L'informazione sotto querela

21 Gennaio 2026

Nel World Freedom Press Index pubblicato da Reporters Sans Frontières, nel 2025 l'Italia è scesa dal 46° al 49° posto (su 180 paesi). La retrocessione è dovuta alle ingerenze politiche, alle pressioni economiche sui media, alla precarietà del lavoro giornalistico, alle minacce ai cronisti.

Di recente, come spiega Ayala Panievsky in The News Censorship. The War on the Media is Taking us Down (Footnote Press, Londra, 2025) (qui la mia discussione), le destre populiste hanno utilizzato una strategia assai efficace, per zittire l'informazione critica. L'hanno adottata Bibi Netanyahu, ma anche gli altri leader della destra populista in tutto il mondo.

Certamente una delle strategie più efficaci per intimidire, screditare e minacciare le voci scomode o non allineate sono le cause (con richieste di risarcimenti spesso assai ingenti) intentate da politici, magistrati, aziende, banche, celebrità televisive.

Marco Travaglio, giornalista, autore di decine di libri, fondatore e direttore del “il Fatto Quotidiano”, ha detto di aver smesso di contare le cause per diffamazione che ha ricevuto dopo aver superato quota 600. Report ha ricevuto oltre 200 querele e richieste danni per milioni di euro. Nell'ultima legislatura ad allungare la lista delle cause (o delle cause minacciate) a Report hanno contribuito, tra gli altri, Fratelli d'Italia per il servizio dell'inviato Giorgio Mottola sui rapporti del padre della premier con il boss Michele Senese; il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari e Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Meloni, per un'altra inchiesta di Mottola, quella sul presunto ruolo del governo nella scalata di Monte Paschi su Mediobanca; il presidente del Senato Ignazio La Russa (con i suoi figli); il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (con la moglie e la sorella della moglie); il ministro Adolfo Urso, la ministra Daniela Santanchè (con il suo ex compagno); la sottosegretaria Isabella Rauti; la famiglia Berlusconi (due querele) e Marta Fascina, oltre che Maurizio Gasparri. Senza dimenticare la multa di 150.000 euro comminata alla RAI dal Garante per la Privacy perché Report aveva trasmesso nel 2024 un audio privato di Gennaro Sangiuliano e sua moglie: mentre la notizia della sanzione è stata rilanciata dai media con grande evidenza, a dicembre 2025 è passato pressoché inosservato l'annullamento della sanzione da parte del Tribunale di Roma, che ha giudicato la multa del Garante infondata.

Travaglio e “il Fatto Quotidiano”, Ranucci e Report sono solo gli esempi più clamorosi di una prassi assai diffusa. Per l'avvocato Cristina Malavenda, “la querela ha pian piano assunto il ruolo di arma non convenzionale nell'eterna lotta tra il potere e l'informazione. Non si usa più solo per ristabilire la verità. Serve soprattutto a incidere su opinioni, invettive, persino vignette satiriche, su tutto quello che, riguardando il pensiero, dovrebbe essere immune da censure e sanzioni” (E io ti querelo. Una storia della libertà di espressione in dieci processi, Marsilio, Venezia, 2025, p. 14). Tra i clienti dell'avvocato Malavenda, oltre a Oriana Fallaci e a diversi giornalisti del “Corriere della Sera”, ci sono stati Fabrizio Gatti, Michele Santoro, Ferruccio De Bortoli e Fiorenza Sarzanini, Oliviero Toscani, Goffredo Buccini e Gianluca Di Feo, Paolo Di Stefano...

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E io ti querelo illustra le sottigliezze e le assurdità della giustizia italiana in materia, senza dimenticare le conseguenze delle varie riforme della giustizia, l'impatto delle leggi sull'informazione e sul diritto all'oblio, per non parlare dell'interferenza del “comune senso del pudore”. Sottolinea l'imprevedibilità dei percorsi processuali: “Vista la complessità della materia e il peso delle inclinazioni individuali, è proprio quando devono muoversi nel campo delle opinioni, occupandosi di critica e di satira, che i giudici danno il meglio o il peggio di sé (…) tutto dipende dalla fortuna dell'imputato: ogni giudice ha la sua formazione, è stato educato in un certo modo ed è, perciò, più o meno indulgente con gli eccessi verbali” (p. 236-237).

Nonostante la Costituzione garantisca “come fondamentale la libertà di esprimere il proprio pensiero”, a limitare la libertà d'informazione sono (giustamente) altri diritti e considerazioni. Per esempio la verità dei fatti. La rilevanza delle informazioni, tenendo conto della privacy e del diritto all'oblio: e dunque le figure pubbliche come i politici da questo punto di vista hanno minori tutele. Ma anche l'onore e la reputazione: un conto è scrivere, per esempio, che “Tizio è stato condannato sei volte per furto”, altro che “Tizio è un ladro matricolato”.

Le strategie difensive sono articolate e sottili, e Malavenda ne illustra diverse. Non sempre funzionano.

Per capire le storture del sistema può essere utile rievocare l'iter delle querele di “un protagonista del nazismo più efferato” come Erich Priebke, sostenuto da uno stuolo di avvocati, consulenti e sostenitori. Lo ha riassunto Laura Cavallari: “L'elenco delle cause per diffamazione da lui intraprese è impressionante. In ciascuna di queste cause Priebke negava ogni fatto a lui attribuito (anche giudizialmente), e così tutte le proprie responsabilità, trascinando in giudizio persino i sopravvissuti alle sue torture (Franco Felice Napoli); i sopravvissuti di Mauthausen (il produttore Artur Brauner dinnanzi al Tribunale di Norimberga); i figli dei massacrati alle Fosse Ardeatine (Rosetta Stame). Purtroppo in alcune di queste cause Priebke riuscì beffardamente ad avere ragione, come nel processo contro Rosetta Stame, la quale non riuscì a dimostrare le torture subite nel carcere di via Tasso dal padre, da lei visto per l'ultima volta pesto e dolorante prima che fosse avviato alla morte. In quel caso il giudice ritenne non provata la specifica circostanza della tortura – che la Stame aveva riferito al giornalista – in quanto il referto dell'anatomopatologo che identificò i corpi delle Fosse Ardeatine non ne faceva menzione. L'orrore di questa vicenda è tanto più grande se si ricorda che quei 335 corpi ammucchiati l'uno sull'altro furono esaminati settimane dopo la strage, dopo che nelle grotte erano state fatte brillare mine e il campo coperto di spazzatura”. Con un ulteriore paradosso: quando Priebke perdeva la causa e veniva condannato a rifondere le spese legali, “si rifiutava sempre di pagare, dichiarandosi nullatenente (non poteva infatti essere formalmente titolare di un proprio patrimonio in seguito all'interdizione legale). In questo modo ha sostanzialmente imposto 'per via giudiziale' una sorta di tassa sull'editoria e la libertà di stampa piuttosto rilevante”. Inoltre le controparti, ritenute per legge solidalmente responsabili, sono state costrette a rifondere tutte le imposte di registro che avrebbe dovuto pagare Priebke. (Le SS non perdono il vizio, in “Pretext”, n. 3).

Quando le querele non sono sufficienti, a rimettere al loro posto i giornalisti che fanno il loro mestiere arrivano le minacce verbali e le aggressioni fisiche. Il ministro degli Interni Piantedosi ha dichiarato che tra il 2020 e il 2024 sono stati registrati 718 episodi di intimidazione ai danni di giornalisti, con un picco nel 2021, e che nei primi sei mesi del 2025 si sono contati 81 episodi, 31 dei quali sul web. Nel nostro paese troppi giornalisti che si sono occupati di criminalità organizzata hanno pagato con la vita: è una storia lunga, da Mauro De Mauro a Peppino Impastato, da Giancarlo Siani a Mauro Rostagno...

Le minacce ai giornalisti continuano: vedi il caso di Federica Angeli a Ostia per le inchieste sul clan Spada (Federica Angeli, A mano disarmata. Cronaca di millesettecento giorni sotto scorta, Baldini + Castoldi, Milano, 2018) o gli attacchi ossessivi a Paolo Berizzi per le sue inchieste sulla nuova destra (tra i suoi libri, NazItalia: Viaggio in un Paese che si è riscoperto fascista, Baldini + Castoldi, Milano, 2017; È gradita la camicia nera. Verona, la città laboratorio dell'estrema destra tra l'Italia e l'Europa, Rizzoli, Milano, 2021; Il ritorno della Bestia. Come questo governo ha risvegliato il peggio dell'Italia, Rizzoli, Milano 2024; Il libro segreto di CasaPound, Fuoriscena, Milano, 2025). 
Sigfrido Ranucci è sotto scorta dal 2009 per le minacce della criminalità organizzata. La bomba di Pomezia, che nella notte del 17 ottobre 2025 ha distrutto l'auto del conduttore fuori dalla sua abitazione, ha imposto al mondo della politica una solidarietà pelosa e volatile. Sull'onda dell'emozione l'ex ministro Francesco Storace aveva proposto una sorta moratoria: “La solidarietà va manifestata soprattutto con un gesto: ritirando qualunque querela contro di lui”. Per poi aggiungere: “Ma qualcuno non l'ha presa bene”. Le querele non sono state ritirate. Gli attacchi sono ricominciati.

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Lo stesso Ranucci, intervenendo una settimana dopo l'attentato all'Assemblea dell'Associazione Nazionale Magistrati, ha dichiarato: “Non voglio che ritirino le querele contro di me, io voglio vincere sul campo, non per assenza di giocatori. Però vorrei che se un politico denuncia un giornalista, sapendo che quello che il giornalista ha detto è vero, poi paghi. E paghi anche salato perché ha scomodato la giustizia, ha ingolfato la giustizia e ha fatto un'evidente intimidazione alla libertà di stampa”.

In Italia la tutela di fronte alle “querele temerarie” resta insufficiente, nonostante il monito dell'ONU sulle “molestie giudiziarie” e la Direttiva UE anti-SLAPP (Direttiva (UE) 2024/1069). Così politici, miliardari e soubrette possono continuare a intimidire giornalisti, critici e satirici con richieste di risarcimento spropositate, mentre in Italia le attività di inchiesta, la pubblicazione di atti giudiziari e la tutela delle fonti sono messi a rischio da leggi sempre più restrittive.

L'attacco all'informazione non passa solo per la via giudiziaria, le minacce e gli attentati. Nel nostro paese l'informazione è da sempre condizionata dai poteri forti della politica e dell'economia. E le strategie di controllo sono differenziate: oltre ai condizionamenti giudiziari, ci sono quelli politici e quelli economico-finanziari.

Le epurazioni dalla RAI sono una delle costanti dei meccanismi censori e intimidatori. Dal caso Dario Fo e Franca Rame a Canzonissma (1962) passando per l'“editto bulgaro” di Berlusconi contro Biagi, Santoro e Luttazzi (2002). In questi anni abbiamo assistito all'esodo verso La 7 o la Nove di Fabio Fazio, Amadeus, Bianca Berlinguer, Lucia Annunziata, Corrado Augias, Giovanni Floris e Massimo Gramellini. Periodicamente si agita la minaccia politica della riduzione o dell'abolizione del Canone RAI, che metterebbe il servizio pubblico in grande difficoltà.

La par condicio è un meccanismo che può legittimare posizioni marginali, minoritarie – e a volte anche antiscientifiche, razziste, misogine... In Italia è accaduto per esempio con i no vax. E una perversa bolla mediatica ha reso popolare il grottesco generale Roberto Vannacci.

Rattrista e inquieta la fallimentare spirale del gruppo GEDI, l'editore di “La Stampa” e “la Repubblica”, che stanno per finire nelle mani dei greci del gruppo Antenna, di proprietà della famiglia dell'armatore Theodore Kyriakou (non sgradito a Giorgia Meloni). Restano da capire i reali obiettivi di Leonardo Maria Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica, che di recente ha acquistato il 30% del “Giornale” dalla famiglia Angelucci e sta trattando per acquisire quote o il controllo di altri gruppi editoriali, come il gruppo QN (Quotidiano Nazionale): “Il mio desiderio è costruire un polo italiano dell'informazione, slegato dai colori della politica. No destra o sinistra, per il futuro dei nostri figli e dell'Italia” (“Corriere della Sera”, 24 dicembre 2025)

Un altro elemento della strategia di normalizzazione dei media passa per i condizionamenti finanziari. Per quanto riguarda gli investimenti pubblicitari, ai tempi di Berlusconi si era discusso del potere di indirizzarli verso le proprie televisioni da parte di un primo ministro che era anche tycoon televisivo, per poi far finta di niente (come al solito). Riemerge di tanto in tanto la proposta di cancellare gli annunci delle gare pubbliche sui quotidiani, ufficialmente per risparmiare, in realtà per bloccare una forma di finanziamento indiretto ai giornali.

C'è poi la macchina del fango a base di fake news e shit storms, attivata dalla stampa di regime: in Italia tra le vittime designate e ricorrenti si possono citare Christian Greco, il già citato Roberto Saviano, Francesca Albanese e i manifestanti pro-Palestina, i centri sociali, le ONG che salvano i migranti in mezzo al Mediterraneo... Negli attacchi ad personam, vale sempre il principio “colpirne uno per educarne cento”, visto che la forma più efficace di censura è l'autocensura.

Come spiega Cristina Malavenda, “la democrazia funziona solo se notizie, critiche e polemiche circolano liberamente, consentendo all'opinione pubblica, quando ne ha bisogno, di sapere, capire, e farsi un'idea di quel che accade. E questo è possibile solo se quella stessa democrazia garantisce un'informazione senza pressioni e condizionamenti” (p. 11).

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