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Restare o diventare bambini / In strada con il pallone

Pubblichiamo alcuni contributi sul tema dell'infanzia legati alla XIII edizione di Torino spiritualità (21-25 settembre 2017). Qui il programma. Riprendiamo oggi un testo di Franco Arminio su uno degli oggetti dell'infanzia di noi tutti, o quasi.   Giocavo a pallone. Era una cosa che facevano quasi tutti i bambini. La differenza che giocavo insieme agli altri e giocavo anche da solo. Anche questo accadeva a qualche altro bambino, ma il mio era un giocare a oltranza: quando il tempo era brutto giocavo in casa mia e la palla diventa un tappo di bottiglia. Giocavo tra la porta d’ingresso e quella della cucina, nella stanza dell’osteria dove mangiavano i clienti più intimi. Ce n’era uno a cui dava particolarmente fastidio la mia ossessione. Diceva che lo avevo fatto esaurire. Quando si impiccò nella sua casa un po’ mi venne il pensiero di aver contribuito alla sua scelta.   Il pallone in casa mia era subito dietro la porta, nel portaombrelli o sulle casse di birra. Lo prendevo e uscivo a tirare calci sul portone verde di zia Caterina. Lei stava affacciata alla finestra, sembrava non gradire i miei calci contro il suo portone. Cinquanta metri più sopra c’era la curva dove...

Oggetti d’infanzia | Figurine

Si era partiti, se non ricordo male, con il massimo rispetto per le convenzioni sociali e le divisioni di genere: una femmina, dunque figurine per femmine, quelle con gli animali della giungla in sagome tondeggianti che andavano staccate dal supporto rettangolare sul quale rimaneva una parte consistente del disegno, residuo da buttare via quando il rinoceronte o lo scimpanzé avevano trovato posto lungo il corso d’acqua o tra le felci disegnate sulle pagine dell’album a colori. Quando dal pacchetto comprato in edicola la domenica mattina saltava fuori una doppia (identico rinoceronte, identico scimpanzé) questa andava ad alimentare il mazzo per gli scambi, tenuto stretto con un elastico, venerato come il santo Graal, riposto in un luogo sicuro della cartella o nelle tasche del paltò, sciorinato sotto gli occhi delle compagne di scuola al suono dell’intervallo, quando uno scambio preparato da un’adeguata trattativa poteva fruttare anche sette, dieci nuove acquisizioni in un colpo solo.   Ma poi la cosa deve aver finito col perdere d’interesse: c’era sempre, in ogni classe, la bambina esagerata, quella che suo padre era andato a Roma con l’aereo e al ritorno le aveva portato...

Oggetti d’infanzia | Il fucile

Nella celebre intervista con Truffaut, Hitchcock racconta una barzelletta in voga nella Hollywood di allora, che sintetizza il problema dell’invenzione creativa e dell’originalità.   Un giovane sceneggiatore affamato di gloria si addormenta dopo aver bevuto troppo. A metà della notte si sveglia, eccitatissimo, perché ha appena sognato una storia incredibile, mai vista, il grande soggetto che lo lancerà nell’empireo del cinema e farà di lui l’autore più pagato di Hollywood. A tentoni afferra un pezzo di carta, scrive il soggetto, poi si riaddormenta. Al mattino il nostro eroe riemerge lentamente da sogni ingarbugliati, finché viene trafitto dal ricordo di ciò che è successo poche ore prima. Ma dov’è il foglietto? In preda al panico lo cerca e alla fine, con un gemito di trionfo, lo ripesca da sotto il letto. Sulla carta, con una grafia concitata, c’è scritto: “Ragazzo si innamora di ragazza”.   L’ho fatta lunga perché la storia è bella, e per scusare la mia pretesa di essere l’inventore del fucile sparaelastici....

Oggetti d’infanzia | Subbuteo

L’oggetto decisivo della mia infanzia, a pensarci adesso, è stato il Subbuteo, ovvero quel gioco del calcio in miniatura che in seguito è stato scalzato dai videogames. Il Subbuteo a volerlo spiegare è semplicissimo: un panno verde faceva da campo (spesso fissato a un tavolo di compensato con delle puntine da disegno - e chi voleva essere molto elegante e attento ai particolari sceglieva delle puntine verdi, cioè dello stesso colore del panno che a sua volta richiamava l’erba del prato), le porte, due squadre di giocatori e un pallone.   Che sia stato un oggetto decisivo lo dico adesso perché a ripensarci io a Subbuteo ci giocavo quasi sempre da solo. Le partite che preferivo erano quelle in cui tenevo tutt’e due le squadre, la mia e quella avversaria. Cercando di essere più imparziale possibile, guidavo a suon di tocchi dell’indice destro sia i giocatori amici che quelli nemici. Impersonavo, se si vuole, sia i buoni che i cattivi, sia il bene che il male. E trovavo motivi di godimento sia quando giocavo per i miei che quando giocavo per gli altri: nel primo caso c’era la voglia di segnare, magari il...