Baby gang, maranza e coltelli

22 Gennaio 2026

I comportamenti violenti degli adolescenti – risse, lesioni, rapine, accoltellamenti, violenze sessuali – stanno suscitando un grande allarme sociale. Termini come baby gang e maranza sono sempre più usati per etichettare i ragazzi devianti e i gruppi violenti. Questi adolescenti, soprattutto quando sono in gruppo, fanno paura e c’è la diffusa convinzione che stia crescendo una generazione sempre più violenta, con l’aggravante che alla base di questa predatorietà sembra non esserci altro che un grande vuoto di valori, con futili motivi all’origine dei comportamenti violenti. Un ulteriore allarme è dato dalla facilità con la quale sempre più i ragazzi fanno ricorso ai coltelli per rapinare o per regolare i conti tra loro.

È vero che gli adolescenti delle nuove generazioni sono sempre più violenti? Che cosa sono le baby gang? Perché questo uso così diffuso dei coltelli?

Per provare a rispondere a queste domande iniziamo con un riferimento ai dati sulla tendenza dei reati minorili: sono davvero in aumento? La risposta, in realtà, dipende dal periodo che si prende in considerazione. Se si esaminano i dati degli ultimi decenni, dagli anni Novanta ad oggi, la tendenza generale nei paesi occidentali indica una progressiva diminuzione, con un calo particolarmente rilevante dal 2010-2015 e un crollo negli anni della pandemia, a causa del lockdown. È vero, invece, che dopo il Covid c’è stato un rapidissimo rimbalzo, per cui i reati hanno raggiunto i numeri del decennio precedente, contribuendo a creare un diffuso allarme sociale.

Da che cosa dipende questo aumento? Il dato, almeno in parte, va inquadrato all’interno delle diverse manifestazioni di disagio degli adolescenti dopo la pandemia. Dopo il Covid, in effetti, tutti gli indicatori di disagio degli adolescenti hanno avuto un’impennata, dai disturbi alimentari, al ritiro sociale, ai comportamenti autolesivi. I due anni di reclusione, di cui tutti abbiamo sofferto, hanno colpito soprattutto i giovani, privandoli della possibilità di fare esperienze significative per la loro crescita, un blocco che ha prodotto un aumento del disagio evolutivo e dei relativi sintomi, di cui anche la violenza può essere un’espressione.

Se diamo uno sguardo più ravvicinato ai reati minorili degli ultimi anni, tuttavia, si vede che all’incremento hanno contribuito soprattutto i reati di strada, come risse, rapine e lesioni, che sono normalmente reati di gruppo (in realtà la maggior parte dei reati minorili è commessa da più di un ragazzo, in coppia o in piccolo gruppo), mentre altri reati, come per esempio lo spaccio non sono aumentati.

Questo dato in parte giustifica l’allarme per le baby gang, anche se il termine rischia di essere fuorviante. Questi gruppi, infatti, hanno poco della gang, perché sono spesso fluidi, informali, improvvisati, senza gerarchie e senza quel controllo del territorio che siamo abituati ad associare a una vera e propria banda. Le baby gang (un termine inglese che usiamo però solo noi) sono la versione attuale dei gruppi giovanili violenti: nell’Ottocento a Milano c’era la compagnia della teppa e nel dopoguerra c’era la “ligèra”, gruppi di ragazzi che agivano armati di armi “leggere”, cioè di coltelli.

Chi sono i ragazzi di questi gruppi giovanili violenti? L’appellativo di baby gang tende ad appiattire le differenze, perché finisce per includere gruppi e comportamenti con profili disomogenei e diversi livelli di violenza, dalla spedizione punitiva di un ragazzo che si è sentito preso in giro da un compagno e ha chiesto aiuto agli amici, a rapine violente messe in atto sotto l’effetto di sostanze contro sconosciuti con la sola colpa di apparire come benestanti figli di papà.

La motivazione generale che è alla base di queste azioni è soprattutto un vissuto di esclusione sociale, la mancanza di speranza di una realizzazione personale nel futuro. Questi vissuti possono limitarsi a ispirare il testo di una canzone trap, ma in combinazione con altri fattori, famigliari e personali, si possono tradurre in comportamenti violenti. La devianza minorile, infatti, è un fenomeno complesso, frutto della combinazione dell’impulsività adolescenziale, di problemi famigliari e di svantaggio socioeconomico, aggravati in alcuni casi da una vera e propria psicopatologia.

Quando un adolescente sente di non avere futuro, a causa di difficoltà personali, di mancanza di supporto genitoriale e di esclusione sociale, è tentato di percorrere una via deviante, come scorciatoia per la crescita, facendosi forza del supporto al gruppo e prendendo di mira soprattutto altri coetanei, visti come più fortunati. Per questo spesso alla base dei reati non ci sono bisogni economici, ma un desiderio di rivalsa unito alla mancanza di speranza nella possibilità di percorrere altre vie, non devianti, per la realizzazione personale.

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I minori di origine straniera più di altri vivono questa condizione e in effetti nei gruppi violenti la loro presenza è significativa. Già alla scuola media un preadolescente di seconda generazione inizia a percepire non solo la diseguaglianza, ma soprattutto la mancanza di opportunità per colmarla: è questo vissuto a essere alla base del risentimento, che nel contesto delle nostre città finora almeno non si è tradotto, se non sporadicamente, in protesta sociale.

Nelle grandi città è anche rilevante la presenza di minori stranieri non accompagnati, ragazzi senza famiglia, con una storia infantile spesso traumatica e che hanno alle spalle un percorso migratorio drammatico. Sono adolescenti disperati, senza prospettive, senza domicilio e senza adulti di riferimento, che spesso fanno uso di sostanze e che non hanno nulla da perdere, condizioni che inevitabilmente favoriscono la messa in atto di comportamenti violenti.   

In questo quadro, perché i coltelli? Se si interroga un ragazzo che entra nel circuito penale sulle ragioni che lo hanno spinto a girare con un coltello in tasca la tipica risposta è “per difesa”. Questa risposta può certamente essere una giustificazione opportunistica di fronte al procedimento penale, un modo per evitare di assumere la responsabilità del proprio comportamento, ma esprime anche una verità: in molti casi è la paura più della rabbia che porta ad armarsi. È vero che ci sono ragazzi, spesso di origine straniera, che hanno una maggiore familiarità con le armi da taglio, ma il rischio è che si instauri un circolo vizioso che dalla paura porti a identificarsi con l’aggressore, in una sorta di contagio collettivo, su base imitativa.

Il contagio è un meccanismo psicologico particolarmente efficace in adolescenza. Oggi questo effetto è straordinariamente moltiplicato dall’uso dei social e vale soprattutto per i comportamenti violenti, che per definizione sono gruppali.

La spirale tra paura e risposta violenta, tuttavia, al di là del contagio fra pari, può essere alimentata anche dal modo in cui gli adulti descrivono gli adolescenti. I ragazzi della generazione internet, come dimostrano autorevoli ricerche internazionali, sono sicuramente più ansiosi che violenti. Eppure, l’ansia degli adulti porta ad avere paura degli adolescenti, considerando comportamenti eccezionali come se fossero l’emblema di una generazione, una generalizzazione che scatta più facilmente per gli adolescenti che per gli adulti. È il paradosso dell’allarme sociale: in una società in cui la percentuale di anziani aumenta progressivamente, mentre quella dei giovani si riduce, le nuove generazioni sono più facilmente viste come un pericolo, portatori di instabilità, invece che di nuove energie e possibilità. Società più stabili producono più ansia e preoccupazioni per il futuro, mentre contesti di vita più duri paradossalmente alimentano la tendenza a correre rischi e a pensare al presente invece che al futuro.

Baby gang o maranza sono termini mediaticamente efficaci, ma attenti alle conseguenze nell’uso delle parole. Maranza è diventata l’etichetta per un’intera generazione di minori stranieri e di seconda generazione, un milione di ragazzi. L’uso del termine maranza inevitabilmente oscura la storia di molti di loro che studiano, lavorano e cercano di costruirsi una vita. Un altro aspetto paradossale è il riflesso che queste narrazioni hanno sui giovani italiani, che non solo ascoltano le musiche cantate da famosi rapper di origine straniera, ma li imitano nel taglio di capelli e nello stile d’abbigliamento.

L’allarme su violenza giovanile, baby gang, maranza e coltelli, suscita una domanda di sicurezza, che porta a invocare più controlli e che si traduce nella proposta di nuove fattispecie di reato e di un aumento delle pene. Il “panpenalismo”, la tendenza ad affrontare i problemi con l’aumento delle pene, purtroppo non è la soluzione: è una risposta ideologica, perché propone una ricetta apparentemente semplice per affrontare un fenomeno complesso.

I reati dei minorenni, soprattutto quelli gruppali, sono per loro natura impulsivi e un ragazzo non regola il suo comportamento violento in funzione della deterrenza della pena. L’aumento del ricorso al carcere, inoltre, a causa del sovraffollamento ostacola l’uso della pena come riabilitazione. La permanenza in carcere di un minorenne diventa così facilmente un fattore di rischio per la costruzione di un’identità antisociale, una vera scuola di devianza. Più della durata della pena conta la certezza della risposta penale, la percezione della presenza di adulti nel territorio e non solo con funzioni di deterrenza, ma anche di protezione e garanzia di sicurezza.

Che fare? Dieci cose possibili:

1. Alcuni adolescenti antisociali sono stati bambini con problemi di comportamento, fin dall’infanzia. Le ricerche mostrano che sono efficaci interventi di prevenzione in famiglie a rischio nel primo anno di vita, con visite domiciliari frequenti con obiettivi di supporto alle madri.

2. Altri adolescenti manifestano problemi di comportamento nell’età della scuola media. Sarebbe utile che gli insegnanti fossero affiancati da équipe multidisciplinari, per interventi individuali o nelle classi, per consulenza ai docenti e supporto ai genitori.

3. I reati di gruppo portano a demonizzare i gruppi di adolescenti e a contrastare le aggregazioni giovanili. All’opposto serve una politica che favorisca la possibilità e la capacità dei ragazzi di fare esperienze in gruppo, luoghi di aggregazione gratuiti per evitare di accentuare il senso di esclusione sociale.

4. La scuola superiore dovrebbe ridurre la frammentazione degli indirizzi, fonte di dispersione, e nello stesso tempo dovrebbe includere tra i propri obiettivi l’attenzione al futuro, tenendo conto che per molti adolescenti è fondamentale il supporto in un percorso qualificato di formazione professionale.

5. Il sistema penale rischia di essere l’ultima spiaggia per trattare casi in cui sono centrali i problemi famigliari, sociali e sanitari (come la dipendenza da sostanze). che dovrebbero essere intercettati precocemente invece da servizi psicosociosanitari con adeguate risorse.

6. Molti ragazzi che entrano nel circuito penale erano stati segnalati ai servizi di neuropsichiatria, ma una risposta che si traduca solo in un progetto di diagnosi e cura (psicoterapeutica o farmacologica) rischia di essere inefficace: servono interventi che siano rivolti anche al contesto famigliare.

7. Una particolare forma di violenza è quella dei figli contro i genitori. È un fenomeno complesso, con specifici fattori di rischio diversi da quelli che sono alla base dell’antisocialità. In questo caso servono interventi su tutto il nucleo famigliare, mentre un trattamento indirizzato solo a colpevolizzare il minore rischia di essere iatrogeno.

8. Da quasi quarant’anni il sistema penale minorile prende in carico i minori autori di reato con interventi particolarmente efficaci. Occorre rafforzare questo modello, non smantellarlo.

9. Abbassare l’età imputabile a 12 anni, con la possibilità di punire e di incarcerare un preadolescente, non è la soluzione. Per gli infraquattordicenni servono interventi psicosociali sul nucleo famigliare, le scuole e il territorio.

10. È necessario un sistema di accoglienza e controllo efficace per i minori stranieri non accompagnati. I comuni delle grandi città in cui il fenomeno è più evidente devono ricevere adeguati finanziamenti dallo Stato.

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