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insicurezza

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Il Macbeth di Chiara Guidi

“Non si tratta di sopprimere la parola articolata, ma di dare alle parole all’incirca l’importanza che hanno nei sogni”. Forse questa indicazione di Artaud non è indispensabile per capire Macbeth su Macbeth su Macbeth, lo “studio per la mano sinistra” di Chiara Guidi, andato in scena a Vie (dopo essere stato presentato in anteprima al festival Orizzonti di Chiusi).   Non è indispensabile, ma aiuta molto, non appena si riesca a precisare che questa importanza sta nell’ordine, a un tempo vago e distinto, ma comunque sensibile, della fascinazione. Fin dall’inizio dello spettacolo, quando, le luci ormai abbassate, in quel brusio ancora sottostante, che per lo più serve a placare l’angoscia che qualcosa stia per accadere, si insinua il segnale di un gorgheggio, un gorgoglio, un liquido arabesco vocale che risucchia l’attenzione dello spettatore: da quel momento in poi, il vento ubiquo della voce (non si sa dove vengano, in effetti, le voci che parlano nei sogni) non smetterà di soffiare, di respirare, di tintinnare sui vetri invisibili di una scena che si forma e si riforma in continuazione,...

Sull'arte di abitare il tempo della crisi

Come per ogni altro prodotto linguistico, anche agli slogan, si sa, è concessa vita breve. Destinati a scomparire tra le pieghe dei discorsi che la società spettacolare incessantemente produce, il carico di speranza o d'inquietudine che essi disseminano per la strada si trova presto costretto a privilegiare altre formule per poter persistere. E tuttavia, benché cancellati, contraffatti o semplicemente abbandonati, gli slogan riescono ancora a riservare sorprese a chiunque voglia ripercorrerne variazioni e metamorfosi, accorgendosi in tal modo che la maniera in cui essi si oppongono e si fronteggiano nulla ha da spartire con un avvicendarsi pacifico e cronologicamente scandito.     Basterebbe, ad esempio, accostare il motto riportato dalla copertina di un celebre singolo dei The Clash, "The future is unwritten", alla firma "Start from zero" con cui l'omonimo collettivo di Hong Kong segna i muri della propria città, per accorgersi di come sia pressoché impossibile quantificare in anni, persino in decenni, la distanza che li separa. È come se una frattura incolmabile si fosse insinuata tra queste due...

Gus Van Sant. L'amore che resta

C’è un aspetto dell’ultimo film di Van Sant che affascina nel momento in cui irrita o se volete, al contrario, irrita nel momento in cui affascina. È un aspetto indefinito e molto americano che riguarda l’estetica indie, qualcosa che si vede nei corpi dei giovani interpreti, nel loro taglio di capelli e nei loro vestiti vintage, che si ascolta nelle scelte calcolate della colonna sonora (i Beatles, Nico, Sufjan Stevens), che si respira come aria di carineria e abbandono, una cedevolezza che incarna lo sguardo dislocato di che afferma la propria ritrosia e al tempo stesso si mette in posa. È una patina, insomma, una serie di riferimenti iconografici e musicali che se oggi rimanda all’indie rock e all’ambiente hipster degli occupy più che degli indignados, all’origine ha proprio il cinema di Van Sant, la sua gioventù tradita ma pur sempre affascinata dalla vita. L’universo indie e underground è da sempre per il regista il filtro di una visione intima della realtà, un attestato di esistenza che si riconosce in due parole fondamentali per la cultura contemporanea, sinonime ma affiancate per...