Angela & Yervant: una vita da cineasti
I diari di Angela – noi due cineasti, capitolo terzo chiude la trilogia iniziata nel 2018. «Non avevo idea che tanti film privati sarebbero poi diventati un unico corpo, e che il nostro diario parallelo, filmico e scritto, si sarebbe sincronizzato con tanta precisione», scrive Yervant Gianikian nelle note per la Biennale di Venezia 2025. Ma i film hanno preso forma in maniera organica, senza alcun progetto predefinito. Gianikian non ha mai smesso di lavorare dopo la perdita di Angela; anzi, il lavoro è diventato sempre più necessario, per attraversare il lutto e trovare una modalità pubblica di ricordo. La natura “vissuta” di questi film li rende straordinari nel pieno senso della parola.
Il terzo capitolo contiene momenti di delicatezza e tenerezza, specialmente nelle scene in campagna a Pavo. E nello stesso tempo pone in primo piano le parole penetranti di Angela, qui interpretate da Lucrezia Lerro, e rivela lo sguardo diretto sul mondo che caratterizza il lavoro dei due grandi cineasti. Quest’opera ultima non vuole essere la continuazione di un racconto, né un’aggiunta in una sequenza. È meglio pensarla come una danza, o come il vento che passa tra gli alberi, con un andamento, un ritmo e delle associazioni che sfidano categorie e interpretazioni facili.
I film per cui Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sono più conosciuti si basano su filmati storici originali girati in Europa, Russia, Medio Oriente, India, Africa Orientale, Australia ed Estremo Oriente.
Il titolo di una delle loro opere più importanti, Dal Polo all’Equatore (1986), indica l’ampiezza geografica di un approccio che ha cercato di ri-significare delle immagini di “impero” nel ventesimo secolo. Il loro lavoro nasceva da una vasta ricerca d’archivio e dalla raccolta sistematica di vecchie pellicole. Parallelamente, i due andavano creando un archivio di immagini e materiali originali. Yervant con una cinepresa portatile, e Angela con taccuino e acquerelli, hanno documentato visivamente e senza interruzioni la loro vita di lavoro. Ricorrono spesso fotografie e immagini in movimento dell’uno o dell’altra. Durante i viaggi, Yervant filmava regolarmente Angela con una cinepresa portatile, mentre Angela fotografava lui con una macchina fotografica 35mm a flash istantaneo. Il raddoppiamento può essere visto come una caratteristica della loro pratica artistica, anche nel loro ri-filmare vecchi materiali per creare opere nuove. La loro co-autorialità esprime una dinamica che è anche propria del loro privato. Solo dopo la morte di Angela, nel febbraio 2018, è diventato possibile avere accesso alla vita e al lavoro che hanno condiviso per oltre quarant’anni. Con I diari di Angela – noi due cineasti (2018) e il suo seguito I diari di Angela – noi due cineasti, capitolo due (2019), Yervant Gianikian ha realizzato due film a partire dall’archivio privato, ossia i suoi “home movies”, e dai diari di lei. Una fatica amorosa che mostra la natura speciale della relazione alla base della loro straordinaria impresa creativa. ".
Yervant e Angela divennero coppia nel 1975, e subito la relazione si trasformò in un sodalizio artistico. Il loro primo film, Erat Sora, sovrappone a tre minuti di pellicola girata da Angela con una cinepresa 8mm delle immagini opera di Yervant. Tutti i film successivi sono cofirmati. Delle loro vite precedenti si sa poco. I due parlavano sempre come se la loro vita artistica fosse iniziata davvero con Erat Sora, le cui immagini tremule aprono I diari di Angela – noi due cineasti. Neppure la morte di Angela interruppe il sodalizio. La sua presenza emerge forte nei film del 2018 e 2019 non solo attraverso i diari, i dipinti, le registrazioni vocali e le immagini filmate, ma anche nella promessa formulata da Yervant di continuare il loro lavoro e completare i progetti previsti. Gianikian definisce il primo film come un "disperato tentativo di riportarla al mio fianco, di farla rivivere, la continuazione del nostro lavoro come scopo, missione attraverso i suoi quaderni e disegni.
I due film-diario I diari di Angela – noi due cineasti e il capitolo successivo, mostrano i grandi viaggi intrapresi insieme: nell’Est della Turchia (antica madrepatria armena) nel 1979, nella Repubblica Sovietica d’Armenia nel 1987, negli Stati Uniti nel 1981, a Leningrado nel 1989-90, a Mosca nel 1993, e a Gerusalemme nel 2007. Ogni viaggio è intimamente connesso al loro lavoro e alle loro vite: l’Armenia del padre di Yervant, Raphael, sopravvissuto bambino al genocidio del 1915; l’America di film-makers indipendenti come Jonas Mekas e Stan Brakhage, la Russia di Dziga Vertov e delle avanguardie storiche. Nei film, i diari producono un flusso di ricordi che abbandona ogni linearità temporale.
"14.10.81 – quattordici, dieci, ottantuno", sentiamo la voce di Yervant Gianikian leggere ad alta voce. È una pagina del diario scritta a New York. "La spesa – taxi a Milano 10.000 lire tobacco 54 franchi francesi… 17.10.81 giornata decisiva – questa sera ci sarà il nostro lavoro proiettato alla Millenium alle 20.00". Il piccolo taccuino quasi gli si apre tra le mani, una rosa secca tra le pagine. Le mani, la voce: tutto appare carico di sentimento. Le pagine registrano soprattutto informazioni sui luoghi visitati, le date, i nomi delle persone incontrate o che li hanno ospitati, dettagli su proiezioni, pasti consumati, sul tempo. I due artisti arrivati dall’Italia avevano passato due mesi a portare il loro cinema profumato in cinema indipendenti in giro per gli Stati Uniti, facendo tappa a Pasadena, Los Angeles e San Francisco e a El Paso, New Mexico, prima di tornare a New York via Minneapolis-Saint Paul, Toronto e Pittsburgh. “Abbiamo $540 quarantaseiesimo giorno… 28 novembre 81 mattinata tremenda per me dei dolori”. Il viaggio si faceva sentire. Nonostante i diari e anche le fotografie documentino l’ospitalità e generosità dei film-makers nordamericani, tanto che il film diventa un ritratto di gruppo dei cineasti indipendenti dell’epoca.
Nel cinema profumato non esisteva una colonna sonora. Al suo posto i due autori creavano una “traccia olfattiva” con essenze distillate che diffondevano durante ogni proiezione. Erat Sora: essenza di rosa; Vladimir Propp – Profumo di lupo (1975): lampone; Cesare Lombroso – Sull’odore di garofano (1976): garofano. Dopo il tour americano, interruppero questo tipo di produzione. Nel 2001, quando il MOMA dedicò loro a una retrospettiva, i film profumati erano ormai un lontano ricordo.
Nel dicembre del 1989 e nel gennaio del 1990 Gianikian e Ricci Lucchi si trovavano a Leningrado, dove grazie alla glasnost, registrarono le testimonianze di un “archivio vivente”: i membri superstiti dell’avanguardia russa sopravvissuti alle purghe staliniane. Al loro ritorno nel 1993 riuscirono a entrare negli archivi cinematografici statali di Mosca alla ricerca di filmati per Prigionieri della guerra (1995). I diari di Angela mostra quel che lavorare lì comportava. Gianikian era riuscito a filmare dei filmati con una camera a mano. Possiamo farci un’idea della quantità di immagini da passare alla moviola. Angela scriveva nel diario: "ci ingioiamo d’immagini tutto a un ritmo forsennato"; il malmostoso gatto Mushka, la cui amicizia con Angela aveva aperto il cuore di un funzionario non noto per la sua disponibilità. I due riuscirono a riportare alla luce filmati rarissimi che altrimenti sarebbero rimasti sepolti per sempre.
I materiali russi portarono alla grande installazione Journey to Russia (1989–2017) mostrata a Documenta 14 (Kassel, 2017). Una gestazione di quasi trent’anni non era comunque in contrasto con il loro modo di lavorare: Dal Polo all’Equatore aveva richiesto cinque anni, e Oh! Uomo tre anni. Secondo Gianikian, avevano ri-filmato oltre un milione di singoli fotogrammi. Ciascuno dei due trasfondeva nel processo il suo specifico sapere, abilità, idee, ma il processo creativo, dall’ideazione alla presentazione del risultato finito, era condiviso. Così, la loro opera dev’essere approcciata come un tutto organico: il risultato del lavoro di una vita.
Nel 2017 Humboldt Books pubblica The Arrow of Time, che contiene la riproduzione di pagine di diari e acquerelli. Una citazione di Čechov recita: "The steamer ship Baikal […] I have just spent two months in the north of Sakhalin […] I have seen everything, so the question is not what I have seen, but how I have seen it". Segue la nota: "We came back from Russia a hundred years later. Angela and Yervant"
Il senso di vicinanza dei due con lo scrittore germina dalla volontà condivisa di mostrare quello che gli altri tentano di nascondere, o da cui tentano di nascondersi – in questo caso, la ferita dei prigionieri politici e dei popoli oppressi. Il diario di Angela ricorda, con un piacere venato di tristezza, le loro visite ad anziani sopravvissuti dell’avanguardia, soprattutto vedove, a San Pietroburgo. Un acquerello di un interno domestico di Leningrado comprende le parole: “Il piccolo frammento di un grande vetro frantumato per sempre”.
Il diario del 1981 non includeva disegni e acquerelli. È di formato tascabile. Un formato più grande permetteva ad Angela di fare schizzi e lavorare ad acquerello, con le sottili righe azzurre che accoglievano le annotazioni manoscritte. Sceglieva invariabilmente di usare quaderni neri con angoli rossi della stessa marca, circa una sessantina dei quali finirono per occupare gli scaffali della sua stanza-studio-archivio nell’appartamento di Milano. In I diari di Angela – noi due cineasti, Yervant legge frammenti di testo e mostra immagini di Angela, senza privilegiare l’una o l’altra cosa, poiché le immagini non sono illustrazioni ma sgorgano dalle pagine così come le parole. A volte spuntano come potrebbe spuntare una capra sul fianco di una montagna, non incorniciate né ancorate a uno spazio designato. Sono dipinte rapidamente, e nelle opere di Angela si avverte un uso sicuro della linea a matita e un acquerello fluido ed espressivo. L’impressione è che Yervant abbia riscoperto i quaderni mentre realizzava I diari di Angela, leggendoli a tratti per la prima volta. In precedenza erano stati un accompagnamento costante al loro lavoro comune. All’inizio dei progetti, Angela compilava un elenco di libri da leggere. Era lei principalmente a leggere e occuparsi delle ricerche. Le sue mappe schematiche li aiutavano a orientarsi durante il montaggio di complesse sequenze filmiche. Nel caso di Dal Polo all’Equatore, realizzò uno schizzo analitico che in seguito divenne il poster del film. I diari giustappongono spesso appunti di lavoro a brevi descrizioni di luoghi visitati o persone incontrate. L’approccio di Angela è concreto e pragmatico. Non ci sono parole di troppo. Servono da promemoria per il futuro. Allo stesso tempo, nelle sue pagine affiorano humour e un lampo di malizia. Nelle mani di Yervant, i diari acquisiscono un’aura. Come nei film che hanno realizzato insieme, gli atti più semplici della vita quotidiana diventano visibili, dotati di una loro dignità.
Gianikian e Ricci Lucchi si recarono a Gerusalemme nel 2007 e produssero molte ore di girato durante la Settimana Santa. Il progetto iniziale doveva essere finanziato privatamente, con l’accordo che gli autori avessero il controllo editoriale sul proprio film. Purtroppo chi finanziava cercò di interferire. I cineasti decisero allora di riprendere il controllo del proprio lavoro e restituire i fondi ricevuti. Di conseguenza, il girato rimase inutilizzato e non visto per molti anni. Infine, Yervant ne incorporò una parte in I diari di Angela, capitolo due, mostrando ampie sequenze del 2007 con i pellegrini riempiono le strette vie della città e religiosi che compiono rituali in chiese rumorose e affollate. Mentre le scene scorrono sentiamo Yervant leggere frammenti del diario di Angela: «Alla messa armena tutto è biblico – il rituale, i colori – siamo nell’antico… Il priore lava i piedi. Sembra il Sogno di Costantino di Piero della Francesca… Andati alla Via Dolorosa dove furiosi portano croci». Dentro e fuori il Santo Sepolcro, la rabbia e l’intolleranza tra cristiani è palpabile. Angela è esplicita riguardo al fanatismo religioso di cui sono testimoni: «Il nostro viaggio più duro. Non è possibile rappresentare le emozioni… come le tre scimmie non vedo non sento non parlo».
L’Armenia occupa un posto centrale nell’opera di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi. I diari di Angela mostra il viaggio nell’Anatolia orientale, dove gli armeni avevano vissuto per secoli prima del genocidio. I cineasti seguono le tracce del padre di Yervant, Raphael, che nel 1976 torna nelle terre dei suoi antenati, dove non rimane nessuno della sua famiglia. Non c’è alcuna traccia visiva da filmare di ciò che era accaduto – solo le persone, i negozi e le automobili di una piccola città della Turchia contemporanea. Le riprese a mano di una via affollata sono accompagnate dalla voce di Raphael che legge a uno a uno i nomi dei suoi familiari, indicando le circostanze della loro morte. Racconta che da bambino aveva visto un campo seminato di migliaia di corpi e il letto di un fiume colmo di cadaveri decapitati. Anche il viaggio dei due è una sorta di pellegrinaggio. Una scena mostra Yervant che ferma l’auto e va a raccogliere un po’ di terra da mettere in un sacchetto per portarsela a casa. Due film di Gianikian e Ricci Lucchi affrontano esplicitamente il genocidio, Ritorno a Khodorciur. Diario Armeno (1986) e Io ricordo (1997). Il ruolo centrale della memoria è inscindibilmente legato all’Armenia. La negazione del genocidio da parte dello stato turco e la scarsità di testimonianze visive del periodo rendono il ricordo ancora più importante. La testimonianza passa di padre in figlio. Raphael era un uomo di parole, che ha trasfuso i propri ricordi nello scritto, mentre Yervant cerca di portarli nel mondo attraverso il cinema.
I diari di Angela, capitolo due include anche il viaggio nella Repubblica d’Armenia nel 1987 che i due compirono con il loro caro amico Walter Chiari, celebre attore e comico. All’inizio del film, una scena mostra Chiari che cerca delle parole per descrivere il paesaggio con il Monte Ararat in lontananza. Declama con enfasi teatrale, ma non resiste a definire una sottile striscia di nuvole all’orizzonte come il fumo di una sigaretta di Dio. Poesia e comicità si mescolano in un omaggio a un luogo sacro che è anche un dono d’amicizia per la coppia. Walter Chiari aveva chiesto di accompagnarli in questo ultimo viaggio prima che un’operazione alle corde vocali gli portasse via la voce.
Quando Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi vincono il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia del 2015, è per un’opera esposta al Padiglione Armeno. Il padiglione esplorava l’“Arménité”, o Armenity – un concetto che gli artisti abbracciarono con il senso di «ricostruire un’“assemblea transnazionale” a partire dai frammenti di un’identità infranta». Ritorno a Khodorciur. Diario Armeno e Io ricordo sono stati esposti insieme a un rotolo di 17 metri dipinto da Angela ispirato ai racconti popolari armeni medievali. I racconti erano stati tradotti da Raphael, che le aveva inviato registrazioni su nastro in cui leggeva la versione italiana. Esposto per la prima volta all’Hangar Bicocca nella grande retrospettiva del 2012, il formato e l’ambizione del rotolo segnano una nuova tappa. Riafferma inoltre la stretta relazione tra Angela e Raphael nel corso degli anni.
I diari di Angela, capitolo due termina con una scena girata da Yervant a Central Park, New York, che mostra Raphael e Angela insieme. Ridono, parlano e sono ripresi mentre corrono insieme. All’inizio, il filmato in 8mm registra i colori naturali del verde e degli alberi. Poi il contrasto tra luce e ombra si accentua: il sentiero asfaltato diventa argenteo come un fiume, gli abiti chiari risplendono e le figure si fondono con le ombre che portano a un tunnel di luce in lontananza. Li accompagnano le note malinconiche di un duduk. Un momento che poteva essere tipico di un filmino di casa diventa ora un ricordo di partenza per l’ultimo viaggio.
Tra partenze e ritorni, nei continui spostamenti, avevano alcuni punti fermi, luoghi dove potevano lavorare in relativa tranquillità. Uno, dalla metà dagli anni Settanta, era l’appartamento di Milano, che era casa e luogo di lavoro. Un altro era la casa di Pavo, nel Monferrato, dove potevano rifugiarsi dal caldo cittadino in estate e dove gli annessi ospitavano materiali filmici. A Milano ciascuno aveva il proprio spazio di lavoro – Yervant una stanza con una postazione da montaggio, Angela un’altra con scaffali di faldoni e un grande tavolo per dipingere e scrivere. In parte, la disposizione degli spazi rifletteva una divisione generale dei compiti: Yervant, con le sue competenze tecniche e la conoscenza di cineprese, materiali filmici e della storia del cinema muto; Angela, con la sua ricerca e i suoi archivi, la scrittura e la pittura. La cucina in entrambe le case poteva essere considerata territorio di Angela, che preparava i pasti e si occupava delle incombenze quotidiane. Tuttavia, la distinzione tra lavoro e quotidianità era sfumata: per loro vita e lavoro erano quasi una cosa sola. Un incidente quasi fatale causato da pellicola nitrata altamente infiammabile ne fu la drammatica dimostrazione.
Accadde nella loro casa di Pavo. Yervant chiese più avanti ad Angela di scrivere dell’evento, che poi lei raccontò di persona davanti alla telecamera, come vediamo in I diari di Angela – noi due cineasti. È il 9 settembre 2014. Angela racconta: «Un boato e davanti ai miei occhi passa Yervant come folle… è una torcia umana». Ne dipinge ogni momento: la figura avvolta dal fuoco, la rimozione dei vestiti ustionanti con le forbici, i vicini accorsi ad aiutare, l’ambulanza, Yervant con tubi dappertutto. La sua voce fatica a contenere emozioni, che vanno dalla paura all’affetto e al sollievo. «Yervant viene impacchettato come un cioccolatino in carta d’oro», dice a un certo punto. Lui, però, quando non è in preda al delirio, riesce a pensare solo al lavoro da fare: «Fragile e forte insieme l’unico argomento che gli è venuto in mente è il nostro fare da artisti». Angela ammette di essere riuscita a piangere lacrime di sollievo solo mesi dopo, alla Biennale di Venezia. Anche se i buoni vicini e i medici hanno giocato un ruolo, Yervant deve la vita ad Angela.
L’incidente di Yervant deve aver riportato alla memoria di Angela l’esperienza della guerra vissuta da bambina. Ne scrisse più avanti, nel dicembre 2017, mentre era immobilizzata a letto dal male che l’avrebbe condotta alla morte due mesi dopo. In I diari di Angela, capitolo due (2019), gli schizzi sono accompagnati dalla voce fuori campo di Lucrezia Lerro che legge le sue parole. Tutto era iniziato con una gita di famiglia in bicicletta, un giorno d’estate; improvvisamente Angela si era ritrovata sola in mezzo agli spari. Erano tra l’esercito tedesco d’occupazione e le forze alleate. La casa di famiglia si trovava proprio sulla linea del fronte, la Linea Gotica, e diventava così un bersaglio per cecchini e artiglieria. Angela descrive in maniera vivida soldati colpiti dai proiettili, corpi sventrati e animali morti sparsi nei campi. Il resoconto è fattuale, ma ha la drammaticità della testimonianza in prima persona. L’unico momento di sollievo arriva quando la mucca di famiglia, Burella, riesce a fuggire ai suoi rapitori e tornare a casa. Per il resto, l’orrore della guerra è rivisitato senza esitazioni. Come sottolineò Yervant, Angela e suo padre Raphael erano entrambi sopravvissuti da bambini a esperienze traumatiche estreme.
Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi insistono sull’imperativo di combattere la violenza nelle sue molte manifestazioni storiche: dalla caccia per diporto agli animali selvatici in Dal Polo all’Equatore alla distruzione della Prima guerra mondiale in Prigionieri della guerra, Su tutte le vette è pace (1998) e Oh! Uomo (2004), dagli attacchi italiani con gas tossici contro gli etiopi in Pays Barbare (2013) al bombardamento fascista di civili in Frente a Guernica (2023). Lo spettatore deve guardare la violenza in faccia. La macchina che rallenta ed entra nel fotogramma porta lo spettatore più vicino alla visione. In Oh! Uomo, bambini che stanno per morire di fame si voltano verso la telecamera, lo sguardo fisso e intenso. Nelle parole di Angela Ricci Lucchi, i cineasti chiedevano al pubblico di guardare per alcuni minuti quello che loro avevano dovuto guardare per settimane e mesi durante il montaggio. NUMERO 7
NON NON NON – il titolo della prima retrospettiva italiana – cattura magnificamente lo spirito del loro lavoro. Un rifiuto di accettare l’ordine delle cose nel mondo. Un appello agli artisti a non scendere a compromessi. Immediatezza. Soprattutto, un atteggiamento.
Un acquerello di Angela Ricci Lucchi contiene la formulazione originale:
non-politico
non-estetico
non-educativo
non-progressivo
non-co-operativo
non-etico
non-coerente
contemporaneo
Sembrerebbe un manifesto, ma un manifesto che respinge una serie di categorie e afferma l’immediatezza della loro opera. Yervant Gianikian descrive il loro metodo di lavoro così: «È molto complicato e semplicissimo allo stesso tempo». La complessità sta nella ricerca dei materiali filmici, nel rifilmare, ricomporre, ricolorare e, infine, nel nuovo montaggio. Allo stesso tempo, in varie interviste, i due ribadiscono l’impegno a realizzare film che parlino al presente. La storia come ricostruzione non li interessa. Se c’è un pensatore che potrebbe dire di loro, è probabilmente Walter Benjamin. Per Benjamin, il compito era risvegliare la coscienza storica, «afferrare un ricordo nel suo balenio nell’istante del pericolo».
Quando divenne chiaro che per la salute di Angela non c’era possibilità di miglioramento, nelle loro vite tutto cambiò. Yervant legge ad alta voce, quaderno alla mano:
«Dal gennaio 2016 questo diario che chiamo cronache voglio fermare ciò che trascorre nostra vita di ogni giorno, le cose ripetute di sempre: alzarsi, nutrirsi, prendere fiato, riposarsi mentre scorre la nostra incessante ricerca di arte; soprattutto fissare le piccole e grandi cose, quelle differenti sorprendenti che fanno di ogni giorno un’avventura diversa. E questo anno prescelto la nostra vita ha avuto una nuova svolta. Il tempo è diventato prezioso».
La scena che segue mostra Angela mentre raccoglie pomodori nell’orto della casa di Pavo. Si sostiene con una stampella e chiede a Yervant di aiutarla con il cestino. La sentiamo dire che probabilmente è l’ultimo raccolto – «la dernière». La scena in I diari di Angela – noi due cineasti mostra la loro vita quotidiana che Angela desidera raccontare. Una scena, all’inizio del film, mostra Angela e Laura, la vicina novantottenne, che preparano il moscato con l’uva che hanno coltivato; in un’altra, si taglia la legna con una sega meccanica, sotto lo sguardo di Ernest, un altro vicino. L’amicizia con Laura ed Ernest aveva aperto ai due milanesi le porte della comunità rurale. Nella stessa sequenza, Yervant filma Angela mentre arrotola, taglia e dà forma alla pasta in cucina, di notte. I “filmini di casa” diventano un diario. Attività prima trascurate vengono registrate, rese preziose. Il verbo fermare, come nell’espressione fermare ciò che trascorre, si può applicare anche al montaggio dei fotogrammi, evidenziando come per loro, cineasti, vita e arte fossero indissolubili.
In copertina, Angela Ricci Lucchi, acquerello e china su carta, 1996.