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(10 risultati)

Un concorso doppiozero / Una matita per l'estate

  Peter Handke quando scrive, come da bambino, scrive a matita.   Che posto occupa la matita nella nostra vita? A quale matita pensiamo? Alla matita blu degli insegnanti o a quella rossa e squadrata dei muratori? Alle matite colorate? Alla matita del disegnatore? Allo scrivere sdraiati dal sotto in su - che la penna non sempre permette -, o alle vie di fuga dalla responsabilità, che tanto si cancella? Abbiamo pensato, questa estate, in occasione del nostro progetto di collaborazione con la Cartoleria Tipografia Bonvini, di dare avvio a un nuovo concorso: dopo gli oggetti di infanzia e le fontanelle d’acqua è il momento delle matite.   Storie di matite, dunque. Fotografie, disegni o testi che non superino le 6000 battute.   I contributi che ci piaceranno di più verranno pubblicati sul sito, e il vincitore premiato con una copia del nostro Almanacco e una shopping bag.   La scadenza è fine luglio, i contributi vanno inviati in formato word o simili (non in pdf, per favore!) a redazione@doppiozero.com      

I linguaggi della conoscenza storica / Raccontare la Resistenza

Esistono strategie narrative seduttive che incidono sul senso comune e sul sapere storico diffuso, e arrivano a proporre un passato liofilizzato, esangue, senza spessore. Ma non basta criticare questo tipo di narrazioni: bisogna competere con loro, appropriandosi delle loro seduttività: gli storici devono scendere in quell'arena e trasmettere i contenuti delle loro ricerche, altrimenti rimangono fine a se stesse, si esauriscono in una retorica monumentale e non incidono nello spazio pubblico. Ripercorrendo settant'anni di dibattito storiografico si rimane colpiti dalla congruenza tra i vari linguaggi che hanno raccontato la Resistenza e ciò che gli storici parallelamente hanno detto e scritto sullo stesso tema: i paradigmi di riferimento sono cambiati e cambiano sulla base della sensibilità e della cultura politica del momento.   La primissima fase che possiamo individuare è quella che va dal 1945 al 1948. Pensiamo al neorealismo italiano, ai film Roma città aperta (1945), Paisà (1946) e Il sole sorge ancora (1946). Sono opere nelle quali la narrazione della Resistenza è tutta costruita sulla sua spontaneità. Certo, i partiti ci sono, ma non appaiono decisivi: quello che è...

Canberra, il miglior posto in cui vivere?

«Il territorio della capitale federale australiana Canberra (385 mila abitanti, in gran parte impiegati pubblici e diplomatici) è il miglior posto al mondo in cui vivere, secondo un rapporto dell'Ocse che ha classificato 362 regioni dei suoi 34 paesi membri. Lo studio ha usato nove misure di benessere: reddito, istruzione, occupazione, sicurezza, salute, accesso ai servizi, ambiente, alloggi e coinvolgimento civico».   Questa la notizia battuta dalle agenzie d’informazione di tutto il mondo nel corso della giornata di ieri, 9 ottobre 2014. La fonte del rapporto, l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ovvero OECD, The Organisation for Economic Co-operation and Development) è un organismo internazionale serio, fondato nel dopoguerra, con sede a Parigi, cui come già detto aderiscono attualmente 34 paesi. Non c’è dunque motivo di dubitare del fatto che, osservata dal punto di vista del livello di reddito, istruzione, occupazione, sicurezza, salute, accesso ai servizi, ambiente, alloggi e coinvolgimento civico, Canberra risulti davvero – almeno per quest’anno – la citt...

Vita e morte del no profit

Prima che la crisi si abbattesse ferocemente sulla disponibilità di risorse pubbliche, agli operatori culturali era praticamente proibito – pena l’anatema da parte di policy maker e dei decision leader – di lanciare uno sguardo alle opportunità offerte dal mercato, di dare ascolto alle sirene del marketing, di pensare a se stessi come imprenditori a capo di un’impresa. L’operatore culturale si muoveva a proprio agio all’interno di un recinto ben presidiato senza percepirlo, però, come una gabbia o come una prigione ma, al contrario, traendone un senso di protezione: quel recinto, infatti, marcava in modo deciso il confine tra chi lavorava nel settore culturale e chi, invece, ne era escluso.   D’altra parte, le caratteristiche di questo settore non erano tali da stimolare negli operatori l’adozione di approcci imprenditoriali ma, piuttosto, spingevano verso assetti organizzativi e gestionali modellati attorno alla logica del finanziamento da parte di enti pubblici e privati - i “contributi” - come unica fonte di entrata, con l’esclusione di ogni altra forma di reddito alternativa o...

Giù la maschera cheFare!

Si sta concludendo la seconda edizione di cheFare e tra pochi giorni si saprà chi vincerà il premio. Non è quindi fuori luogo, dopo questa esperienza e quella dello scorso anno, fermarci a riflettere su quanto stiamo facendo, cercando di capire se sta producendo i risultati sperati e, più prosaicamente, chiederci che senso ha tutto questo. Perché montare una struttura per un bando rivolto a progetti culturali di innovazione sociale non è una scelta facile o scontata. Diciamolo chiaramente, non ce lo fa fare nessuno! Se non la voglia di buttarci nella mischia e dare un nostro contributo per uscire dalle secche in cui si trova la cultura in questo paese. Un desiderio che nasce dopo molti anni passati in prima linea nell'industria culturale, avendone saggiato, per così dire, vizi e virtù e volendo fare quanto possibile per cambiare, e possibilmente migliorare, la situazione in atto.   La prima cosa di cui ci siamo resi conto è stata che dovevamo mettere tra parentesi tutta una serie di istanze politiche e sociali che fanno parte dei nostri trascorsi personali se volevamo davvero creare qualcosa che potesse funzionare come una piattaforma di servizi aperta a tutti. Quindi ci...

Sotto il tappeto del concorsone

Ci siamo: non ci sono stati ripensamenti, è stato pubblicato il bando per 11.542 cattedre nelle scuole “di ogni ordine e grado”. E già si annuncia una pioggia di ricorsi: il mondo dei precari è in rivolta. Come sempre, verrebbe da dire, se non fosse che a molti di loro non mancano certo le ragioni per protestare.   Col passare degli anni, la realtà umana e professionale legata al lavoro precario nelle scuole ha sempre più assunto i connotati del fallimento, a guardarla in termini puramente funzionali, se non della tragedia sociale. Sono finiti da decenni, se mai sono esistiti, i tempi capaci di alimentare quell’immaginario pecoreccio tipicamente italiano legato alla figura della “supplente”. I colleghi precari che rimbalzano come trottole da una scuola all’altra, assunti a settembre, ottobre, anche a novembre, e licenziati a giugno, sono ormai uomini e donne sui quaranta, che non fai in tempo a riconoscere nei corridoi perché poi spariscono, inghiottiti da quei gorghi infernali chiamati graduatorie. Fantasmi fra le cattedre italiane, che magari ricompaiono nelle stesse aule a distanza di anni...

Impressioni di settembre

Con qualche variazione regionale inizia il nuovo anno scolastico 2012-13 e le scuole, fino a pochi giorni fa ancora con le aule vuote immerse nell’innaturale silenzio estivo, ricominciano a popolarsi di studenti. Per chi scrive è un buon inizio, un momento di piacevoli rincontri e di promessa di nuove energie. I recenti annunci del ministro Profumo promettono molte e interessanti novità; la nuova macchina ministeriale ha proceduto con cautela nella fase del passaggio di consegne tra staff, portando a conclusione l’anno scolastico per poi, dalla maturità in avanti e fatta salva la tendenziale continuità sulle scelte economiche fondamentali, lanciare segnali di discontinuità con i ministeri precedenti quanto meno nel concepire l’istruzione come strategica per il salvataggio del paese dall’emergenza.   Organici. I collegi docenti sono sempre più ridotti e le perdite di cattedre sono state ancora numerose, come conseguenza della riforma che va a regime con le classi terze delle superiori. Fermi già da due anni molti precari (che non hanno avuto cattedra annuale), ci sono stati numerosi docenti...

8x8. Si sente la voce

Se vale la massima galileiana del “discorrere come correre”, il romanzo è una gara di fondo con distanze lunghe e spazi dilatati, che esige uno sforzo prolungato e un continuo adattamento a ritmo e resistenza. Il racconto è invece uno scatto, un lavoro anaerobico che nella breve durata concentra velocità e potenza. È allora fondamentale la partenza, la spinta sui blocchi per ottenere la maggiore propulsione, la lettura d’un fiato; “in ogni caso il racconto è un’operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo, contraendolo o dilatandolo” diceva Calvino.   Così, nella prefazione all’antologia di racconti Si sente la voce (CartaCanta editore, Forlì, 2012, p. 240, € 14) la celebrazione del genere racconto, un po’ sminuito dalla tradizione, un po’ rispolverato come difficile esercizio di chiarezza e intensità, è trattata nei termini di una tensione alla “breve e sonante densità”, oltre che come campo di prova per autori esordienti o aspiranti tali.   L’antologia ne raccoglie quarantadue,...

Cannes 65 – Al festival in Limousine

“Dove vanno a dormire le Limousine?” Si chiede Eric Packer, il giovane protagonista di Cosmopolis di David Cronenberg. La riposta gliela dà, in qualche modo, Leos Carax mostrando nel suo Holy Motors un nutrito gruppo di Limo che si prepara a “coricarsi” in un’autorimessa della periferia parigina, discutendo (letteralmente!) sulla natura e sul carattere dei propri conducenti. Questo di Cannes – sessantacinquesima edizione – è stato, per certi versi, un festival in Limousine. E non soltanto perché le lussuose autovetture sono protagoniste nei due film sopraccitati – tra i più controversi del Concorso – e nemmeno perché il celebre Boulevard de la Croisette ne è percorso in lungo e in largo e in continuazione, ma anche perché la Limousine, emblema del lusso, dell’eccentricità e dell’esibizione di più pacchiana natura, è sembrata assumere, nell’ambito festivaliero, i contorni di una metafora (anche cinematografica) molto ben adattabile ai nostri tempi. Divenendo, da un lato, il simulacro magniloquente, superfluo e ingombrante di un mondo...

Venezia 68. Visita guidata al cantiere Lido

A pochi passi dal red carpet assediato dalle telecamere e dal solito, noioso gossip festivaliero (ma ormai sembra che ai quotidiani italiani non interessi altro, visto che alcuni si dispensano addirittura dall’inviare in laguna un critico degno di questo nome), giace il misconosciuto protagonista di questo festival: è il cratere che sta al posto dell’abortito nuovo Palazzo del Cinema, ricoperto da un funereo ‘white carpet’, un sudario che nasconde e isola (speriamo!) i resti di amianto scoperti durante gli scavi. Ingombrante ostacolo agli affannosi percorsi degli spettatori, è rimasto invisibile ai più (solo gli occupanti del Teatro Marinoni, raggiunti da quelli del Teatro Valle di Roma per alzare la voce sulle magagne dell’industria culturale, si sono impegnati a strapparne i veli e mostrare la piaga), ma sintomaticamente presente e tangibile come l’immobilismo e la decadenza delle istituzioni culturali italiane. Eppure, nonostante la crisi, i blocchi, le polemiche, nonostante gli intoppi logistici, i prevedibili compromessi e il gigantismo di una selezione che sfida ogni sintesi, al suo ottavo e ultimo anno di mandato,...