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abito

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Wes Anderson: The look of love

  Non è certo sorprendente, tra i vari tagli possibili per un’analisi estetica dell’opera di Wes Anderson, soffermarsi sul legame che il suo cinema intrattiene con la moda. È sufficiente dare un’occhiata ai tumblr, ai più svariati social network dove il pubblico si fa autore rimaneggiando le immagini consegnate al suo sguardo, per percepire come la ricezione e il ricordo che sopravvive ai film andersoniani passi soprattutto attraverso gli outfit singolari dei suoi protagonisti.   Scompaiono i volti, tele bianche incorniciate da acconciature e abiti indelebili nella memoria degli spettatori, che attraverso un blazer, degli occhiali da sole, la giacca di una tuta o una fascia da tennista, riattivano immediatamente le emozioni provate. Solo la musica nel suo cinema possiede eguale forza evocativa e non è certo casuale che entrambe siano gli elementi espressivi, attigui e complementari al mezzo cinematografico, coi quali restituire un immaginario privato, giustamente definito vintage, essenziale per la sua poetica.   Perché se appare ormai (quasi) definitivamente sdoganato dal peccato di leggerezza e...

Merkel verde pisello

Sui siti dei giornali europei da qualche giorno compaiono una serie d’immagini di Angela Merkel dedicate al suo modo di vestire. Ci si diverte a disporre la serie delle giacche del Cancelliere tedesco – taglia forte – seguendo una palette di colori, dal verde pisello al nero, passando per il violetto, il blu, il rosso, ecc.   Quello che colpisce gli osservatori è il fatto che la Merkel indossi la medesima giacca varie volte, senza curarsi troppo del fatto di averla sfoggiata in precedenti incontri al vertice, o in altri viaggi nei paesi europei. Di sicuro la Cancelliera non ha alcuna idea di cosa sia lo stile, ma il fatto di riutilizzare il medesimo capo varie volte non è poi così negativo, come invece sembra ai giornali, ad esempio quelli inglesi. Si tratta di una forma di formalità informale che non si cura troppo di quest’aspetto, ma è basata sulla concretezza (e per questo il suo tipo massaia-elegante piace a tanti).   Le sue giacche sono in stile tedesco classico, non appariscente, un sottotono. Negli anni Ottanta c’era una marca tedesca di vestiti, la Escada (nata a Monaco nel 1978), che...

Look

Piccola di statura, il Ministro del lavoro Elsa Fornero porta giacche corte, proporzionate, e manifesta una preferenza per Chanel, o marchi simili nell’uso di tessuti a rilievo. Il suo stile è quello della professoressa di greco e latino del Liceo Classico appartenente ad una famiglia bene della città. I tailleur sono vagamente maschili, il tocco del foulard è l’unico colpo di vita. Niente scollature, sempre sobria, è il perfetto esempio dell’eleganza borghese piemontese, anche un pelo sottotono: né originale né sofisticata, e neppure moderna. Il suo look è confortevole, piuttosto rassicurante, privo di tratti distintivi, senza essere per questo ripetitivo.                                                                             ...

Glamour

C’era una volta il glamour come mistero, irraggiungibile perfezione della couture più perfetta, della più mirabile rifinitura di dettagli. Adrian vestiva Greta Garbo in un tripudio di bianchi ne La signora delle Camelie e inventava un impossibile look da commissaria politica chic in Ninotchka di Ernst Lubitsch, mentre Travis Banton moltiplicava i pizzi e i lazzi per le sue strepitose creazioni per Marlene Dietrich.   Gli anni ottanta fanno piazza pulita della allure e la sostituiscono con la citazione, il gioco dei contrari, la giustapposizione di modelli e materiali in una definizione sempre più decisamente pret-à-porter delle produzioni. Le grandi star diventano immagini su una tshirt, secondo il modello lanciato a metà anni settanta da Elio Fiorucci, che mette sulle sue magliette le prosperose pin ups dai beehives altissimi, che negli stessi anni erano tornate in auge grazie al planetario successo di Grease.     Il nuovo decennio si inizia con il successo planetario di una canzone che celebra un fascino ormai perento: Kim Carnes, magnifica bionda dalla voce roca, in abito maschile e dalle mani guantate di...

Pedro Almodóvar. La pelle che abito

È piuttosto tipico, nel cinema di Almodóvar, che gli elementi principali del racconto filmico, siano essi personaggi, oggetti, situazioni o risvolti della trama, divengano, all’improvviso (o gradualmente) qualcosa di diverso, arrivino, cioè, a trasfigurarsi, a mutare aspetto e a divenire altro da sé. In tal senso non fa eccezione nemmeno La pelle che abito, pellicola che già dal titolo pare rivestirsi di sfumature e rimandi concettuali tutt’altro che incidentali.   Con una perfetta assonanza con l’originale spagnolo, infatti, il termine “abito” si può leggere con la doppia accezione di abitare nel senso di occupare, risiedere o possedere, o quella di abito inteso come vestito, ovvero come qualcosa che si indossa e del quale, eventualmente, ci si può spogliare. E come potrebbe essere altrimenti in un film in cui protagonisti sono i corpi ancor prima dei personaggi? Corpi che si trasformano, che cambiano pelle, che dispongono gli uni degli altri ma che non si riconoscono in se stessi, non comunicano, non possiedono identità. E allora se l’abito non fa il monaco ancora meno lo fa il...