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realismo

(17 risultati)

Una nuova biografia / Alberto Giacometti: ricominciare da capo

Mi sarebbe piaciuto posare per Giacometti. Credo che avrei avuto la pazienza per affrontare le lunghe sedute e quanto all’interesse non ci sono dubbi dalle testimonianze di coloro che si sono sottoposti alle sue leggendarie sedute, da Jean Genet a Isaku Yanaihara, a Elie Lotar a Giorgio Soavi e altri, oltre naturalmente al fratello Diego e alla moglie Annette. È davvero un rimpianto per me non esserci stato. Giacometti, quello dopo la guerra, com’è noto, quando era “tornato a scolpire una testa”, sottoponeva i suoi modelli a interminabili pose durante le quali faceva e disfaceva incessantemente la scultura o il dipinto, mentre chiacchierava delle sue ossessioni del “vedere” e di quello che gli veniva in mente. Non si tratta di una curiosità, la mia; è che Giacometti diceva, ha detto, cose che colpiscono a tal punto che, come le sue sculture, dipinti, disegni, non ci si stanca mai di sentirle e guardarle, e in maniera così chiara e lampante che non si può fare a meno di andargli dietro.   Parto da qui, invece che ricordare in buon ordine la vita e l’opera dell’artista, anche perché secondo me l’autrice della nuova biografia edita ora in traduzione da Johan & Levi deve aver...

Realismo affettivo / L’attualità del romanzo sociale in Italia

La grande narrativa, il grande racconto occidentale, è stato sociale. In particolare lo sono stati la grande narrativa e il grande racconto italiano dei conflitti di classe, della vita nelle fabbriche e delle terribili condizioni del proletariato. Nato in Inghilterra nella prima metà dell'Ottocento per mano di Charles Dickens, il romanzo sociale è un genere di romanzo che tratteggia la vita dei ceti subalterni, la cecità delle classi abbienti, l’inadeguatezza delle istituzioni, la criminalità urbana, la violenza domestica, l’infanzia abusata e il bieco sfruttamento del lavoro minorile sperimentato e raccontato dallo stesso Dickens in Oliver Twist (1836), al contempo primo romanzo sociale e prima opera narrativa con protagonista un bambino.   Molti sono stati gli autori che hanno costruito l’epopea del romanzo sociale in Europa, da Emile Zola, il quale ne definisce uno spazio unico nel Germinale (1885), a Giovanni Verga, che lo porta alle estreme conseguenze nel ciclo dei vinti. E grande è stato nel novecento il contributo portato alla narrativa sociale dagli autori americani, nel paese che aveva nel frattempo raccolto il testimone di nazione guida del capitalismo.   Nel...

Il premio nobel raccontato dalla traduttrice / L'arte sottile di Ishiguro

Ho incontrato la scrittura di Ishiguro nel breve anno per me mirabile che trascorsi presso la casa editrice Einaudi. Mi era stato affidato il compito di individuare un traduttore per il suo The Remains of the Day. Lessi quel romanzo meraviglioso e insolito alla scrivania di via Biancamano, con il pensiero di accoppiare una voce italiana a quella lingua. Il primo nome che mi venne in mente fu quello di Floriana Bossi, traduttrice di spericolata eleganza. La chiamai, ma arrivavo tardi, purtroppo. Floriana Bossi declinò cortesemente l’offerta, dopo aver letto il testo, dicendosi troppo stanca per l’impresa. La traduzione fu affidata a Mariantonietta Saracino e a me spettò l’incombenza leggera di rivedere un lavoro eccellente.  Il successo del romanzo e del film di Ivory con la sua messe di Oscar riportò in libreria i due precedenti romanzi di Ishiguro, quelli, per così dire, giapponesi, Un pallido orizzonte di colline e Un artista del mondo fluttuante, tradotti, come il successivo Gli Inconsolabili, da Gaspare Bona.   Poi, nel 2000, la casa editrice propose a me di lavorare al romanzo Quando eravamo orfani; più tardi fu la volta dei Notturni e infine, appena due anni fa, de...

Che sia la volta buona per il capolavoro dell’America alternativa? / Richard Brautigan. Pesca alla trota

Richard Brautigan è tornato. È la quarta volta che accade dal 1989, quando Riccardo Duranti tradusse il suo romanzo più importante, Pesca alla trota in America. Erano allora trascorsi solo cinque anni da quando il suo autore si era suicidato sparandosi con una pistola presa in prestito, chiudendo così anzitempo a quarantanove anni una carriera di successo e insieme d’incomparabili fallimenti. Periodicamente il suo caleidoscopico romanzo viene ristampato alla ricerca del suo pubblico di lettori: Serra e Riva editori, Marcos y Marcos, Isbn Edizioni e ora Einaudi Stile Libero (pp. 140, €12,50). Riuscirà finalmente il più formidabile scrittore del movimento hippy a farsi leggere anche presso di noi? Le premesse perché diventi un autore di culto ci sono tutte.   Brautigan è stato lo scrittore che ha unito la beat generation e il romanzo postmoderno,che ha incarnato al meglio la stagione psichedelica pur restando nel solco della narrazione alla Melville, che ha bordeggiato Carlos Castaneda e nel contempo continuato lo stile comico di Mark Twain. Ma non è detto che ci riesca, non è infatti certo che trovi quei lettori che meriterebbe d’avere e che in passato ha invece avuto. Pesca...

Un ritorno alla magia / Per una letteratura schizofrenica

«Lungi dall'aver non si sa quale contatto con la vita, lo schizofrenico è più di tutti vicino al cuore pulsante della realtà, a un punto intenso che si confonde con la produzione del reale».   Sono parole di Deleuze e Guattari contenute in L’Anti-Edipo e potrebbero star bene in esergo a Medusa di Luca Bernardi, libro che prende il lettore e lo spinge in un gorgo – quello stesso gorgo che è la mente del protagonista/narratore. Bernardi ci fa entrare nella testa di uno schizofrenico e ci fa vedere il mondo con i suoi occhi e con la sua lingua. La trama è filtrata e confusa dalla mente dell’io che non riesce a ordinare gli eventi entro una narrazione coerente. È piuttosto il riproporsi di alcuni oggetti e situazioni a garantire la ricostruzione di una storia che si va componendo per riprese di temi: ci sono gli alieni, un Dizionario Semiologico Abissale («un antivocabolario in cui a ogni lemma corrispondesse non una serie denotativa bensì un grappolo, un groviglio»), uno stabilimento balneare, un gruppo di amici in vacanza, un trauma non superato, una (o più?) morti non ben spiegate. La narrazione rimane sospesa nell’ambiguità, nella contraddizione, lo spaziotempo è del...

Garrone: Il racconto dei racconti

C’è una tensione continua, irrisolta e per questo creativa, nel Racconto dei racconti [Tales of Tales] di Matteo Garrone: la tensione fra il fiabesco e il realismo, fra una materia letteraria fatta di re, regine, draghi marini, pulci giganti, orchi, castelli, orridi, streghe, fate, miracoli e orrori, e la verità con cui questa è messa in scena, calata e incastonata in un ambiente credibile. La sfida di Garrone sta nella capacità, e prima ancora nella possibilità di catturare con il cinema la trasformazione del fiabesco da parola a evento realistico, cogliendo non solo la meraviglia dell’effetto finale (che nel cinema commerciale di oggi è la meraviglia dell’effetto speciale, la concretissima, tecnologica creazione di un immaginario inesistente grazie alla computer grafica), quanto lo stupore del divenire, il movimento incessante della realtà che rende viva un’opera d’arte.   Salma Hayek in "Tales of Tales", di Matteo Garrone, 2015   Garrone insegue la mutazione in immagine di un immaginario letterario, popolare e fiabesco; non cerca il realismo magico, ma il realismo della...

Gomorra

Tutto il male che vediamo è da capire. La violenza brutale e spietata dei camorristi così come l’orrore estetico dei palazzoni trasformati in brulicanti piazze dello spaccio, in alveari sovrappopolati in cui la funzione abitativa è inesorabilmente sovrastata da un formicolio di attività criminali, di leggi parallele e gerarchie di comando definite da un codice non scritto ma inviolabile.   Gomorra è la serie italiana che, come altri prodotti di Sky, più si è avvicinata ai modelli della serialità televisiva americana (se ne parla anche nel libro “Tutta un’altra fiction” uscito recentemente per Carocci, curato da Massimo Scaglioni e Luca Barra): frutto di un ingente investimento produttivo, non ha concesso sconti al racconto del Male, sempre mostrato nella sua piena crudezza. Difficile costruire un allineamento emotivo con i suoi personaggi: anche quelli che, almeno inizialmente, sembrano ritratti in modo più positivo, commettono presto o tardi un atto di brutalità tale che diventa impossibile mantenerne il rispetto. Per esempio Ciro l’Immortale si conquista nel prologo una...

Jonathan Glazer. Under the skin

“Mi trovi carina?”, chiede retoricamente Scarlett Johansson ai ragazzi che carica sul suo furgoncino, per le strade fredde e umide della Scozia. Una domanda inutile, un artificio seduttivo ingenuo che rivela la facilità con cui riesce ad attirare gli uomini e a portarli con sé, grazie alle sue sembianze. Il corpo di questa ragazza senza nome, interpretata dalla diva americana, è infatti la maschera assunta da una creatura misteriosa che si rivelerà, sotto la pelle, soltanto alla fine. Il regista Jonathan Glazer procede per continue ellissi e reticenze, mostrandoci soltanto la misteriosa apparizione di questo corpo in un ambiente bianco e senza dimensioni, dove per la prima volta si veste da donna, per poi affrontare le strade di Glasgow e dintorni, allo scopo di catturare uomini.     Ciò che sappiamo è soltanto ciò che vediamo: il peregrinare rituale con il furgoncino, l'accostamento a ragazzi solitari che camminano per strada, la seduzione immediata e l'arrivo “a casa”. La scena che segue, nell'ambiente intimo in cui lei invita le sue conquiste, è in uno spazio nero...

Sergio Peter. Dettato

Dei personaggi robusti e induriti nella Marsica di Silone, dei taciturni protagonisti di Pavese, delle atmosfere neorealiste più dimesse e più autentiche si sentono gli echi in Dettato di Sergio Peter. Un romanzo breve che emette verità e autobiografia senza mai diventare autoreferenziale. Il fluire spontaneo dalla coscienza dell’autore, mai ammiccante è, per fortuna, non perfettamente orchestrato come in molti bestseller, di quelli, per intenderci, che vincono i premi glamour. Ed è molto meglio così.   Qui prevale il tempo del racconto: una narrazione franta e intima da parte del protagonista, che poi è anche il narratore e autore, Sergio. Con tecnica cinematografica riesce a “stringere” come con una telecamera sui personaggi della sua famiglia, per poi “allargare” sui paesaggi del suo piccolissimo mondo antico. In questo andirivieni della memoria le persone sembrano incastonate in un ecosistema senza via d’uscita: la Lombardia di confine, il profondo nord contadino e distante.   Si parte dal trisavolo Santino Peter, passando per il bisnonno Domenico Peter, fino alla generazione del...

Il mito della Guerra dei Mondi

“Era la vigilia di Halloween... l’unica seccatura è che un numero  impressionante di ascoltatori si è dimenticato che giorno era” (Orson Welles, 1938)     Oggi la trasmissione La Guerra dei Mondi di Orson Welles compie 74 anni. Tutti la citano come l’esempio più eclatante del potere dei media di falsificare la realtà e condizionare le credenze del pubblico. Oggi proverò a decostruire questo mito, cercando di chiarire i motivi delle reazioni del pubblico e soprattutto cercando di rimettere in discussione una volta per tutte il falso mito del panico generalizzato che questa trasmissione generò.   La sera di domenica 30 ottobre 1938, alle otto in punto, la Cbs trasmetteva in diretta La Guerra dei Mondi, un radiodramma tratto da un romanzo di H.G. Wells e diretto dal giovane Orson Welles. Il programma apparteneva alla serie di adattamenti radiofonici Mercury Theatre on air, in onda ormai da sedici settimane senza che avesse ancora raccolto grande successo. La domenica sera, alla stessa ora, la Nbc mandava in onda il più popolare Charlie McCarty Show e la Cbs non aveva ancora trovato...

Il fotogiornalismo e la coscienza degli uomini

“Supponi che fossi tu stesso a innalzar l’edificio del destino umano, con la meta suprema di render felici gli uomini, di dar loro, alla fine, la pace e la tranquillità, ma, per conseguire questo, si presentasse come necessario e inevitabile far soffrire per lo meno una sola minuscola creatura, per esempio quella bambina [...] e sulle sue invendicate povere lacrime fondare codesto edificio: consentiresti tu a esserne l’architetto a queste condizioni?” Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamàzov     Durante la grave carestia che nel 1993 colpì il Sudan, il giovane reporter sudafricano Kevin Carter scattò una fotografia divenuta celebre. Riuscì a fotografare una bimba denutrita e affamata, china sul terreno, inquadrando sullo sfondo un avvoltoio in modo che apparisse incombente sul suo corpo inerme, come in macabra attesa. L’immagine è così brutale nel realismo e chiara nel significato – così “riuscita” potremmo dire dal punto di vista fotogiornalistico – che fu pubblicata in evidenza sul New York Times e poi in tutto il mondo. Fu la sua gloria...

Claudio Tolcachir. Fra teatro e realtà

  Per quali ragioni, al giorno d’oggi, ci ostiniamo a lavorare e a formarci in teatro, in condizioni sempre più insostenibili? Che senso ha fare teatro in tempi di crisi? Sono le domande con cui si è inaugurato il workshop teorico/pratico di scrittura critica condotto da Andrea Porcheddu. Ma sono anche interrogativi che, lo stesso Porcheddu, ha rivolto all’autore-attore-regista argentino Claudio Tolcachir, nell’incontro pubblico che l’ha visto protagonista alla Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian. Perché, in Argentina, la materialità della crisi (economica, sociale, culturale) che stiamo cominciando a conoscere di questi tempi, fuori e dentro i palcoscenici, è arrivata un bel po’ d’anni prima – proprio quando Tolcachir ha fondato Timbre4, la compagnia con cui lavora tuttora, e in coincidenza a quella rinnovata vivacità del teatro ibero-sudamericano che ha attirato la grande attenzione dei pubblici e degli studiosi del vecchio continente.   Un momento del laboratorio   «Il fatto che Timbre4 e il nuovo teatro argentino – racconta Tolcachir – siano...

Avere una bella cera

È nascosto, Palazzo Fortuny. Nascosto da vicoli stretti e da canali che una cartina non troppo dettagliata non ti segnala, canali che imbarazzano anche le moderne tecnologie, così che il puntino blu sul tuo schermo-mappa se ne sta fermo troppo a lungo per poi, improvvisamente, dirti che sei lì, punto blu in mezzo a un canale blu. E poi c’è la confidenza che i veneziani hanno con i loro luoghi, campi e sestieri ignoti alle cartine: le loro indicazioni tracciano tragitti segreti, con i deboli riferimenti che ti offre una città in cui non sai mai se prendere sul serio questa “seconda strada a sinistra” la cui larghezza è pari alle tue spalle. E quando, finalmente, la tua meta “è alla fine della via e non ti puoi sbagliare”, Palazzo Fortuny è nascosto, ancora. Sotto un’impalcatura gigantesca che cela buona parte della sua bellezza, di cui ti rendi conto soltanto una volta entrato, quando, persa nel palazzo, ti ritrovi in un giardino interno che lascia senza fiato. Ed è nascosto l’ingresso: rispetto all’enorme scritta Palazzo Fortuny ad altezza occhi, sormontata da travi e plastiche e rumore di lavori, la porta in vetro scuro è a destra, perpendicolare alla facciata, anch’essa...

Umberto Eco a Toronto

Dopo tre mezze giornate di convegno da lui passate in platea, prendendo appunti e intervenendo solo di tanto in tanto e per brevi precisazioni, eccolo, Umberto Eco, finalmente al centro della scena. Sta seduto al tavolo dei conferenzieri, dietro a bottiglie d’acqua e succhi di frutta, sotto lo schermo di dimensioni colossali che occupa la parete dell’aula e copre la lavagna. Tiene il mento appoggiato sulle mani e le mani appoggiate al bel bastone che lo accompagna da quando le ginocchia lo portano in giro un po’ meno volentieri. Per strada, a volte lo fa roteare, il bastone, altre volte lo usa per accennare a passi di cabaret danzante canticchiando persino certe canzonette che sa lui.   Ora aspetta, e guarda il pubblico. Ha sempre avuto un certo atteggiamento sornione, Eco, nei momenti in cui non deve parlare, spiegare, intervenire, divertire, puntualizzare o satireggiare ad alta voce; pare ascoltare chi parla e pensare contemporaneamente ad altro, come un server che svolge ronzando diverse subroutine con pari efficienza. Eco &co, si potrebbe dire: è un’entità stratificata, una singolarità plurale; non sta mai facendo una...

Il Tram post-pop di Antonio Latella

USA, anni Quaranta: la culla dell’American Dream comincia a scuotersi. Passato e futuro convivono fra le performance poetiche beat e la caccia alle streghe del maccartismo, mentre le ricerche dirompenti dell’espressionismo astratto e il successo planetario del rock’n’roll sono lontani anni luce dai sobborghi della rampante nuova borghesia operaia, dove si va affermando l’unità abitativa mono-familiare, con elettrodomestici sempre più sfavillanti e il neonato immaginario televisivo – in un cortocircuito politico e culturale che di lì a poco segnerà tutto il secolo.     Un prodotto preciso e straziante che rimanda a quel nugolo di esplosive giustapposizioni – che tanto sembrano aver da dire sulla condizione socio-politica e culturale in cui versa oggi l’Occidente – è Un tram che si chiama desiderio, testo in parte autobiografico che ha consacrato al successo (e allo scandalo, visti i tanti tabù toccati) Tennessee Williams nel 1947, dove vecchio e nuovo, ricchezza e povertà, integrità e cinismo si sfidano, si mescolano e si scontrano. Poco rappresentato...

Intervista a David Foster Wallace

Potrebbe sembrare paradossale ricondurre la scrittura di David Foster Wallace, così ossessivamente ripiegata sul dettaglio, a una autentica urgenza narrativa, eppure proprio di questo si tratta, di una necessità espressiva che sembra non conoscere le lusinghe del narcisismo, e non soltanto perché proprio questo vizio così diffuso tra gli scrittori lui stesso lo detesti e lo denunci in uno dei saggi che compongono il suo ultimo libro, Considera l’aragosta (Einaudi, traduzione virtuosistica di Adelaide Cioni e Matteo Colombo, pp. Euro 15,50) ma perché è evidente che, quasi suo malgrado, a esigere una tanto spasmodica concentrazione su quanto si offre alle sue facoltà percettive è una convinta devozione al realismo. Di qui si originano le famose digressioni dei suoi testi, che si aprono davanti ai nostri occhi come gli anelli concentrici generati da una moneta lanciata nell’acqua, obbligando lo sguardo a precipitare molte righe più in basso e a rimettere a fuoco il corpo tipografico che affonda nella pagina e si fa più minuto: non sono soltanto note a piè di pagina, ma avvertenze alle note...

Elogio del dubbio

Mi sono sempre chiesto la ragione per cui i filosofi cosiddetti realisti, di ieri ma soprattutto di oggi, per dimostrare l’evidenza delle loro adorate concretezza e oggettività facciano ricorso a esempi sfigati: il vaso che cade sulla testa, l’ostacolo in cui si inciampa, il muro contro cui si va a sbattere, la cartella delle tasse che giunge inaspettata, giù giù sino a eventi sempre più truci come il massacro di Nanchino e, gettonatissimo, l’Olocausto. Se non sei realista, ripetono corrucciati, allora sei uno sporco nazista negazionista! L’argomento a sfiga, definiamolo in latino, ha un che di intimidatorio: come dire che se non accetti il mio punto di vista, che poi è quello del senso comune, finisci per attirarti tutte le disgrazie del mondo – tanto non esistono! O mangi questa minestra… (e così a Bruno Latour, che stava spiegando i nessi fra teoria secentesca del potere e legge della caduta dei gravi, una volta un dotto sorboniano ha proposto di gettarsi dal sesto piano). Ma dall’intimidazione discende, per contrappasso, un certo buonumore: se la realtà è quel genere di cose l...