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Dignità

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Atlante occidentale / Dignità

La dignità non c’entra con l’orgoglio né con la superbia, e nemmeno con l’amor proprio fine a se stesso. Non riguarda il modo con cui ci vestiamo o ci comportiamo seguendo un certo galateo. Non è una posa, un’investitura, un’apparenza da salvare. Non è l’arroganza di chi si impone sull’altro, sovrastandolo sulla base del potere, della ricchezza; non è uno status, insomma, e se ha una nobiltà è quella “d’animo”. La dignità è un diritto, ed è imprescindibile dal rispetto. È offrire aiuto a chi la cerca in una nuova terra, un nuovo paese, perché la sua dignità dipende dalla nostra. È la reciproca ammissione delle nostre fragilità per diventare, insieme, più forti. È antitetica a ogni forma di prevaricazione e ci permette di ponderare le nostre responsabilità anche quando ci sentiamo parte offesa. È lasciare aperto il campo alle opinioni contrarie e trovare bellezza nella più umile dimora. Perdere con dignità è fare autocritica. Vincere con dignità è riconoscere l’estemporaneità di tutte le vittorie.

Per la memoria e per il futuro / Atlante Occidentale

Ci siamo così abituati alla parola crisi e all’assenza di riferimenti in cui ci muoviamo, che forse abbiamo anche, senza troppo rendercene conto, ristretto l’orizzonte del nostro interrogarci: come in ogni stato di urgenza, in cui ad essere minacciata è la sopravvivenza stessa, ci siamo educati a rapportarci alle singole questioni emergenti, senza provare a indagare gli strati più profondi. Appare tuttavia abbastanza evidente come ogni tentativo di comprensione dell’esistente si scontri contro due difficoltà radicali: da un lato trovare le parole con cui descriverlo – cambiati totalmente i sistemi di riferimento –, dall’altro la difficoltà di reperire quelle parole che da sempre sono state alla base di una visione del mondo, di un impegno, di una battaglia: lavoro, dignità, uguaglianza, sviluppo sostenibile, compassione, educazione, gratuità, dono. Mancano le parole – il senso oggi di quelle parole – che sono necessarie per dire il mondo, per dire un certo mondo, quello che fatichiamo a reperire. Non si tratta solo di “sciatteria linguistica” o “semplificazione”: il linguaggio non è mera descrizione, crea piuttosto la possibilità di un dire diverso. Se assistiamo a tale...

Coltivare lo sguardo interiore

È un orientamento pragmatico, quello di Martha Nussbaum. Non a caso le sue riflessioni hanno influenzato, oltre ai dibattiti intellettuali della contemporaneità, anche pratiche di governo e politiche internazionali. Docente di Law and Ethics presso l’Università di Chicago, la filosofa statunitense è divenuta celebre per aver ideato negli anni Ottanta, insieme al premio Nobel Amartya Sen, la teoria delle capabilities, giungendo a elaborare indicatori di disuguaglianza sociale per i programmi di sviluppo delle Nazioni Unite. Il paradigma delle capacità – che misura la ricchezza di uno stato non tramite il PIL pro capite, ma sulla base dell’effettiva accessibilità ai diritti e delle reali opportunità offerte ai cittadini – è solo un esempio del suo impegno a favore di una società progressista e multiculturale ma saldamente basata sull’universalismo etico. Accanto agli studi sulla giustizia globale e la dignità umana, Nussbaum ha condotto analisi sulle emozioni collettive e sui diritti delle donne, promuovendo un’originale forma di liberalismo femminista. Alla crisi dell...

Il giorno dopo

Speranza e orrore si mescolano sempre. Ciò che accade di questi tempi in Egitto e negli altri paesi arabi fa ovviamente ben sperare. Quasi tutti pensano che in tempi postmoderni non possa accadere nulla, ma sono stati smentiti. È accaduto: una sollevazione molto tradizionale senza riferimenti religiosi, che fa esclusivamente appello alla dignità umana e a rivendicazioni laiche. È uno splendido evento, ed è davvero un evento reale.   Con “evento reale” intendo che non c’è stata una transizione morbida. Viviamo in un momento di incertezza e non si sa chi è al potere, e questo naturalmente mostra che c’è speranza. La speranza indica semplicemente un momento aperto quando non si sa chi è al potere e poi il regime crolla.   In queste situazioni, però, il problema è che al contempo c’è speranza e c’è confusione, ci si può ritrovare con un regime ancora peggiore di quello precedente. [...] La lotta va avanti e questo costituisce la vera speranza. Vi ricordate per esempio la grande manifestazione contro Ahmadinejad organizzata da Mir-Hosein...

Le passioni di Artaud

“Il sole è una puttana!” Presidente Schreber citato da Freud   Diventare van Gogh   L’antro basso e buio dà accesso a una sala col soffitto a cupola, come se penetrassimo in una grotta piuttosto che nelle sale di Van Gogh/Artaud. Le suicidé de la société (al musée d’Orsay fino al 6 luglio). Sulle pareti e sul pavimento di questo interregno tra museo e mostra sono proiettate brevi concatenazioni di parole in cui riconosciamo presto il testo che Antonin Artaud scrisse su Van Gogh.   Forse un clin d’œil al visitatore: sì, siamo consapevoli che un’esposizione attorno a un solo testo è una trappola, che si rischia di riempire le pareti di citazioni, di rendere troppo letterali i richiami tra pittura e scrittura. Il testo di Artaud poi mal si presta a far da pannello esplicativo a una sala di quadri. Rompendo con il bellelettrisme della critica d’arte francese, è invece una scorribanda sciagurata, la reazione sclerata di un uomo che dai quadri di van Gogh si sente minacciato.   Pagine senza sviluppo narrativo che girano vorticosamente in tondo a un...

Gli Appalachi di Shelby Lee Adams

Shelby Lee Adams è un fotografo americano che fin dagli albori della sua carriera, iniziata negli anni ‘70, si è sempre dedicato a ritrarre famiglie e piccole comunità montane dell’Appalachia, regione in cui è nato. Da qualche mese è disponibile il suo quarto libro fotografico Salt & Truth, pubblicato dall’editore statunitense Candela Books. Ho avuto modo di vedere alcuni degli ottanta scatti contenuti in questo volume durante un’esposizione nella bella Catherine Edelman Gallery di Chicago.                           Se si chiede a un americano “who are the Appalachian?” si può star certi di quale sia la prima reazione: una risatina, occhi che si abbassano e un inutile tentativo di ricomporsi. Alcuni poi si mettono a spiegare con tono serioso che gli appalachiani sono da sempre vittime di certi stereotipi denigratori. Povertà, ubriachezza, violenza. Si dice che si sposano tra fratelli e sorelle. Ma sono solo cliché che non vanno presi troppo sul serio, continua l...

Santu Mofokeng: chasseur d’ombres

Vous rappelez-vous la perception de l’espace? Le sens de la distance et du temps que procuraient les voyages à l’époque de l’apartheid ? (…) Pour moi, voyager n’était pas une distance à parcourir mais une longue angoisse à supporter. (The Cry of Winnie Mandela, Njabulo S. Ndebele, in Chasseur d’ombres, catalogo della mostra)   Le danger avec la photographie documentaire, surtout avec la “photo victimaire”, c’est qu’elle risque de créer des victimes aussi bien que de les trouver. (Abigail Solomon-Godeau, in Chasseur d’ombres, catalogo della mostra)                                                                                       ...

Sciascia. La palma va a nord

Il sospetto non è l’anticamera della verità, avrebbe urlato Leonardo Sciascia sino allo stremo. Motivo in più per sentirne la mancanza in questi giorni in cui avrebbe compiuto 90 anni. Certo però che fa strano. La palma va a nord è l’unico suo libro mai ristampato, ed è certamente quello più duro: politicamente, eticamente, stilisticamente. Quello più inattuale. Da qui la voglia di rileggerlo ancora, sospettando di chi, per volontà o per caso, fa finta di ignorarlo. Basti, per pietà, questa frase, estratta da uno dei testi di quel libro che ripresentiamo: “certo, a uno che polemiz­za col silenzio, sarebbe saggio rispondere col silenzio. Ma in certi momenti non si può essere saggi; e io, poi, raramente lo sono”.   Gianfranco Marrone         La palma va a nord   Mi capita ancora di scrivere dei versi. Ma ormai, forse, quando ho qualche difficoltà con la prosa. Vent’anni fa i versi erano per me il grezzo della prosa. Avevo più difficoltà, con la prosa. Oggi mi illudo di averne di meno. Affare (a fare...

Imagine

Mi ha sempre colpito che patria non sia un sostantivo, ma un aggettivo, che non si riferisca a padre, ma a terra, a uno spazio dove sono nati gli antenati e dove sono seppelliti i morti. La patria dunque non esiste da sola, ha bisogno di un nome che la sostenga. Nelle parole di Levi si rivela proprio questa insufficienza: per gli ebrei la patria fu quel luogo che credevano proprio e dal quale sono stati divelti. Commuovendosi e sdegnandosi mio padre ricordava un monumento ai caduti ebrei della prima guerra mondiale su cui c’era scritto “alla nostra cara patria”. Per lui la persecuzione era stata soprattutto una viltà, un venire meno all’onore. Quando Levi ricorda che “la maggior parte degli ebrei indigeni in Italia, in Francia, nella stessa Polonia preferì rimanere in quella che essi sentivano come loro patria”, ricorda anche la tragedia di un’illusione, lo stupore di fronte a un comportamento che sembrava incredibile. C’era stato un momento, lo racconta Giacoma Limentani in Scrivere dopo per scrivere prima, in cui un dialogo era stato possibile. Le lettere traHoffmannsthal e Strauss erano la testimonianza di un...