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Divagazioni su packaging e design / Munari, le arance e i fichi secchi

In un negozio Waitrose, a Londra, mi imbatto nei prodotti Urban Fruit. Stavo curiosando tra gli scaffali degli snack e sono stato attratto dai colori vivaci e ben abbinati delle confezioni e dalla grafica fresca e semplice che mette di buon umore. È una linea di frutta disidratata da mangiare al volo, on the go, come fuori pasto. Solo frutta, senza aggiunta di zucchero, conservanti o altre sostanze bandite dagli stili di vita virtuosi. Ogni sacchetto, a dar retta a quanto riportato sotto la tabella nutrizionale, fornisce il fabbisogno giornaliero di frutta di una persona. È un aspetto importante in un paese dove si mangia poca frutta e per me è la conferma che posso farmi fuori tutto il contenuto (circa 100g) senza sensi di colpa.  Mangio nell’underground, sentendomi in armonia coi tempi, grazie a una scelta allo stesso tempo sana, gratificante e cool. Una pizzetta non mi darebbe la stessa soddisfazione. Poi razionalizzo: frutta secca. Mi capita di mangiarne in Italia, soprattutto durante le feste, ma non ho mai pensato che fosse una cosa cool. Non mi è mai venuto in mente di portarmi dietro un sacchetto di fichisecchi per uno spuntino on...

Come sopravvivere alla fine dell’anno europeo della cultura

Continua con una nuova forma la collaborazione con Il Giornale delle Fondazioni - Giornale dell'Arte. Da oggi pubblicheremo un approfondimento sulle città italiane candidate a Capitale Europea della Cultura 2019. Oggi pubblichiamo un'intervista a Franco Bianchini, Professore di Politiche Culturali e Pianificazione alla Leeds Metropolitan University.     Il titolo di Capitale Europea della Cultura rappresenta una grande occasione, da saper cogliere, per sviluppare un approccio alla pianificazione strategica, che faccia della cultura uno strumento per lo sviluppo economico e sociale, una nuova forma di welfare. Quale evoluzione ha avuto il ruolo della progettazione culturale nella storia del programma ECoC (European Capital of Culture)? Tutto iniziò da Glasgow, quando ancora il programma si chiamava città europea della cultura. Era il 1990 e la città  scozzese era simbolo del declino economico e della disoccupazione, ben lontana dalla solida reputazione internazionale che potevano vantare, dal punto di vista artistico-culturale, le città che l’avevano preceduta, ovvero Parigi, Berlino, Amsterdam, Firenze e Atene...