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affetto

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Il tempo che resta / Abbracciarsi

Una volta ho abbracciato una mia amica per sette minuti consecutivi. Eravamo a Pordenone per un festival letterario, in un tiepido week-end di fine settembre, e ci siamo stretti l’uno all’altra sul prato del nostro bed and breakfast, scalzi. Stavamo facendo un esperimento: volevamo verificare se il corpo riceva davvero del benessere fisico da un abbraccio di almeno venti secondi, attraverso il rilascio di ossitocina e la diminuzione della pressione sanguigna. Invece di tenere il conto, però, siamo rimasti immobili sull’erba fresca, separandoci solo quando entrambi lo abbiamo ritenuto opportuno. È durato per circa sette minuti, che nella percezione soggettiva del tempo sono un’infinità.   Ph. Craig F. Walker/Boston Globe. Esiste tutto un rituale, nell’abbraccio, che replichiamo ogni volta senza rendercene conto: è un linguaggio che sperimentiamo fin da piccoli, lasciandoci guidare dagli automatismi del nostro corpo e dalle regole dell’ordinamento sociale in cui viviamo. Basta trascorrere qualche momento fra gli spettri boccioniani di una stazione ferroviaria – o all’ingresso di un aeroporto – per osservarne le coreografie. Di recente, in largo anticipo per un volo che da...

Theoria degli affetti. Abitare le conseguenze / Uno strappo tra ospizio e mondo esterno

La “terza età” fa venire in mente il “mito d’oggi” (Barthes) dei giocattoli socializzati, che riproducono, in piccolo, il macrocosmo degli adulti – macchine, eserciti, fattorie, cucine. Il bambino è un homunculus a cui sono forniti gli stessi oggetti dell’adulto, aggiustati alla sua misura. Ma avanza verso quel modello.  Negli ultimi cinquant’anni gruppi di potere, industrie farmaceutiche, mass media, enti pubblici e privati nei settori igienico-sanitario, alimentare, amministrativo, manutentivo, hanno costruito un’immagine della “terza età” che passa come “naturale”. Si vive sempre più a lungo e quindi si è “giovani” finché si può, finché si ha la fortuna di esserlo. Ci si comporta, si lavora, ci si risposa, si fanno figli imitando il trentenne, l’“adulto perfetto”, e ritardando il più possibile l’invecchiamento, con rimedi di vario tipo. Così anche l’anziano è diventato un homunculus: arretra verso l’adulto.    La perdita della giovanilità marca la fine della “vita”. Segue poi una fase che intenzionalmente si rimuove, ma che, nel buio, è uno dei business più redditizi, articolati e complessi del XXI secolo. “Vecchio” è una parola tabù nella cultura occidentale,...

Pillole per il lutto

È vero, a Bali seppelliscono i morti, dopo un periodo li dissotterrano e fanno una grande cerimonia festosa – con paramenti di carta colorati e meravigliosi – dove bruciano i cadaveri e spargono al vento le loro ceneri, in modo da liberarli dal mondo terreno e da liberare se stessi dall’angoscia del dolore per la perdita. Qui da noi si portava il lutto, per un periodo, poi ogni anno si rinnovava il dolore con un annuncio che ricordava la perdita. Ora non più.   Nonostante le distinzioni da sempre presenti e rinnovate da Freud – nell’opera Lutto e malinconia – ora il lutto è considerato dagli psichiatri neo-cretiniani – pardon, neo-kraepeliniani, “boccaccia mia statte zitta!” diceva il ventriloquo – una malattia. Il che fa talmente ridere la persona di buon senso da aiutarlo a superare in una sola grossolanità, se non il lutto – ch’è giusto che permanga per un certo periodo e sia rinnovato nella memoria – almeno la malinconia.   L’articolo di Paolo G. Brera, apparso su Repubblica il 28 dicembre 2012, non è il primo a rilevare questo...

Ann Hui. A Simple Life

Un uomo spinge una signora anziana a bordo di una carrozzina; la donna è stanca, malata, piega il capo coperto da un berretto di lana e si abbandona dolcemente allo schienale. È vicina alla morte, ha l’età giusta per essere pronta e il fisico troppo stanco per reagire; il suo volto è sereno, si sente sicura, protetta, non vi è traccia di preoccupazione. L’uomo dal canto suo conduce con delicatezza la donna, con lo sguardo pacato sembra accompagnarla verso il destino che le spetta. Non c’è dolore o tristezza. Solo affetto reciproco. L’affetto che quest’uomo e questa donna, colti in una delle tante immagini di intimità muta e profondissima raccolte da A Simple Life, si sono regalati per una vita intera.   Il film, diretto dalla regista di Hong Kong Ann Hui e uscito nelle sale dopo aver partecipato alla Mostra di Venezia (complimenti alla Tucker Film per il coraggio), racconta la storia vera del rapporto tra un produttore cinematografico e la sua domestica settantenne: lui un professionista single, indaffarato e spesso all’estero per lavoro; lei una minuta vecchina da cinque generazioni al...

Carezze

Che cos’è una carezza? Una dimostrazione d’affetto compiuta con atti e con parole. Meglio: un particolare gesto della mano che sfiora le membra della persona amata. Così in Machiavelli. Viene da “caro”: colui o colei che suscita sentimenti, antica radice indoeuropea. La carezza si compie con il palmo della mano. Secondo Desmond Morris è stata la lunga attività di caccia dei nostri progenitori a fornirci di mani nude, di pelle sensibile sul palmo, sviluppando così la nostra possibilità di elargire carezze, un atto che nei primati è legato ai contatti sessuali, corpo a corpo, e in particolare alle azioni ravvicinate che precedono la copula.  Il contrario della carezza è lo schiaffo che non a caso s’assesta con il rovescio del palmo: la parte opposta a quella che accarezza. Lo schiaffo, che ha anche un valore di offesa, oltre che di rifiuto – il cosiddetto manrovescio –, differisce dalla sberla che si dà invece con il palmo della mano. Nel gesto di sfida è il colpo assestato con il dorso che indica il rifiuto, la repulsa, l’allontanamento. Tutto il contrario...