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commedia italiana

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Una mostra e un libro per il centenario della nascita / Steno: futilità e segreti

Ho raggiunto S. a Roma per visitare insieme a lei la mostra Steno, l'arte di far ridere, aperta al pubblico (ancora per poco) presso la Galleria Nazionale d'Arte Moderna. Vi si accede tramite un'entrata laterale, non lontano dal bar della Galleria. All'ingresso, si è accolti da un grande cartello giallo: sopra, nera e in corsivo, la firma elegante e al tempo stesso essenziale di Steno.     A pensarci bene, la collocazione quasi defilata della mostra sembra rispecchiare la posizione di Steno nel cinema italiano: “laterale” appunto, sempre un po' in disparte. Eppure Stefano Vanzina (il nom de plume era un omaggio all'autrice di feuilletons Flavia Steno) era tutt'altro che un uomo di seconda fila. Nato ad Arona un secolo fa, il 19 gennaio 1917, da una unione a dir poco romanzesca – lui, Alberto Vanzina, piemontese, giornalista del Corriere; lei, Giulia Boggio, romana, di famiglia aristocratica – Stefano perde il padre in tenera età. Dopo che la madre, rimasta vedova, ha dilapidato nel gioco d'azzardo buona parte del patrimonio famigliare, si trasferisce con lei nella Capitale, dove viene allevato da una zia. Liceale modello, Stefano s'iscrive a giurisprudenza, coltivando...

Un sabato italiano

Era un sabato la prima volta che sono stata a Expo. Ho approfittato dell’ingresso serale, quello che costa 5 euro. 5 euro e: trenta minuti di metropolitana; una volata in un fiume umano anestetizzato dall’eccitazione; un’ora e venti di attesa tra l’arrivo in stazione Rho Fiera, l’acquisto del biglietto e l’entrata in Expo.   Finalmente sono dentro. Non prima di essere passata sotto lo sguardo del metal detector e di aver infilato la borsa nello scanner. Esattamente come in aeroporto. Improvvisamente ricordo che porto sempre con me un piccolo coltellino da borsa. Non si sa mai, potrei dover sbucciare una mela, tagliare del nastro adesivo, girare una vite. Sempre meglio averne uno. Ben nascosto s’intende. Tanto nascosto che gli apparati di sicurezza non lo vedono neanche e mi lasciano serenamente entrare.   Una volta dentro e stordita dal rumoroso sciame di persone, mi trovo davanti alla grottesca armata di statue che, come le Teste composte di Arcimboldo a cui si ispirano, sono corpi allegorici, non però delle stagioni ma dei simboli base della nostra tavola: il vino, il pane, la pasta. Questi giganti gargantueschi e...

Caratteristi

Machiavelli va in taverna e s'ingaglioffa, Flaiano al cinema e ride guardando I pompieri di Viggiù, Umberto Eco sta in casa e si sintonizza su Don Matteo. Anch'io, si parva licet, resto a casa e cerco su youtube gli spezzoni della vecchia commedia all'italiana. Ho la religione di Totò  – in sottordine mi merito Alberto Sordi – ma lo apprezzo di più quando ci sono Peppino, Fabrizi, Nino Taranto, ma anche quei miracolosi attori napoletani: Pietro De Vico, Tina Pica. Quel cinema italiano è fatto di facce irregolari che dichiarano le miseria: Capannelle, Vincenzo Talarico o di imbroglioni come Franco Fabrizi e Riccardo Garrone, o di cattivi come Adolfo Celi e Mario Carotenuto. Ognuno lascia un’impronta, una tonalità. Non disprezzo nemmeno i film di "chiappa e spada" con Renzo Montagnani, Lino Banfi, Aldo Maccione (e la Fenech...). A volte penso che vorrei comporre un video-saggio approfondendo, chiarendo. Ma no, meglio divertirsi.