2025: un anno contro la libertà di stampa

7 Gennaio 2026

I leader del populismo globale, da Trump a Orbàn, da Modi a Milei, per non citare Erdogan e Putin, mettono tra le loro priorità il controllo dell'informazione, con strategie che si stanno dimostrando assai efficaci. I media sono uno dei loro primi bersagli, per il loro ruolo di controllo nei confronti del potere. I giornalisti indipendenti sono vittime designate: se non sono amici, sono nemici da annientare; anche perché attivano spazi di discussione democratica, dove l'obiettivo è il compromesso, la mediazione tra posizioni diverse, non la cancellazione di quelle avverse.

Per raccontare come funziona il sistematico attacco alla libertà d'informazione, Ayala Panievsky si concentra su “metodo Israele”. Ricercatrice, giornalista e attivista, dopo aver vissuto e lavorato in Israele, ora insegna alla City University di Londra. Conosce i media del suo paese dall'interno, ma nel suo saggio The News Censorship. The War on the Media is Taking us Down (Footnote Press, Londra, 2025) guarda e indaga questa realtà da una distanza che le consente di non restare intrappolata in dinamiche che comprendono anche l'intimidazione, le minacce, i ricatti.

L'erosione della sfera pubblica in Israele è diventata fin troppo evidente dopo il pogrom lanciato il 7 ottobre 2023 da Hamas e si è rivelata strategica nella gestione del genocidio a Gaza, sia all'interno sia all'esterno del paese. I giornalisti israeliani, che con un formidabile lavoro investigativo avevano portato alla luce le atrocità di Hamas, tra il 2023 e il 2025 hanno taciuto sulle inaccettabili violenze dell'esercito israeliano e sulle sistematiche violazioni dei diritti dell'uomo nella Striscia. I giornalisti palestinesi sono stati bersaglio di un'atroce campagna di annientamento: a Gaza sono stati uccisi più di 260 giornalisti, più di quanti ne siano morti sui campi di battaglia dalla Prima Guerra Mondiale a oggi. L'accesso ai reporter stranieri è stato interdetto e le fonti indipendenti sono state bandite. A differenza di quello che accadeva in Europa, le voci e le immagini della distruzione della Striscia sono scomparse dai media israeliani: in tv si potevano vedere le esplosioni da lontano, ma veniva mostrato non quello che accadeva sul terreno.

L'involuzione del sistema informativo e l'azzeramento del dibattito interno al paese non si è verificato all'improvviso, in reazione al massacro del 7 ottobre, e non è nemmeno la conseguenza dello stato di guerra. La “normalizzazione” della stampa, perseguita quasi inavvertita per anni, prima ha reso possibili e praticabili le scelte politico-militari e poi le ha legittimate a livello comunicativo, con una strategia che si muove su più livelli.

Il primo è ovviamente l'attacco diretto ai giornalisti scomodi con le classiche richieste di censura. Nel gennaio 2017, appena dopo essere stato eletto per la prima volta presidente degli Stati Uniti, Donald Trump aveva additato la stampa come “nemico del popolo”. All'inizio del suo secondo mandato da presidente, Donald Trump ha annunciato di voler far seguire i fatti alle minacce contro i “nemici del popolo”. Stephen Colbert, da dieci anni l'erede di Letterman, ha fatto qualche battuta sui 15 milioni di dollari pagati a Trump dalla Paramount, che controlla ABC; sarà prepensionato nel maggio 2026. Jimmy Fallon, “il cretino che ha rovinato il grande Tonight Show” (secondo un tweet di Trump), nel luglio 2025 è stato licenziato dalla CBS (che aveva patteggiato con lo stesso Trump per 16 milioni di dollari), ma è stato subito rimesso in onda a furor di popolo. Lo show Jimmy Kimmel Live è stato sospeso dalla ABC dopo alcune affermazioni del conduttore sull'omicidio di Charlie Kirk. Trump aveva accolto la decisione con favore (“Non ha alcun talento”), ma dopo alcuni giorni Kimmel è tornato in onda, più combattivo di prima. Nel suo “discorso di Natale alternativo” per la britannica Channel 4, ha dichiarato: “Il 2025 è stato un anno fantastico per il fascismo”. A fine novembre 2025 la Casa Bianca ha lanciato la pagina web Media Bias, dove mette all'indice ogni giorno e in tempo reale le notizie (a suo giudizio) false propagate dei media, segnalando il “Media Offender of the Week”. Nella lista nera sono subito finiti i capisaldi dell'informazione indipendente come “Washington Post”, MSNBC (ora Ms Now), CBS News, CNN, “The New York Times”, “Politico” e “Wall Street Journal”.

Il secondo livello è quello giudiziario. Per intimidire la stampa si usa e abusa della querela, uno strumento subdolo e insidioso: dopo iter assai costosi, che possono durare anni, queste cause lasciano una traccia indelebile, anche in caso di assoluzione. Paramount e CBS, come abbiamo visto (anche sperando di ingraziarsi il nuovo potere), hanno pagato a Trump risarcimenti milionari, stabilendo un pericoloso precedente. Nel settembre 2025 Trump chiesto ben 15 miliardi di dollari il “New York Times”, che però si è opposto. L'uso strumentale e deterrente della querela, con iperboliche richieste di danni, a prescindere dalla fondatezza delle accuse, rientra in quelle che l'ONU definisce “molestie giudiziarie” (p. 52): e infatti si raccomandano risarcimenti non eccessivi.

In parallelo, si tratta di minacciare i giornalisti, aggredirli verbalmente e sui social (e al limite eliminarli fisicamente). Nelle democrazie occidentali, se ne incaricano gli attivisti vicini alla destra, quando non intervengono killer prezzolati (p. 55-56). Panievsky sottolinea che a subire queste aggressioni sono assai più spesso le giornaliste, oggetto di attacchi verbali e fisici resi ancora più gravi dalla matrice misogina e sessista.

A un terzo livello, si attivano i “media anti-media”, usati per attaccare gli altri media, quelli che fanno informazione indipendente, accusandoli di scarsa professionalità e partigianeria. Il fenomeno ha trovato campioni come Fox News negli USA, GB News in Gran Bretagna (una rete che perde milioni di sterline ogni anno), Channel 14 in Israele, OpIndia in India. Per queste testate la priorità non sono i profitti, ma l'opportunità di entrare in contatto con i potenti e la capacità di condizionare l'opinione pubblica. Esemplare l'attacco sistematico alla BBC. Tra il 2008 e il 2018 il quotidiano “Daily Mail” ha pubblicato più di 4000 articoli (di cui 500 in prima pagina e 2500 editoriali) contro il servizio pubblico britannico (p. 155-157). Il culmine di questa strategia è la richiesta di danni per 5 (o forse 10) miliardi di dollari alla BBC minacciata da Donald Trump a fine 2025 per un comizio nel 2021 secondo lui “manipolato”, anche se “nessuna battuta di Trump è stata cambiata o rovesciata di senso (…) semplicemente sono state montate perché il montaggio è il linguaggio naturale del cinema”, come ha notato Davide Ferrario (“La Lettura”, 28 dicembre 2025).

I “media anti-media” sono preziosi anche se non hanno alcuna audience, perché possono essere utilizzati dal politicante di turno per attaccare le altre testate e gli avversari. Consentono di mettere a libro paga i leader graditi: nel 2024 Nigel Farage, il parlamentare britannico con la dichiarazione dei redditi più pingue, ha ricevuto 1,2 milioni di sterline da GB News più 4000 sterline al mese dal “Daily Telegraph”.

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I media anti-media spostano verso destra l'agenda dell'informazione e diffondono propaganda e fake news, il terzo livello. I media, così come sono in grado di informare, sono utili anche per disinformare, nascondendo o addomesticando le notizie, facendo propaganda, diffondendo discorsi di odio, accendendo gli animi contro il nemico di turno e magari incitando alla violenza (vedi Cat Zakrzewski, Yvonne Wingett Sanchez, Drew Harwell, How Charlie Kirk’s social media machine rewired a generation’s politics, “The Washington Post”, ripreso da “Internazionale”, 19 settembre 2025).

Trump ha sostenuto che gli immigrati da Haiti mangiavano cani e gatti a Springfield (Ohio), anche se il sindaco della città aveva detto che non era accaduto niente di simile. Quando gli venne chiesto di portare le prove, Trump ha ribattuto: “Beh, l'ho visto in televisione! Gente che diceva: 'Hanno preso il mio cane e se lo sono mangiati'”. Questo scambio, nell'ultimo dibattito prima delle elezioni presidenziali USA del 2024, restituisce il livello del confronto.

Il quinto livello riguarda i social media. I nuovi populisti screditano la stampa che non li appoggia, sostenendo che i cittadini non si fidano più dei giornalisti, un ceto che sarebbe parte di un'élite privilegiata e collusa. Così i media tradizionali perdono audience e autorevolezza. Si aprono spazi all'informazione diffusa dai social media, che riescono a manipolare gli utenti grazie agli algoritmi del social, nutriti dall'invasione di bot e di account falsi, oltre che dalle decine di migliaia di follower comprati ovunque nel mondo (p. 33).

L'Unione Europea ha cercato di porre un argine a questa degenerazione con il Digital Services Act. Per ritorsione nel dicembre 2025 il Dipartimento di Stato ha negato il visto d'ingresso all'ex Commissario Europeo Thierry Breton e ai rappresentanti di quattro Ong perché la legge europea avrebbe danneggiato gli interessi americani: “L'amministrazione Trump non tollererà più questi palesi atti di censura extraterritoriale”.

Una volta preso il potere – e questo è un ulteriore livello di condizionamento – la destra di governo stringe la morsa e rende la libera informazione più difficile e costosa, fino a costringerla al fallimento, attraverso sistemi di tassazione mirati, restrizioni alle forniture di carta, allocazione delle pubblicità istituzionali solo a testate “amiche” e intimidazioni per dirottare gli inserzionisti privati. Grazie a questo sistema, in Ungheria nel 2018 è stato chiuso l'ultimo quotidiano indipendente.

Spesso i nuovi governanti invocano e promulgano norme che penalizzano chi rifiuta di allinearsi. La legislazione contro le fake news viene utilizzata per arrestare i giornalisti scomodi, come ha fatto Putin in Russia. Può essere il pretesto per chiudere o privatizzare le fonti indipendenti, come sta facendo Milei in Argentina, che ha inserito la radio e la televisione pubblica e l'agenzia di stampa nazionale Telam nella lista delle imprese statali che intende cedere (p. 54-58). Manager accorti come Jeff Bezos giocano d'anticipo, anche per evitare contraccolpi alle proprie aziende: già durante la campagna elettorale, il proprietario del “Washington Post” aveva schierato il quotidiano dalla parte di Trump, scatenando un dibattito tra i giornalisti e i lettori che però non ha cambiato la posizione del quotidiano.

In compenso, nascono testate che sembrano muoversi nel libero mercato con l'obiettivo del profitto, ma in realtà diffondono disinformazione e propaganda a sostegno dei leader e del governo (p. 155).

A rendere il sistema più fragile, spiega Panievsky, sono le debolezze dalla categoria dei lavoratori dell'informazione. Chi entra oggi nella professione è sottopagato e quindi più facilmente condizionabile e ricattabile. Oltretutto i giornalisti sono poco solidali tra loro, anche perché succubi della retorica dello scoop e della feroce competizione per la notizia da sbattere prima pagina. Quando provano a collaborare tra loro e a difendersi, i leader della destra li accusano di complottare a loro danno (p. 138) e usano i giornalisti delle loro testate per attaccarli, invocando le norme e le pratiche del buon giornalismo per screditarli (p. 9). Peraltro i giornalisti della nuova destra tendono a essere fedeli ai loro leader, più che agli ideali e alle buone pratiche del giornalismo: partono dal presupposto che un'informazione imparziale non può esistere e ritengono che i loro colleghi non possano essere in buona fede quando si dichiarano indipendenti (p. 141). Ma i bravi giornalisti non devono essere imparziali, e men che meno fingere di esserlo: devono essere onesti e credibili.

Infine i giornalisti raccontano le aggressioni che subiscono (sia in pubblico sia in privato) come notizie, invece di difendersi – anche come categoria – da attacchi spesso immotivati. Anche il cronista più coraggioso, a un certo punto finisce per chiedersi: “Ma chi me lo fa fare?” Alla fine molti giornalisti scelgono l'autocensura, per evitare guai peggiori: “Per uno scrittore o un giornalista, la codardia intellettuale è il peggior nemico” (p. 183).

C'è infine un pericoloso bias, messo in luce da diverse ricerche. I giornalisti “tendono a credere che il pubblico sia più conservatore di quello che è realmente” (p. 72) e quindi finiscono per dare uno spazio esagerato a un sentimento politico che sopravvalutano. Sul lungo periodo, questo finisce per dare maggiore credibilità e spazio a posizioni minoritarie. A questo contribuisce la logica perversa della cosiddetta par condicio, ovvero quello che in inglese viene definito bothsides, ovvero la scelta di distorcere un'informazione partendo da una situazione asimmetrica tra due posizioni contrapposte per proporla in termini simmetrici, suggerendo in maniera ingannevole che siano equivalenti e ponendole in un confronto paritario tra loro (p. 96). Di questo atteggiamento si sono avvantaggiati diversi leader della destra estrema, a cominciare da Nigel Farage in Gran Bretagna e da Itamar Ben-Gvir in Israele, sempre pronti ad accettare gli inviti dei programmi mainstream per accreditarsi nel dibattito politico e legittimare le loro posizioni estremistiche. Lo slittamento finisce per autoalimentarsi spostando verso destra l'asse politico (p. 120).

“Il sistema immunitario del media è compromesso, e tutte le nostre capacità sono minate”, si dispera Ayala Panievski (p. 145). La nuova censura non funziona solo con i provvedimenti censori contro un prodotto informativo e culturale, e contro il suo autore e il produttore/editore. Il “metodo Israele”, applicato dagli Stati Uniti all'Ungheria, dalla Polonia all'Argentina, è una strategia che toglie ossigeno all'intera sfera pubblica, là dove, secondo Jürgen Habermas, si crea l'opinione pubblica. Nel XVIII secolo erano i caffè, i salotti, i giornali, dove i cittadini discutevano criticamente e razionalmente di questioni politiche, formando un'opinione autonoma capace di influenzare lo Stato. Oggi, mentre i media tradizionali sembrano avviati verso un declino irreversibile, la sfera pubblica è stata in gran parte invasa dai social media, che però si muovono in una logica diversa da quella del confronto razionale e del dibattito aperto tra posizioni diverse. La promessa di un'agorà virtuale promessa dal World Wide Web negli anni Novanta è stata soppiantata dal controllo algoritmico dei padroni del web, che ragionano in termini di follower (ovvero di seguaci acritici) e di engagement (che privilegia la battaglia tra tifoserie, a base di insulti, meglio se accesa e interminabile). Esistono solo amici e nemici, l'obiettivo è la distruzione dell'avversario sul piano personale, prima che su quello delle idee.

La degenerazione delle democrazie in “democrature”, ovvero in regimi che mantengono le forme della democrazia svuotandole dall'interno, passa anche per lo smantellamento degli organismi di controllo e degli spazi di libera discussione e confronto di idee. Un'informazione accessibile e pluralista è un contropotere essenziale per una corretta dialettica democratica. Non a caso i media indipendenti si trovano sotto attacco, così come la magistratura, mentre i Parlamenti vengono marginalizzati dall'esecutivo.

“Quale sarà il nostro futuro se perdiamo il diritto a essere informati?”, si chiede The New Censorship (p. 154). La domanda vale anche per l'Italia e la risposta è inquietante.

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