviluppo delle grandi foglie, composte da cinque-sette segmenti obovati convergenti sul picciolo come le dita sul palmo della mano, ed è uno degli alberi da fiore più imponenti, per questo coltivato come essenza ornamentale, anche nelle varietà a fiori rossi o rosa (Aesculus carnea), di dimensioni ridotte e più lente nella crescita (e più resistenti alle micopatie), risultato degli incroci con la specie nordamericana Aesculus Pavia. Scenografiche le infiorescenze a cono lunghe un paio di spanne: portano molte profumate corolle, grandi poco meno di tre centimetri, con cinque petali bianchi (o rosa) spruzzati di giallo o di porpora alla base, e con al centro sette stami sporgenti dalle antere ocra. I frutti li riconosciamo tutti: simili alle domestiche castagne ma più globosi e con un grande ilo grigio alla base, custoditi, spesso in coppia, da una capsula dagli aculei più radi e meno pungenti dei ricci del nostro sativo. Ricche di fecola, queste castagne amare non sono commestibili per l’alto contenuto di saponina. Cotte, e in giuste dosi, erano usate come stimolanti per i cavalli bolsi (da cui il nome); tutt’ora, ridotte in farina, sono un ingrediente dei mangimi zootecnici. 

 

 

Dicevamo degli inglesi che ne hanno presto capito e goduto i pregi; nella loro letteratura alberi e fiori han sempre un posto di riguardo. L’ippocastano ha il suo nel romanzo di Charlotte Brontë Jane Eyre: è sulla panca circolare sotto l’ippocastano gigante del parco della tenuta di Thornfield che Jane e Mr Rochester si siedono per il colloquio che si crede d’addio e sfocia, invece, in una dichiarazione d’amore. Ma i segreti di Mr Rochester incombono sulle volontà e sui desideri di entrambi, e l’albero scelto come testimone di fede promessa diviene annuncio di una separazione e di una rovina prossima, di un amore che va purificato con un fuoco che non sarà quello della passione:

 

cosa tormentava l’ippocastano? Si torceva e si lamentava, mentre il vento mugghiava lungo il viottolo degli allori e soffiava violento sopra le nostre teste.

«Dobbiamo rientrare», disse Mr Rochester, «il tempo sta cambiando. Fosse dipeso da me, sarei rimasto qui con te fino a domani mattina, Jane».

«Anch’io,» pensai, «sarei rimasta con te». E forse l’avrei detto se un lampo livido e accecante non fosse guizzato fuori dalla nube che stavo guardando e se non fossero seguiti uno scoppio, uno scroscio e un sonoro rimbombo; pensai solo a nascondere i miei occhi abbagliati contro la spalla di Mr Rochester. […]

Il mattino dopo, mentre ero ancora a letto, la piccola Adèle entrò di corsa in camera mia per dirmi che, durante la notte, il grande ippocastano in fondo al frutteto era stato colpito dal fulmine e spaccato a metà. 

 

 

Dopo qualche giorno, questa è la scena che si presenta agli occhi di Jane:

 

In fondo al vialetto degli allori, mi ritrovai di fronte al relitto dell’ippocastano: si ergeva nero e spezzato, e il tronco, spaccato a metà, era una spaventosa bocca spalancata. Le due metà non si erano separate del tutto perché la solida base e le radici resistenti le tenevano unite, in basso; ma la loro vitalità era andata distrutta, la linfa non poteva fluire più: da entrambi i lati, i grossi rami erano morti e le tempeste del prossimo inverno avrebbero di sicuro fatto cadere a terra una delle due parti, se non entrambe. Eppure, per ora, quei due monconi avevano ancora la forma di un albero – una rovina, ma una rovina ancora in piedi.  

 

Che dite: meglio schiantarsi così, dopo una vita felice in un parco inglese, immortalato da una grande storia d’amore, o intossicarsi poco a poco nel viale di una città del nord Italia? 

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