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biglietto

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Un biglietto nostro

Traslocare significa sbudellare la propria casa e mostrare nella pubblica via le proprie viscere: un orrore. Un’endoscopia della propria vita materiale a cui gli altri assistono. Vedono le tue scelte stilistiche in fatto di mobilia, sanno delle tue fatiche economiche che non ti hanno concesso di comprare un’ottima lavatrice o un armadio più grande; per non dire della quadreria irrimediabilmente modesta, in termini artistici s’intende. Un orrore. Ebbene in questo orrore mi è successo – e questo è il versante miracolistico di un trasloco – di ritrovare il vecchissimo biglietto di un concerto: Palasport – Bologna 31 marzo 1973 – ore 21,30 TRAFFIC - gradinata L.1.500 n.796. Un tagliandino rosa che, oltre alle scarne informazioni su riportate, non ha altro. Del tutto simile a quello che un tempo usavano nelle “pesche” della parrocchia, madre e figlia con il numerino su entrambe, e basta.   No, niente biscottini proustiani, l’istantaneo scatenamento emotivo della mia personale memoria rimanga a me, a poco servirebbe raccontarlo – come non oso pensarlo - a chi non è me. Per chi...

Addio alla prossemica

Chi ricorda la prossemica? Chi ha tuttora presente quell’affascinante serie di studi che, venti o trent’anni fa, cercavano di osservare i comportamenti delle persone, e soprattutto i modi con cui esse si accostano o si distanziano reciprocamente? Pochissimi ritengo, almeno fra i matti gestori di quelle odierne sale cinematografiche che sempre più affliggono le nostre serate libere, la nostra inesausta voglia di godere delle magie del grande schermo. Sentite che cosa mi è successo qualche tempo fa. E ditemi se non sarebbe il caso di rendere obbligatoria, a certi personaggi, la lettura di un libro luminoso come La dimensione nascosta di Edward Hall o di certi scritti del mai troppo compianto Erving Goffman.   L’idea era semplice: niente di meglio che andare a vedere il pluripremiato The Artist, film muto sul film muto, nostalgicamente in bianco e nero, in un vecchio cinema di periferia, meglio ancora se in provincia. Immaginiamo compiaciuti sedie cigolanti col velluto rabberciato, un cinefilo d’antan al botteghino e l’odore acre di umidità dalle pareti: un’esperienza estetica tanto ...

Parigi nel metrò

La metropolitana è piena. È mattina, c’è silenzio, ancora non si vedono i suonatori e i mendicanti che declamano brevemente ai passeggeri le loro biografie prima di chiedere qualche moneta. Qualcuno dorme, qualcuno legge, chi in piedi, chi seduto; nessuno si parla.     In metropolitana ci si sfiora, si cammina fianco a fianco, alle volte ci si urta. L’ansia di uscire, di tornare alle luce, impone di fare in fretta. Non c’è tempo da perdere e non si fa caso alle persone, ancora meno di quanto accada all’esterno. Il biglietto della metropolitana documenta di una comunità di individui che hanno in comune partenze e arrivi, tratti di percorso, ma nulla sanno dei loro vicini di strapuntino. Anzi, se gli sguardi cadono troppo insistenti, la reazione è tendenzialmente aggressiva: un giornale che si stropiccia, uno sbuffo, uno spostamento brusco verso l’uscita.     Più di un miliardo di persone usano la metropolitana di Parigi in un anno, ma è un miliardo di passaggi più che di presenze: più individui per lo stesso volto non è solo il risultato di un...