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abitudine

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La bevanda della borghesia moderna / La scoperta del caffé

“Il caffè agisce sul diaframma e sui plessi dello stomaco, da cui raggiunge il cervello attraverso irradiazioni impercettibili che sfuggono a ogni analisi; nondimeno si può presumere che sia il fluido nervoso a fungere da conduttore dell’elettricità sprigionata dal caffè, o meglio trovata e messa in azione dentro di noi”.   Così scrive Balzac nel suo Trattato degli eccitanti moderni (1839). Lo scrittore ne fa un uso smodato come analgesico, per tenersi sveglio, come aiuto per l’immaginazione. Di fatto è un tossicodipendente, e hanno ragione due studiosi della caffeina, Bennett A. Weinberg e Bonnie K. Bealer, nel dire che l’alcaloide contenuto nel caffè è senza dubbio la droga più popolare del mondo, supera di larga misura nicotina e alcol. Eppure fino al 1650 era praticamente sconosciuta in Europa, mentre cinquanta anni dopo si consumava in 3.000 locali di Londra, che ne è stata la capitale insieme a Parigi per quasi un secolo. Come ha fatto a diffondersi e a diventare la bevanda preferita del secolo dei Lumi, e oltre? “Ogni volta che beviamo una tazza di caffè, prendiamo parte a uno dei più grandi misteri della storia della cultura”, scrivono i due studiosi. L’arbusto del...

Éric Faye. Nagasaki

Gli oggetti cambiano di posizione, si spostano, lo yogurt finisce, il succo d’arancia in frigorifero diminuisce. Ogni giorno, qualcosa, seppur impercettibilmente, va fuori posto, cambia d’ordine. Non sarebbero altro che minuscole variazioni se l’abitante della casa dentro a cui avvengono questi strani avvenimenti non avesse eletto l’abitudine a principio vitale. Shimura abita alla periferia di Nagasaki, conduce una vita solitaria e lavora come meteorologo, ma anche con i colleghi è parco di contatti: evita accuratamente ogni uscita conviviale o incontro che non sia strettamente professionale. Disincantato e poco più che cinquantenne, Shimura sembra aver ricomposto una frattura passata con un’ostinata abitudinarietà, unica vera protezione ad un’esistenza priva di palpitazioni.   L’abitudine priva di vezzi, ma semplicemente e rigorosamente basata su una totale e funzionale ordinarietà è il presente quotidiano dentro cui si muovono i due protagonisti, un uomo, Shimura, e una donna, che invade di nascosto lo spazio privato dell’uomo per procurasi un po’ di ristoro da una vita da cui...

Musica facile, musica difficile

Siamo abituati ad affrontare con naturalezza compiti che in una fase della nostra vita si sono erti di fronte a noi come un muro apparentemente invalicabile. Nuotare, andare in bicicletta, guidare la macchina, ma anche camminare e leggere ci sono sembrate per un periodo più o meno lungo, delle sfide che siamo riusciti a superare solo grazie alla nostra pazienza e alla cocciutaggine. O anche semplicemente a causa del fatto che eravamo obbligati a superarle. Ciononostante una volta consolidata la nuova abilità, quasi sempre questa ci è sembrata “naturale” e inevitabile, così istintiva e inserita nella nostra vita, da sembrare quasi impossibile che avessimo potuto farne a meno fino ad allora. Anche ascoltare, mettiamo, un brano di musica classica, può sembrare a qualcuno un compito faticoso, magari anche noioso e poco gratificante. Ma se si tratta di un brano che ci piace e che conosciamo bene, ascoltare diventa subito facile e naturale. Sembrerebbe quindi che si possa parlare di musica facile e musica che invece è difficile da ascoltare, per non parlare della musica “impossibile” e che magari non ci sembra...

Cremona / Paesi e città

A Cremona le cose sono già accadute. I gesti visibili del tempo sono calmi, rallentati, quasi non fosse più lecito affrettarsi, o assillare l’istante con incaute manovre passeggere. I treni arrivano ancora, per abitudine, con anziani scolari, e stanchi lavoratori oppressi dal ritardo, nella stazione che conserva il dignitoso silenzio d’altri anni. Nell’aria dei piazzali è ancora ignara la vita, giovane la luce, si alzano i rumori e i gesti del quotidiano commercio con le ore, d’ogni leggera illusione che il giorno sia nuovo, i minuti da vivere.   Così antica la misura, la dimensione degli spazi, che lo sguardo trova un conforto d’appoggi, una certezza di confini, già raro il temere uno scivolìo d’orizzonte, la dismisura del vuoto, è breve ogni smarrirsi, limitata la resa incontro alle distanze. A volte si rimpiangono, davvero, possibili fughe già vane, gesti definitivi e superflui, tentativi d’illusione soffocati, grida e voci che varchino una piazza.     L’estensione quieta delle strade spira il suo silenzio, propaga un’attesa remota...

Umberto Eco e Paolo Fabbri, due riflessioni sulla fotografia

Pubblichiamo qui due discorsi sulla fotografia, il primo di Umberto Eco ed il secondo di Paolo Fabbri. Gli autori li hanno pronunciati in occasione del XXXVIII Congresso dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici, dal titolo “La fotografia: oggetto teorico e pratica sociale”, tenutosi a Roma dall’8 al 10 ottobre 2010, di cui verranno pubblicati prossimamente gli Atti  a cura di Vincenza Del Marco e Isabella Pezzini.     Ero troppo occupato a fotografare e non ho guardato   Sino a due minuti fa io mi chiedevo che “ci sto a fare qui”, perché l’anno scorso ho votato contro il tema fotografia per questo convegno e avevo, invece, proposto il tema “silenzio”. Per cui, se fossi minimamente coerente, verrei qui per stare zitto o per occuparmi di quelle fotografie eccessivamente esposte alla luce solare che diventano o tutte nere o tutte bianche, che possono costituire addirittura una forma d’arte che una galleria potrebbe esporre con qualche profitto. Ma due minuti fa, su un intervento di Morello, ho trovato che forse un aggancio c’è perché, essendo nella...