Bossi, la rivoluzione della nostalgia

23 Marzo 2026

Se l'Italia è un laboratorio politico, dove si innovano linguaggi e pratiche, la Lega Nord è stata uno degli esperimenti più interessanti. Oggi diventa difficile capire quanto sia stata dirompente, perché quel modo di fare politica è diventato la norma e perché il demiurgo del movimento, Umberto Bossi, è stato messo fuori gioco da un ictus nel 2004 e poi da una serie di scandali grotteschi: il traffico di diamanti con la Tanzania, la laurea albanese del figlio Renzo (detto “il Trota”), le villette a schiera comprate in una località balneare vicino a Bucarest, il crac di Credieuronord (le perdite della “Banca Padana” che avrebbe dovuto sottrarre i risparmi dei “padani” alle grandi banche romane per “Milano Finanza” ammontavano a 77 milioni di euro). La vicenda era culminata in una condanna a Umberto Bossi e al tesoriere del partito Francesco Belsito in primo grado nel 2012 (poi arrivò la prescrizione). Ma in seguito a quella vicenda, nel 2018 la Cassazione ha imposto alla Lega Nord di restituire 49 milioni di euro di rimborsi elettorali.

Il movimento Bossi l'aveva inventato dal nulla nel 1984. Aveva intercettato i movimenti e le angosce profondi della società contemporanea e aveva dato loro un'espressione politica.

All'inizio sembrava la goliardata di un vitellone stagionato (vedi l’articolo di Marco Belpoliti). Quel quarantaquattrenne sfaccendato aveva preso a modello la Südtiroler Volkspartei e l'Union Valdôtaine, i due partiti che rappresentano le minoranze linguistiche in Alto-Adige e Valle d'Aosta: l'idea era di rilanciare i dialetti in via d'estinzione, sulla scia di quello che stava facendo in Piemonte l'Union Piemontèisa, fondata nel 1980 dal cantautore Gipo Farassino (peraltro anche Bossi aveva tentato la carriera di cantante, partecipando nel 1961 con il nome d'arte di Donato al Festival di Castrocaro, che all'epoca svolgeva la funzione che ha oggi Sanremo Giovani: non aveva funzionato, ma aveva imparato a stare sulla scena).

L'ispirazione storica era un ricordo scolastico: la Lega Lombarda, che nel 1176 aveva sconfitto l'imperatore Federico Barbarossa per difendere l'autogoverno e la libertà dei Comuni. Il simbolo del movimento mostra Alberto da Giussano con la spada sguainata, quello del monumento al centro della piazza di Legnano: ma Bossi l'aveva copiato dal marchio di una marca di biciclette, la Legnano.

Con questi ingredienti, non avrebbe dovuto funzionare. Invece Bossi – uomo di molte letture, malgrado l'ostentato anti intellettualismo, e persino autore di poesie in dialetto dove parla di scioperi e degrado ambientale – fu un astuto sociologo e antropologo dell'Italia contemporanea. Comprese che si era aperto un grande vuoto, aggravato dalla perenne crisi italiana e dall'immobilismo della partitocrazia.

Comprese che in Italia essere progressisti non conviene. Bossi ci aveva anche provato, curiosando nei primi anni Settanta tra Manifesto, PDUP, ARCI, movimenti ambientalisti e PCI. Ma qualunque tentativo di autentica riforma negli ultimi decenni è stato affossato. È subito fallito in un tintinnar di sciabole il sogno del centrosinistra nei primi anni Sessanta. Il terrorismo delle Brigate Rosse ha fatto implodere la spinta dei movimenti per i diritti degli anni Settanta (alla quale Bossi si era pure affacciato) e abortito il compromesso storico tra la DC di Moro e il PCI di Berlinguer. Il paese post-moderno sognato da Craxi con il pentapartito ha sperperato risorse (facendo impennare il debito pubblico) e favorito la corruzione, senza riuscire a modernizzare il paese.

Bossi sapeva anche che essere conservatori giova solo ai poteri forti, che perpetuano e accrescono le loro rendite di posizione, come accade da decenni nella stagnazione italica.

Allora, deve aver intuito Bossi, è meglio inventarsi la rivoluzione della nostalgia. La modernizzazione – la mutazione antropologica descritta da Pasolini – ha disgregato le antiche comunità. La globalizzazione e la spinta verso l'Europa hanno scolorato le identità nazionali. Il potere reale si è fatto finanziario, anonimo e impersonale, un nemico invisibile. Il processo di deindustrializzazione lascia una scia di capannoni abbandonati e disoccupazione. Le classi medie sono schiacciate dal crescente carico fiscale di uno stato sociale che non funziona più. I ceti produttivi vengono soffocati dalla burocrazia. La politica dei partiti appare autoreferenziale, incomprensibile, distante. Nel 1989 la caduta del muro svuoterà le contrapposizioni ideologiche che avevano plasmato e insanguinato il Novecento. Nel mondo tutto sta cambiando, molti temono di restare impantanati in una delle morte gore della storia, esclusi da questa utopia.

Mentre girava per i bar della Brianza con le sue improbabili giacche a quadretti e l'impermeabile stazzonato, tutto questo Umberto Bossi lo aveva intuito. Ha dato forma e voce a quell'ansia, con il talento provocatorio dell'istrione e la furbizia del capopopolo. La politica e l'informazione (che in Italia è subordinata alla politica) lo hanno a lungo sottovalutato e irriso.

È arrivato nella stanza dei bottoni senza che se ne accorgessero. Nel 1987 la Lega ha ottenuto un seggio alla Camera e uno al Senato (da allora Bossi è “il Senatùr”). Alle elezioni politiche del 1992, mentre esplodeva lo scandalo di Tangentopoli, la Lega Nord ha portato in Parlamento 25 senatori e 55 deputati, con l'8,6% dei voti a livello nazionale alla Camera e l'8,2% al Senato, malgrado un elettorato concentrato al Nord. L'anno dopo il leghista Marco Formentini diventava sindaco di Milano (anche se la metropoli internazionale e inclusiva non ha mai davvero amato la Lega), sconfiggendo Nando Dalla Chiesa e portando in Consiglio Comunale un giovane della corrente leghista dei “comunisti padani”, Matteo Salvini. Il 10 maggio 1994 la Lega è arrivata al governo con il Polo delle Libertà, insieme a Forza Italia (ovvero Berlusconi) e ad Alleanza Nazionale (ovvero i post-fascisti). Quasi da solo, in dieci anni, un leader senza storia, figlio di un operaio tessile e di una portinaia, ha abbattuto la Prima Repubblica, che durava dal 1948, usando gli strumenti della democrazia.

Bossi è stato un ostinato visionario e un performer politico, in grado di provocare e stupire (vedi Marco Belpoliti, La canottiera di Bossi, Guanda, 2012). Bastano due gag per capire il suo talento. Nel 1994 è ospite dell'industriale Vito Gnutti a Porto Cervo e va in visita a Villa Certosa da Silvio Berlusconi, che impone un rigido dress code ai suoi venditori di pubblicità e ai suoi candidati politici: quell'estate Bossi ostenta sul torso nudo una canottiera, la divisa dell'italiano in gita. In una delle sue prime apparizioni televisive, nel 1996 a Porta a porta, al termine della fluviale e criptica divagazione di Ciriaco De Mita sulle riforme istituzionali, il Senatùr annichilisce l'“intellettuale della Magna Grecia” con una tipica espressione dialettale milanese: “Taches al tram”, “Attaccati al tram”. Sembrava uno dei balordi disadattati e malinconici delle ballate di Enzo Jannacci o il Cerutti Gino (“ma lo chiamavan Drago”) cantato da Giorgio Gaber.

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Immagine Wikimedia Commons.

Con queste armi e il suo carisma ha rivoluzionato il discorso politico. I leader di partito cercavano di sembrare professori di liceo. Lui ha sdoganato un linguaggio da bar, condito di razzismo (prima contro i “terroni”, poi contro i “negri” e gli “islamici”), maschilismo (“La Lega ce l'ha duro”), volgarità (“Con la bandiera italiana mi ci pulisco il culo”, disse facendosi poi condannare per vilipendio), violenza (“Se la sinistra vuole scontri, io ho trecentomila uomini. I fucili sono sempre caldi” oppure, in occasione di una protesta fiscale, “Per il fucile c'è sempre la prima volta”: qualcuno l'ha preso alla lettera e ha invaso piazza San Marco a Venezia con un carro armato costruito nel garage di casa). Bossi ha liberato e legittimato i peggiori istinti. Poi sono arrivati i suoi seguaci, con i cappi in Parlamento, le magliette anti-islamiche con i maiali, “Forza Etna” eccetera.

Con i suoi slogan, Bossi ha banalizzato problemi complessi su temi cruciali: le riforme istituzionali (“Roma ladrona, la Lega non perdona”, “Padania libera”) e l'immigrazione (la Legge Bossi-Fini porta il suo nome). Ha costruito un partito personale, espellendo e azzerando tutti i dissidenti. 
In sintesi, ha reinventato il populismo, con una ricetta che è stata ripresa in molti paesi dell'Occidente e ha portato al successo molti altri leader in Inghilterra, Paesi Bassi, Polonia, Ungheria, Brasile, Argentina, USA...

La leva – come nel paesaggio idilliaco della pubblicità del Mulino Bianco, lanciata nel 1976 su suggerimento del sociologo Francesco Alberoni – è il rimpianto per un passato immaginario. Eric Hobsbawm nel 1983 ha definito questo fenomeno “l'invenzione della tradizione”.

L'elettorato leghista più fedele è radicato nelle valli delle Alpi e dell'Appennino che si affacciano sulla Pianura Padana, in Brianza, nel Veneto: terre di antica miseria che il boom degli anni Sessanta ha portato al benessere. Della memoria del passato è rimasta la nostalgia della comunità e della genuinità, e incombe il terrore di ripiombare nella miseria e di perdere il piccolo privilegio conquistato con il duro lavoro.

Di fronte a problemi reali – la ridefinizione dei rapporti di potere tra centro e periferia, la visione di un modello di sviluppo competitivo nello scenario globalizzato, l'immigrazione e il declino demografico – la Lega ha risposto senza una visione del futuro ma con le sue parole d'ordine: Identità, Padroni a casa nostra, e soprattutto Federalismo, Secessione, Devolution. Come un Mosè brianzolo, Bossi avrebbe voluto condurre il suo popolo nella terra promessa, la Padania. Che però non è mai stata un'entità geografica o politica reale, ma solo un sogno kitsch dai confini nebbiosi. Dal Piemonte al Veneto, passando per Bergamo e Brescia, si parlano lingue diverse e incomunicabili. La “lingua padana” è un'invenzione teatrale: è il grammelot di Dario Fo o di Giovanni Testori.

Per dare corpo alla sua utopia e plasmare l'immaginario dei suoi, Bossi si era perfino inventato un grottesco rituale wagneriano: portare un’ampolla con le “sacre acque” del fiume Po dalle sorgenti sul Monviso fino alla laguna. Sulla piana di Pontida aveva inventato una struttura politica fake, con tanto di elezioni e Parlamento padano, conditi da un'infinità di gadget. Come Mosè, Bossi non ha mai messo piede nella sua terra promessa. Ma nemmeno il suo popolo.

Che cosa è rimasto del sogno del vitellone brianzolo?

L'irruzione della Lega nella scena politica ha mobilitato una grande energia, da parte di cittadini che erano rimasti esclusi dalle tradizionali forme di partecipazione: il richiamo al “popolo” di Bossi avrebbe potuto avere un innegabile valore democratico, se fosse sfociato in una proposta politica che il movimento non poteva avere.

Nei fatti, il movimento ha rinnegato il postulato da cui era nato, ovvero l'identità padana. Perché l'identità non è eterna, ma si costruisce ogni giorno per differenza e contaminazione con l'altro. Nel corso dei decenni, per trovare un'identità la Lega ha dovuto cercare ogni volta un nemico diverso: prima i meridionali e Roma ladrona, poi gli immigrati e il buonismo di sinistra, poi l'Europa...

È vero che la Lega ha formato, a partire dalle amministrazioni locali, una sua classe dirigente, che però si caratterizza soprattutto per il ristretto orizzonte progettuale, dove la cultura finisce per coincidere con le sagre di paese e qualche grande evento.

La base sociale (ed elettorale) resta quella che aveva intercettato il fiuto di Bossi ed è la stessa in tutto l'Occidente avanzato: i sobborghi operai abbandonati a sé stessi, i lavoratori che il sindacato non ha mai intercettato o ha dimenticato, chi vive nelle piccole città e nelle aree interne, chi avverte la vicinanza degli immigrati come un attentato alla propria identità e sicurezza, lontano dai luccicanti prodigi delle metropoli globalizzate. Ma è un popolo tanto credulone da farsi abbindolare dagli slogan di Bossi, dai business di Belsito, dalle panzane di Farage, dai capricci di Trump.

Come tutti i movimenti populisti, la Lega ha mantenuto molto meno di quel che ha promesso. In primo luogo perché ha offerto soluzioni semplicistiche (e sbagliate) a problemi complessi. In secondo luogo perché i movimenti populisti sono spesso lo strumento con cui i “poteri forti” affrontano e addomesticano le spinte rivoluzionarie o riformiste: è successo con il fascismo e il nazismo, è successo con la Lega e Berlusconi. Bossi ha duellato a lungo con Berlusconi e nel 1995 ha fatto cadere il suo primo governo. Poi si è riallineato ma nessuno dei due è riuscito a dare una spinta propulsiva al paese, se non nel segno dell'imbarbarimento e della volgarità.

Il federalismo, nobilmente ispirato da Carlo Cattaneo e teorizzato nel 1992 in Vento del Nord, il libro scritto con il professor Gianfranco Miglio, è rimasto un feticcio che la “Devolution” di Roberto Calderoli ha ridotto a ingestibile caricatura.

Del resto il federalismo in Italia non può nascere, perché la destra di governo italiana è fondata su una contraddizione insanabile. All'identità locale cara ai leghisti (ma quale? La Padania? La Regione? Il Comune? La tribù?) si contrappone il nazionalismo di Fratelli d'Italia. Con Forza Italia e le sue televisioni, Silvio Berlusconi per un po' è riuscito a gestire da separati in casa Bossi al Nord e Fini al Sud. Ma i veti incrociati hanno impantanato qualunque tentativo di reale riforma.

Negli ultimi anni, per cercare di emanciparsi dal localismo nordista, Matteo Salvini ha cercato di superare a destra Giorgia Meloni, alleandosi ai segmenti più reazionari della chiesa cattolica e all'impresentabile nazionalismo del generale Vannacci. Ma anche questo progetto è fallito e alla Lega restano solo i selfie del segretario.

Negli anni Ottanta Bossi ha anticipato e plasmato l'ondata populista che poi è dilagata in Occidente, svuotando la democrazia dall'interno. Nel 2016 un entusiasta Jeffrey Epstein scriveva a Peter Thiel: “Brexit: solo l'inizio. Ritorno al tribalismo come contromossa per rispondere alla globalizzazione. Fantastiche nuove alleanze”. La politica non è più lo spazio in cui immaginare e costruire insieme un futuro migliore, ma degenera in sfogatoio per frustrazioni che s'incarnano in spinte regressive, razziste, sessiste, omofobe. L'avversario politico non è un interlocutore con cui negoziare, ma un nemico da insultare e distruggere.

Quando l'appeal della Lega si è appannato, sono arrivati altri salvatori della patria, sempre più aggressivi, sempre più sfibrati, sempre più effimeri. Altri ne arriveranno e la crisi delle democrazie continuerà ad avvitarsi su sé stessa.

La Lega finirà di pagare il suo debito di 49 milioni allo Stato nel 2098, in comode rate da 600.000 euro all'anno. Il prezzo politico sarà più alto, ma speriamo si estingua prima.

In copertina, Immagine Wikimedia Commons.

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