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case editrici

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Salone del libro 2019 / Fascismo. Macchina mitologica

Le polemiche sulla partecipazione al Salone del libro di Torino dell’editore Altaforte, legato al circuito di CasaPound, hanno sollevato un polverone mediatico. Come spesso capita, in questi casi, il rischio è che dietro (e dentro) esso, in quanto tempesta di sabbia, ad emergere sia più il pulviscolo atomizzato di parole, immagini e idee (precostituite) che non la sostanza del problema. Già, qual è il problema? Ossia, qual è il nocciolo della questione? «Fuori i fascisti dal Salone», è stato detto, riferendosi al chiaro posizionamento ideologico, prima ancora che strettamente politico, della casa editrice in questione.   Posizionamento non solo evocato ma apertamente rivendicato dal suo titolare. Si è poi aggiunto che sarebbe stato impossibile fare aprire questa edizione della kermesse libraria da una sopravvissuta alla Shoah, che nel mentre aveva già declinato l’impegno, qualora tale casa editrice fosse rimasta al suo posto. Non di meno, una serie di nomi di rilievo avevano peraltro dichiarato la loro indisponibilità a partecipare. Per ragioni apertamente politiche: se ci sono “loro”, i fascisti, noi non verremo. Punto e basta. Pochi giorni prima che la querelle raggiungesse...

Case editrici / Editori per il XXI secolo

Fino a qualche tempo per casa editrice si intendeva un'azienda – oggi qualcuno direbbe "impresa culturale" – che produce e vende ai consumatori oggetti fisici prodotti in serie: libri, giornali, riviste... Ma qualcosa sta cambiando ed è già cambiato, come ha raccontato al cinema Il gioco delle coppie di Olivier Assayas. Un celebre aneddoto – o una geniale invenzione di Umberto Eco – ha per protagonista un editore, forse Valentino Bompiani, che durante un party viene avvicinato da un'elegante signora che gli chiede che lavoro faccia.  "L'editore." "Bello! Ma allora lei scrive libri?" "No, a quello ci pensano gli autori." "Ah... Allora li stampa?" "No, di questo se ne occupa la tipografia." La bella signora è sempre più perplessa: "Insomma, li vende?" "A venderli ci pensano i librai." "Mi scusi, ma allora lei cosa fa?" "Tutto il resto!" In questa paradossale risposta c'è già il seme dell'evoluzione che stanno vivendo e vivranno le aziende editoriali. Fino alla metà del XX secolo i grandi editori si ispiravano a un modello industriale che aveva l'ambizione di coprire l'intera filiera produttiva, affidata ai diversi reparti dell'azienda. La redazione si faceva carico di quelli...

I miei premi letterari

Io i premi già lo so che non li vinco: partecipo perché, come diceva Bernhard, «se qualcuno offre del denaro vuol dire che ne ha, ed è giusto alleggerirlo». E dunque partecipo, anzi partecipiamo: in tanti, sempre, perché i bandi girano con mesi di anticipo nei blog, specie quelli di poesia che inspiegabilmente sono premi ricchi. In proporzione, almeno, rispetto al fatto che quando pubblichi un libro di poesia quasi quasi te lo devi pagare tu, cioè corre comunque l’obbligo di acquistarne delle copie, altrimenti l’editore come fa. Non hanno mai soldi per niente, gli editori di poesia, e sembra ti abbiano già fatto questo gran favore a pubblicarti, ma poi se ne vergognano, i libri non circolano, ne stampano quattro.   Comunque bando alle nequizie del sistema («odio tutti gli editori e tutte le case editrici e tutti i libri»: sempre Bernhard): torniamo alla breve storia dei miei premi. Il primo premio di poesia che ho vinto in vita mia non l’ho vinto. Erano gli anni del mio rapporto con l’autore cui avrei di lì a poco dedicato una monografia. Lo incontravo spesso, ci davamo convegno...