Una moschea a Fréjus. I soldati francesi africani

9 Marzo 2026

Fréjus è un comune francese di poco più di cinquantamila abitanti, situato nel dipartimento del Var, regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra e adagiato sulle rive del fiume Argens. Centro turistico piuttosto vivace, vanta una lunga storia che risale a prima dell’arrivo dei romani. Tra il VII ed il IX secolo fu ripetutamente razziato dai saraceni, che attaccarono e saccheggiarono la città. Il 9 ottobre 1799 vi sbarcò Napoleone Bonaparte di ritorno dalla campagna d'Egitto, mentre il 2 dicembre 1959 Fréjus fu colpito dalla rottura della Diga di Malpasset, quando 50 milioni di m³ d'acqua raggiunsero l'abitato provocando 423 morti e distruggendo gran parte delle case.

Nella periferia della cittadina, segnata dalla vegetazione mediterranea e dai pini marittimi spicca un curioso edificio rossastro, che ha ben poco a vedere con le tipiche architetture francesi. Se non fosse che ci troviamo lungo il celebre litorale francese, verrebbe da pensare che si tratta di un tipico esempio di costruzioni saheliane in terra cruda e legno. In realtà è di cemento ricoperto di ocra, ma lo stile è proprio quello, infatti, si ispira alla grande moschea di Djenné, in Mali. Si tratta della moschea Missiri, inaugurata nel 1930 su iniziativa del capitano senegalese Abdel Kader Mademba, la cui intenzione era ricreare uno spazio rilassante per i suoi soldati senegalesi: «Dare al fuciliere nero l'illusione, il più fedele possibile, della materializzazione di un ambiente simile a quello che aveva lasciato; la sera, durante interminabili sedute di discussione, gli echi del tam-tam risuonavano contro le pareti di un edificio familiare, evocando visioni che avrebbero potuto attenuare la sensazione di isolamento di cui a volte soffre, immergendolo, per così dire, in un'atmosfera nativa».

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Nella moschea i suoi soldati avrebbero ritrovato l'atmosfera dei loro villaggi, lontani dalla guerra e dalla solitudine e alleviato, almeno un poco, la nostalgia di casa, e quel sentimento di perdita ed esilio vissuto dai soldati. Su iniziativa del generale Joseph Gallieni, governatore militare di Parigi, Fréjus era diventata la base per le truppe, le prime truppe d’oltremare, provenienti dalle allora colonie francesi in Africa e dall'Indocina francese, affinché si acclimatassero prima di partire per il fronte. Sarà di qui che i primi tirailleurs senegalesi partiranno per il fronte nel 1915.

Circa sessant’anni prima, nel 1857, il generale e amministratore coloniale francese Louis Faidherbe, di fronte da un lato alla carenza di militari arrivati dalla Francia metropolitana nelle colonie dell’Africa occidentale, dall’altro alla necessità di mantenerne l’ordine, pensò di creare un reparto formato da giovani africani. Il 21 luglio 1857, Napoleone III firmò il decreto che istituiva il primo battaglione di fanteria indigena. Questo atto avrebbe segnato, per lungo tempo, una presenza costante di soldati africani nell'esercito francese. Questi avrebbero partecipato alla maggior parte delle campagne militari francesi.

Benché i suoi componenti si chiamassero tirailleurs sénégalais, in realtà questo corpo non era costituito solo da giovani senegalesi. I fucilieri venivano reclutati in tutte le colonie e nel corso delle due guerre mondiali, il Mali rappresentò il 24% dei fucilieri senegalesi, l'Alto Volta (attuale Burkina Faso) il 20%, seguito da Costa d'Avorio e Senegal con il 15% ciascuno, Guinea con il 12%, Dahomey (attuale Benin) con l'8% e Niger con il 4%. Il corpo era stato creato in Senegal, di qui il nome.

Il reclutamento si basava sul decreto del 7 febbraio 1912 e veniva effettuato con la forza. Il testo, infatti, stabiliva che «i nativi di razza nera del gruppo franco-africano occidentale possono, in ogni circostanza, essere designati a continuare il loro servizio al di fuori del territorio della colonia» per una durata di quattro anni». In pratica si ripeteva uno schema simile a quello della tratta degli schiavi del passato. Infatti, in varie regioni dell’Africa occidentale scoppiarono delle rivolte, brutalmente represse, con l’uccisione di diverse migliaia di civili. Come molti ammutinamenti successivi, queste rivolte furono tenute nascoste per non fornire ulteriore materiale alla propaganda tedesca, che denunciava costantemente la condotta della Francia in Africa. Successivamente si cercò di convincere i giovani africani, ancora soggetti al Codice Indigeno, a venire a combattere in Francia, promettendo loro medaglie militari, buona paga, cibo, vestiti nuovi e, soprattutto, la cittadinanza francese una volta terminato il conflitto.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, 37 battaglioni di fanteria nordafricana e senegalese furono trasferiti dal Marocco alla Francia. Ben presto, però l'Alto comando francese si rese conto che la guerra sarebbe durata molto più a lungo di quanto inizialmente previsto, pertanto autorizzò un'importante campagna di reclutamento in Africa occidentale e tra il 1915 e il 1918 furono reclutati circa 200.000 soldati senegalesi dell'Africa Occidentale Francese, che parteciparono a numerose battaglie, in particolare alla Seconda Battaglia della Marna nel 1918. Questi soldati costituivano l'elemento principale della “Forza Nera” o “Armata Nera”, che verrà sciolta solo all'inizio degli anni '60. Circa il 15% di loro, ovvero 30.000 giovani, fu ucciso, il che rappresenta un morto ogni sei mobilitati e molti tornarono feriti o invalidi. Nel 1924 a Reims venne eretto un monumento per onorare i soldati neri della Prima Guerra Mondiale, poi distrutto dai tedeschi nel 1940.

Anche la Seconda guerra mondiale vide truppe africane impegnate sul terreno con i colori francesi. Su 5 milioni di uomini reclutati, 500 mila erano africani. Molti caddero prigionieri dei nazisti, che odiavano gli africani fin dai tempi dell'occupazione della Ruhr durante la Prima Guerra Mondiale, e la propaganda razzista accusava i soldati africani di stupri e rapimenti, la cosiddetta «vergogna nera». Secondo lo storico americano Raffael Scheck, che ha indagato negli archivi militari francesi e tedeschi, quasi 3.000 fucilieri senegalesi sarebbero stati giustiziati dalla Wehrmacht tra maggio e giugno 1940, un crimine di guerra perpetrato non dalle SS, ma dall'esercito regolare tedesco.

Soldati africani parteciparono ai combattimenti della campagna d'Italia, in particolare alla battaglia di Montecassino e alla presa dell'Elba, sbarcarono sulle coste della Provenza e furono coinvolti nella liberazione della Francia. Al termine della guerra 17 mila di loro non fecero ritorno a casa. Migliaia di giovani africani sono così entrati, malgrado loro, nel pieno della storia europea e mondiale, in entrambi i conflitti mondiali ed entrambi i conflitti sono diventati parte della storia africana. Tant’è che in diverse popolazioni dell’Africa occidentale si diffusero nuove danze, in cui i protagonisti tenevano in mano finti fucili in legno, mimando le battaglie. Le dances des tirailleurs sono così entrate a far parte della tradizione africana più profonda. Vivendo il dramma delle trincee, dei bombardamenti, degli assalti, condivisi con i loro coetanei europei, quei ragazzi scoprirono a poco a poco che i loro coetanei “bianchi” non erano una “razza superiore”, che avevano paura come loro, che come loro piangevano, soffrivano, sanguinavano e morivano. Questo cambiò di molto la loro percezione dei colonialisti, infatti, al ritorno in patria, molti di loro cominciarono a chiedere di essere trattati alla pari dei commilitoni francesi. Alcuni, però, trovarono una brutta sorpresa.

Nel novembre 1944, 1.280 fucilieri senegalesi provenienti da vari paesi dell'Africa Occidentale Francese furono radunati in un campo di transito a Thiaroye nella banlieue di Dakar, molto simile a un lager. Avevano combattuto nell'offensiva tedesca del maggio-giugno 1940 e la maggior parte era rimasta prigioniera dei tedeschi in Francia, impiegata come lavoro forzato nelle fattorie o nelle fabbriche di armamenti. Attendevano di tornare alle loro case e, avendo acquisito coscienza del loro diritto di essere trattati come i cittadini della potenza per cui avevano combattuto, aspettavano di ricevere la paga che il governo francese aveva loro promesso. Appena però si diffonde la notizia che le loro paghe per aver servito in guerra sarebbero state dimezzate, organizzano una manifestazione, insultando e schernendo il generale Dagnan, comandante del campo. Questi, d'accordo con il suo superiore, decise di dare prova di forza e inviò truppe di artiglieria coloniale, oltre ad alcuni veicoli blindati. Due ore e mezza di discussione, poi fu dato l'ordine di aprire il fuoco sugli insorti.

Per decenni le autorità francesi hanno cercato di minimizzare quanto accaduto a Thiaroye. I rapporti dell'esercito francese poco dopo il massacro stabilirono che 35 soldati dell'Africa occidentale erano stati uccisi in risposta a un "ammutinamento". Altri rapporti dell'esercito francese parlano di 70 morti. Ma oggi molti storici francesi e senegalesi concordano sul fatto che il vero bilancio delle vittime sia probabilmente dell'ordine delle centinaia, e alcuni parlano di quasi 400 soldati uccisi, sulla base delle stime del numero di fucilieri presenti al campo il giorno del massacro. Nel cimitero in cui sono stati sepolti, tutte le tombe sono anonime e la posizione esatta dei resti è sconosciuta, così come il numero preciso delle vittime. La vera portata e le circostanze delle uccisioni rimangono poco chiare.

Trentaquattro tra i sopravvissuti, considerati caporioni, furono condannati a pene detentive da uno a dieci anni, venne loro negato il diritto all'indennità di smobilitazione e furono multati di cento franchi. Questa tragedia è stata magistralmente raccontata dal regista senegalese Ousmane Sembène e Thierno Faty Sow nel film Camp de Thiaroye (1988).

Nel giugno 1947, durante la visita a Dakar dell’allora presidente della Repubblica Vincent Auriol, vennero graziati, ma senza riacquistare i diritti alla pensione militare.

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